Altritaliani

G. Capograssi. Oltre le interpretazioni cattoliche di Vico.

lunedì 6 aprile 2015 di Aniello Montano

Hobbes, Spinoza, questi filosofi, agli occhi di Vico, hanno intesa l’utilità come la causa unica del passaggio degli uomini dallo stato di natura allo stato civile. Costituire la sovranità, garante, con il freno degli istinti e la regolamentazione degli appetiti, di una vita per tutti più sicura e più ricca di comodi. Giuseppe Capograssi e Giovan Battista Vico, nel confronto tra valori cattolici e l’affermazione del pensiero illuminista.

In una famosa lettera indirizzata a padre Bernardo Maria Giacco, cappuccino del convento di Arienzo, datata 12 ottobre 1720, Vico allude ai suoi critici cattolici chiamandoli «dotti cattivi, che amano più l’erudizione che la verità». Questi – scrive Vico – «col colore di patrocinare l’auttorità de’ passati, tanto plausibile, quanto è grandissima quella di tutti i tempi, mi concitano contro degli odj mortali». Essi hanno diffuso a Napoli «voci […] tinte di una simulata pietà, che nel fondo nasconde una crudel voglia di opprimermi con quelle arti, con le quali sempre han soluto gli ostinati delle antiche, o più tosto loro opinioni rovinose coloro, che hanno fatto discoverte nel Mondo de’ Letterati» .  [1]

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In questa lettera, Vico fa riferimento alle critiche che da parte cattolica gli erano piovute addosso in occasione dell’allora recente pubblicazione della Sinopsi del diritto universale, inviata da Vico al padre Giacco, ricevendone in cambio grandi lodi .  [2] I «dotti cattivi» cui allude Vico potrebbero essere Nicola Capasso, Primario della cattedra vespertina di diritto civile nella Regia Università di Napoli e aspirante, bocciato dalla Chiesa, agli ordini sacri, Domenico Gentile, vincitore con quindici voti su ventinove, contro Vico a cui la commissione «aveva inflitto […] l’onta di non classificarlo nemmeno», nel concorso del 1723 per la cattedra mattutina del diritto civile nella stessa Università, Pietro Antonio de Turris, perdente nello stesso concorso con voti quattordici, ed altri.

Questi operatori di «maldicenza» hanno facile gioco nel denigrare Vico, ricordando ancora nel 1720 «di me fin dalla mia prima giovinezza e debolezze, e errori» .  [3] Vico, infatti, da giovane aveva frequentato, con grande profitto, salotti e accademie in cui si studiavano anche autori come Lucrezio, Cardano, Bruno, Campanella, Descartes «e persino Benedetto Spinoza: quello Spinoza, che più tardi egli qualificherà ‘rifiuto di tutte le repubbliche’, ma di cui mostra di aver letto non solo l’Ethica, ma finanche il proibitissimo Tractatus theologicus-politicus» .  [4] Per queste frequentazioni era stato lambito dal sospetto di coltivare la «filosofia d’Epicuro», in occasione dal processo agli «ateisti» imbastito dal Santo Uffizio a Napoli alla fine del Seicento.

I giudizi negativi espressi da Capasso e da Gentile, ma anche quelli di altri, potrebbero apparire più la conseguenza di quell’«invidia» dei «poveri», cui Vico stesso fa riferimento nella lettera scritta il 14 luglio 1720, in accompagnamento all’invio della Sinopsi a padre Giacco, che non il portato di una critica culturalmente fondata e meditata. Questa ipotesi, però, sembra cadere e perdere di credibilità se si fa riferimento alle tante e non leggere critiche di parte cattolica ripetute negli anni immediatamente successivi al 1720, ma perduranti anche dopo la scomparsa di Vico.

Tra le prime va certamente ricordata la malevole segnalazione della prima edizione della Scienza nuova, nell’agosto del 1727, da parte degli «Acta eruditorum lipsiensia», in cui si denunciava come mal riuscito il tentativo vichiano di accomodare la teoria dello «iuris naturalis systema» con i principi della «pontificia Ecclesia». Due anni dopo, Vico, preoccupato per la portata dell’accusa, risponde con tono severo e piccato all’anonimo recensore con un lungo saggio, le Vici Vindiciae, in cui si discolpa attaccando duramente contenuto ed estensore della Nota.

Insieme a questa «censura» va ricordata, altresì, l’indagine aperta presso il Tribunale dell’Inquisizione, nel luglio del 1729, di cui Vico ha notizia nelle stesse settimane in cui sta lavorando alla stesura della difesa, contro l’anonimo recensore. Il testo della Scienza nuova del 1725 viene sottoposto dall’Inquisizione a ben due indagini: una affidata al teatino napoletano Giovanni Rossi, conclusa con una condanna ferma del contenuto del libro, e un’altra affidata al benedettino Fortunato Tamburini, in cui il libro è giudicato di scarsa utilità per i lettori (pauca cum lectorum utilitate), ma tale da potere essere letto senza alcun pericolo (nullo cum periculo potest legi) .  [5] L’insistenza e la continuità di tali critiche è indice non solo di una più che evidente lettura in chiave fideistico-religiosa dell’opera vichiana, ma anche di un modo particolare di sentire e vivere il proprio cattolicesimo nelle questioni relative alla comprensione della storia.

L’impegno dei critici di Vico, tutto concentrato nel verificare la fedeltà del discorso vichiano alla tradizione biblica consolidata se non irrigidita, trascura completamente i caratteri di novità e di razionalità di quel discorso e il conseguente affacciarsi e affermarsi in esso del modo nuovo d’intendere natura e storia della società. Proprio in questa polemica matura per la prima volta quell’interpretazione del filosofo napoletano, che, facendo perno sulla tesi dello «stato ferino», lo considera, in quanto filosofo, non perfettamente in linea con la visione cattolica della genesi della società, del diritto e delle leggi che ne regolano la vita.

Interpretazione che il cattolico Capograssi supera, indicando come merito altissimo di Vico proprio l’aver indagato in quei tempi oscuri in cui nasceva la prima luce della civiltà e che ben faceva meritare al filosofo napoletano l’appellativo di «poeta dell’alba» ,  [6] attribuitogli dallo studioso abruzzese. La diversa valutazione di Vico da parte dei cattolici settecenteschi e di Capograssi, a ben vedere, affonda le sue radici in due modi differenti di concepire il cristianesimo.

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Giovan Battista Vico

Da una parte la visione di chi nella comprensione della realtà pone al centro Dio e la «parola di Dio», l’universale, l’infinito, dal quale con il peccato originale si è staccato e contro il quale si erge l’uomo, il particolare, il finito, costretto ad espiare la sua colpa per poter essere riassorbito nell’universale, negandosi come particolare: è il cristianesimo teleologico e fideistico, indicante la storia come espressione della volontà e dell’opera di Dio e, quindi, come sottomissione e obbedienza passiva degli eventi naturali e umani a un disegno provvidenziale, attivo al di sopra della creatività e libertà umana e indipendentemente da essa. Dall’altra parte c’è la visione di chi, come Capograssi, rivendica, nel farsi della storia, l’autonomia e la centralità dell’uomo, dell’individuo realizzantesi nel vivo dell’esperienza, spinto da una tensione ad agire da cui «sorge il mondo umano» .  [7] È il cristianesimo umanistico e raziocinante, che, pur sottolineando la creaturalità dell’uomo, non ne sminuisce il ruolo nel farsi del mondo umano, stabilendo in tal modo una sintonia con la filosofia di stampo umanologico. In Vico, come in Capograssi, l’aver insistito sul ruolo dell’individuo nella costruzione della storia equivale a superare la visione antindividualistica e antiumanocentrica della storia stessa, tipica di certa cultura cristiana. In Vico, come in Capograssi, l’individuo va inteso e compreso «nel suo momento sorgivo, quale è prima di ogni sistemazione teorica, quale è nel suo darsi nell’esperienza, nel suo farsi nell’esperienza»  [8] Capograssi legge in Vico questa visione della storia e questo modo d’intendere il cristianesimo.

Per Vico l’uomo «messo in croce», decaduto, sottoposto alla sofferenza, alla pena, al lavoro, è l’individuo concreto che nella situzione di massimo disagio scopre la produttività dell’agire, attiva i semina veri presenti nella mente, trova il filo che l’aiuta ad uscire dalle tenebre dell’esistenza ferina. «Se la storia è una serie di catastrofi – scrive Capograssi -, la storia è dominata dal mistero della croce: gli uomini debbono essere messi in croce per capire: se no, il pensare umano non nasce: ed è un conforto per l’individuo sapere che la sua sofferenza è un’espiazione» .  [9] E se i critici cattolici avvertivano Vico come estraneo e avversario, per aver considerato l’uomo, l’individuo storico, concreto, e non Dio, vero motore attivo e centro della storia, dell’esperienza comunitaria dell’uomo, Capograssi ed altri lo avvertono proprio per questo come guida e maestro. Laddove quelli, nel sistema di Vico, vedono l’errore e la debolezza, questi individuano la verità e la forza.

Vico, nell’interpretazione del filosofo abruzzese, ha legato la mente all’esperienza concreta, «seguendo e mostrando l’itinerario di essa nel mondo dell’azione» ,  [10] nel mondo della vita. E, cosa molto importante, lo ha fatto in un’epoca storica in cui la filosofia moderna tentava, con Cartesio, di riassorbire la vita dentro al pensiero, di partire dal cogito e di trovare in esso la fondazione e la spiegazione-comprensione di tutta la realtà. «Se non che – annota Capograssi – mentre Vico concepì il titanico disegno di ritrovare la mente umana nella pienezza della sua natura dentro la vita storica parimenti concepita nella pienezza delle sue manifestazioni, Cartesio e gli altri vollero ritrovare la verità in quella esangue realtà che è la nuda esistenza del soggetto pensante» .  [11] Vico, allora, contro i cattolici tenacemente legati alla lettera della Scrittura nella comprensione del senso e della direzione della storia e contro i filosofi moderni impegnati a riassorbire l’esistenza nel ritmo del puro pensiero, cerca, trova ed evidenzia la dialettica delle mediazioni, i cui elementi essenziali egli individua in Dio, nella mente umana e nell’esperienza concreta degli uomini. Di qui, il privilegiamento di Capograssi per le analisi condotte da Vico nel De universi iuris principio uno et fine uno, in quel primo libro, in cui si delinea il ritmo della storia, cercandolo nella concretezza della vita.

Nel De uno Capograssi avverte come un’anticipazione della Scienza nuova, «Tuttavia – annota – il De uno resta un tentativo singolare: fissare il principio del diritto, e per fissare questo principio risalire al principio assoluto, e ricollegare il principio del diritto all’intero sistema delle idee, che formano la mente umana, e poi traverso la mente e la natura umana studiare i faticosi tentativi per portare nella vita quel modo dell’ordine universale che è il diritto, nella vita che è utilità ed anche cupidigia e male; e a questi tentativi faticosi riportare tutta l’esperienza giuridica nelle sue storiche e tecniche forme, per arrivare a comprendere come quell’alta idea sia scesa nella vita utilitaria e corporea degli uomini» .  [12] In questo passaggio è rappresentata sia la fondazione metafisico-religiosa della storia umana sia lo schema dialettico attraverso il quale, la mente umana, collegata al «principio assoluto», opera negli aspetti utilitari della vita, legati alla corporeità umana, per contenere cupidigia e male e portarvi l’ordine universale attraverso il diritto. Fondazione e schema dialettico ritenuti da Capograssi di grande interesse e di straordinaria utilità.

Convinto assertore di un cristianesimo umanistico e raziocinante, Capograssi avverte tutta la consentaneità con Vico, sostenitore della funzione attiva e mediatrice della mente: attiva come ispiratrice degli individui storici e concreti per la costruzione del mondo umano, e mediatrice in quanto anello mediano tra Dio, «principio assoluto», e il corpo e i sensi, che per cupidigia «dividono l’uomo da ogni altro uomo» .  [13]

Consentaneità giustificata dalla stessa esigenza, di Vico e di Capograssi, di «scoprire l’idea nascosta nel reale, il secretissimo nesso tra idea e vita dentro lo stesso rapporto di vita» e, quindi, «il legame tra diritto e azione» .  [14]

Nella vita, accanto alla verità e alla ragione, attive nella natura integra, non ancora decaduta per il peccato, c’è la sfera dell’utilità, comprendente «tutto quello che l’uomo prende dalle cose finite con la sua azione, per provvedere ai bisogni della sua azione, che nascono anch’essi dal suo essere finito» .  [15] L’utilità, basata sul vero e sulla ragione, in tal modo, è ricondotta alla mente, cioè «all’umanità mediante l’idea del diritto». «Il principio della creazione regge così la legge morale e la legge giuridica e fonda l’una e l’altra sulla carità» .  [16]

Con l’avvento del male, la vita concreta si restringe tutta nella sfera dell’utilità. L’ordine per il quale l’utilità era ricondotta alla mente e all’umanità si è disintegrato. Sottratta alla giustizia, l’utilità diventa motivo di discordia fra gli uomini. Alimenta l’amor di sé e la cupidigia e domina l’azione degli uomini. Anche in questa situazione di dissidio tra gli uomini – osserva Capograssi - la mente conserva un legame, sebbene tenue e gracile, con l’«idea dell’essere, dell’ordine, delle relazioni universali, dell’Essere Assoluto: dell’idea, insomma, nel senso vitale e totale di questa parola per la mente umana».

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Giuseppe Capograssi

Resta «come forza vitale e operante nell’attività disordinata e notturna dell’umanità cupida e cupidamente utilitaria» .  [17] Ed «è avvertita come una vis, come energia attiva, che si inserisce in mezzo a tutte le spinte e le controspinte utilitarie, che si stacca da tutte le pressioni e le violenze della cupidigia». Tale forza è la vis veri, che «non è principio di conoscenza, ma principio di azione» ,  [18] e nella sfera dell’utilità spinge per l’affermazione della giustizia. «Queste acquisizioni di diritti sono il risultato di attività utilitarie, ma in sé, pur non uscendo dalla sfera delle utilità, sono la rivelazione e la determinazione sempre più piena della idea nell’azione» .  [19] Nella chiusa del capitolo XLIV del De Uno, Vico aveva scritto: «Per tutti sussiste con evidenza la nozione di una uguaglianza misuratrice delle fugaci utilità; dunque naturalmente il diritto è l’utile pareggiato, fatto uguale, seguendo quella norma eterna della misurazione nominata dai giureconsulti ‘equità’, la quale è fonte di ogni naturale diritto» .  [20] È questa idea di uguaglianza, impressa e attiva nella mente anche nei tempi bui del male, che, secondo Vico, rende gli uomini naturalmente socievoli e li spinge ad agire in modo da contenere la loro cupidigia e a fare un uso moderato delle cose utili e necessarie per la loro conservazione in vita. In queste affermazioni è chiaramente leggibile il motivo del dissenso di Vico dal giusnaturalismo, dai filosofi «epicurei», in particolare, da Hobbes e da Spinoza.

Questi filosofi, agli occhi di Vico, hanno intesa l’utilità come la causa unica del passaggio degli uomini dallo stato di natura allo stato civile. Hanno cioè fatto coincidere la causa con l’occasione. Per Vico l’utilità, infatti, è soltanto l’occasione che favorisce l’attivazione nella mente del bestione dei semina veri , unica vera causa della socievolezza umana. Il dissenso ha come radice remota l’adozione di un diverso schema antropologico.

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Quello di Hobbes e di Spinoza si regge soltanto su due elementi: l’uomo naturale, tutto corpo e appetiti, pronto all’uso della forza nel rapporto con altri pur di conseguire un proprio utile; e l’uomo istruito dalla ragione naturale, calcolante e utilitaristica, disponibile a rinunciare in tutto (Hobbes) o in parte (Spinoza) al suo diritto naturale e a costituire la sovranità, garante, con il freno degli istinti e la regolamentazione degli appetiti, di una vita per tutti più sicura e più ricca di comodi. Il modello antropologico di Vico, invece di essere binario, è trinario. Poggia, cioè, su tre elementi. Si articola, infatti, secondo il ritmo integrità, caduta, redenzione. Il primo di questi elementi, l’integrità, assente nello schema di Hobbes e di Spinoza, rappresenta la natura hominis integra, la primigenia e incorrotta natura umana, costituita dagli stessi attributi divini: sapienza, potenza e bontà. L’uomo naturale di Vico, perciò, non è lo stesso uomo naturale di Hobbes e di Spinoza.

Quello che per questi due filosofi è l’uomo naturale, per Vico, è l’uomo decaduto dalla sua natura originaria. Nella sua prima e vera struttura ontologica, l’uomo è fornito non soltanto di potenza, intesa come forza da utilizzare per conseguire un utile personale, e di una ragione puramente naturale, calcolante e utilitaria. È adornato anche dalla sapienza e dalla bontà. Questa triplice dotazione della natura originaria offerta da Dio ad Adamo, al momento del peccato e dell’avvento del male, non è totalmente cancellata.

Rimane semplicemente offuscata. Nella mente dell’uomo decaduto per il peccato permangono «communes veri aeterni notiones», comuni nozioni di verità. Non essendo soltanto corpo e forza fisica da attivare per la propria utilità e, quindi, soltanto insocievolezza e prevaricazione, ma essendo anche mente dotata di sapienza e di bontà, quest’uomo è naturalmente incline alla socievolezza e all’equità. Possiede già la vis, la tensione, ad unirsi agli altri in società. Vis, che però ha bisogno dell’occasione per riprendere vigore per indirizzare l’uomo alla vita civile.

Questa vis, questa forza propulsiva, sollecitante l’individuo all’azione, si risveglia e agisce nella mente del bestione primitivo allorquando, con il terrore della morte ingenerato dal fulmine, si realizza per la prima volta il riconoscimento dell’Assoluto e l’affermarsi della superstizione. Nasce, cioè, con l’azione e nell’azione, con lo stato di paura mortale e con la fede, anche se in una «falsa religione degl’Iddii» ;  [21] «e quindi nasce come prudenza per gli auspici, temperanza per la venere divenuta casta, fortezza per la cultura dei campi sottratti alla natura selvaggia» .  [22] Si tratta – afferma Vico – di «virtù imperfette» ,  [23] ma - come chiosa Capograssi - virtù che segnano pur sempre il «distacco dallo stato di oscurità della mente» e il «primo albore dell’idea nell’azione» .  [24] Questo distacco è anche la prima «affermazione della personalità (intesa come unità mentale e morale, viva e molteplice dello spirito soggettivo) nel mondo dell’utilità e sul terreno dell’azione […], in quanto – continua Capograssi - è la personalità umana che diventa veramente nostra, ripresa e sottratta dalla soggezione delle cose esteriori, veramente libera, perché libera nell’azione» .  [25] Ed è ciò che Vico, in questa fase del suo pensiero, intende per «autorità», allorquando la definisce «la possessione della nostra umana natura da noi in tal modo tenuta, che non possa da niuno esserci tolta» ,  [26] con la conclusione che «perciò anche l’autorità procede dalla ragione» .  [27] Il De Uno, nella lettura di Capograssi, apre la via a quella ricerca che troverà il suo compimento soltanto nella Scienza Nuova, da Vico definita, appunto, «una filosofia dell’autorità».

L’attenzione di Vico sul momento germinale della vita umana non è supportata dal «racconto» biblico, giusta l’osservazione dei critici cattolici ,  [28] perché il filosofo cerca, e trova, nella drammaticità della vita all’«alba» della storia un intrinseco elemento razionale. E lo individua proprio nell’atto in cui il «bestione» avverte nella minaccia del fulmine una prima e confusa prefigurazione della terrificante idea della morte. Vico è il filosofo che cerca di cogliere la nascita della «città sociale» «in quel primo filo d’alba in cui l’individuo, il bestione, comincia a pensare umanamente: questa è la nascita dell’uomo nell’individuo» .  [29]

La storia ha la sua origine in questo «primo filo di pensiero», in questo «primo filo di luce», quando «il Polifemo, l’individuo iniziale, nel suo terrore comincia a vedere un motivo vero, che non è questo terrore» ,  [30] quando, cioè, può intuire l’idea di qualcosa di superiore a cui chiedere aiuto nell’esperienza terribile della paura della morte. Da quel momento all’agire puramente naturale dell’uomo subentra l’agire illuminato da un’idea, la quale immediatamente si articola e si condensa in tre principi: la Provvidenza, cui rivolgersi «nel terribile frangente della morte», il pudore, in quanto distacco dell’individuo dalla sua animalità, l’immortalità, come consapevolezza che il cadavere «è stato sede di qualcosa che al cadavere è superiore» .  [31]

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Hobbes

Queste idee, per Capograssi, non sono parte di un processo di conoscenza. Nascono e operano all’interno dell’azione. «Nella sua azione l’individuo agisce in modo, ch’egli organizza un’esperienza alle cui radici stanno queste idee umane. Sono esse che creano, e poi consolidano, il mondo umano» .  [32] Mondo che segue lo sviluppo del «fare» umano, anche se fuori dall’intenzione umana. L’uomo, infatti, crea gli istituti civili, gli ordini pratici, mentre pensa di soddisfare i suoi bisogni o le sue inclinazioni naturali: «crede di soddisfare la libidine, e crea il matrimonio; crede di secondare la sua avarizia, e crea gli ordini commerciali». Pur in questa «continua sperequazione» con la storia, è l’azione degli individui concreti a creare la storia. Capograssi insiste in maniera rigorosa e continua su quest’interpretazione non idealistica di Vico.

L’individuo che fa la storia, infatti, per il giurista abruzzese, non è mai lo spirito universale, lo spirito assoluto. È sempre e soltanto l’individuo storicamente ed esistenzialmente determinato. E proprio qui Capograssi individua la modernità di Vico. Egli è ancora nostro valido interlocutore per averci fatto comprendere la genesi della storia umana e la legge che presiede al suo sviluppo.

In queste analisi la creatività e la finezza dell’interprete s’impenna. L’affermazione ripetuta di Vico, secondo cui «la storia la fanno gli uomini», per Capograssi, va presa alla lettera: «la storia la fa l’uomo, perché, quello che l’uomo ci mette, quello ci trova». In questa prospettiva, la lettura della «dottrina dell’eterno ritorno» e quella della Provvidenza vanno decisamente cambiate di segno. Nella «modernità» di questa interpretazione può essere misurata tutta la distanza di Capograssi dai tradizionali interpreti cattolici di Vico, settecenteschi e post-settecenteschi.

Nella visione della storia di Vico, il ritmo dei corsi e dei ricorsi è, sì, «un ritorno; ma non il ricorso degli eventi storici, come nella dottrina dell’eterno ritorno. È ritorno di quell’esperienza di morte da cui nascerà lo slancio, da cui sorge il mondo umano». Pertanto, i corsi e ricorsi sono «individuali e sociali» .  [33] E sono l’indicazione delle difficoltà, delle pene, della sensazione di fine della storia, dell’«esperienza di morte», in cui, di tempo in tempo, gli uomini si sentono precipitati. Ciò che torna, perciò, è la condizione di barbarie, la sola favorente il risveglio dell’uomo e l’attivazione dei «semina veri» presenti nella mente. Solo se «messi in croce per conseguenza dei propri errori» ,  [34] gli uomini riattivano la capacità di capire «se no, il pensare umano non nasce». Anche i filosofi contemporanei – ammonisce Capograssi – per capire la storia debbono capire l’individuo, debbono «essere questo individuo che soffre, più che nella vita, la vita» .  [35]

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Vico, per Capograssi, è un «singolarissimo pensatore, egli fa la storia di quelli che non hanno storia», «vede nella massa l’individuo, non vede altro» ed «è pessimista; ma è anche ottimista, perché crede che sempre si ripresenti nella storia quell’esperienza da cui il mondo umano rinasce. La Provvidenza significa certezza di ricomparire di quella esperienza di morte da cui nasce lo slancio onde rinasce il mondo storico» .  [36]

La Provvidenza così intesa non sembra indicare affatto l’intervento di Dio nella storia per segnarne il corso. Sembra avere un significato totalmente altro sia rispetto al trascendentismo dei cattolici che all’immanentismo degli idealisti e anche all’interpretazione fornita da «alcuni amici cattolici per i quali [la Provvidenza] è mezza fuori e mezza dentro» .  [37] «Per Vico – scrive Capograssi -, la Provvidenza è una legge di necessità ,  [38] per la quale l’individuo deve arrivare all’estremo della sua esperienza; fino alla catastrofe. Quando si è scesi per tutto il piano delle cadute, fino a Nerone, a quell’ultimo punto si ricrea l’esperienza di morte da cui nasce il pensare umano, il mondo umano. Attraverso la catastrofe si ricreano le condizioni di morte, che permettono di riattingere le tre idee centrali di Vico, cioè il pensare umanamente» .  [39]

In Vico, come in Capograssi, c’è un uso assai moderato della metafisica. E, quando c’è, è tutto piegato in funzione storico-civile. Lo stesso Vico, nell’autobiografia, ricordando le Orazioni inaugurali, a circa venti anni dalla loro composizione, teneva a precisare di aver fatto uso della «pratica di proporre universali argomenti, scesi dalla metafisica in uso della civile» .  [40] In Capograssi il cristianesimo, più che legato a una dommatica, a una fede intellettualmente elaborata e sentita come contemplazione di una verità intemporale, è vissuto come esperienza di vita, sofferta e patita, è legato all’etica, intesa come capacità dell’uomo di farsi e, nel farsi, di fare la storia. Per questo, al filosofo abruzzese si può estendere il giudizio da Croce riservato a Vico di essere «cattolico e insieme libero filosofo» .  [41] E da cattolico, Capograssi, nella lettura della filosofia di Vico, non poteva essere più originale né più distante dalle interpretazioni cattoliche tradizionali.

Per Vico la catastrofe è il rischio costitutivo della modernità. Una lettura della storia tutta conforme alle rassicuranti, ottimistiche certezze derivanti dalla fede teologica in una Provvidenza divina costantemente operante nella storia, indipendentemente dal fare umano o semplicemente accompagnandolo o latamente ispirandolo, conduce ad una sorta di accettazione conservativa del fatto esistente, letto come unica possibile espressione della storia ideale eterna. Intendere, invece, la provvidenza come «legge di necessità», immessa nelle vicende individuali e collettive, pronta a scattare in funzione perequativa in caso di divaricazione tra bisogni e aspirazioni degli individui concreti e ordine cristallizzato di una specifica società o in presenza di ricaduta nel baratro sempre incombente dell’anarchia politico-civile, significa renderla produttivamente consustanziale all’uomo e alla storia e porla come centro ontologico dell’umano.

Aniello Montano
(docente di Storia del pensiero filosofico – Università di Salerno)

[1G.B. Vico, Epistole. Con aggiunte le epistole dei suoi corrispondenti, a cura di M. Sanna, Morano, Napoli 1992, lettera n. 13, p 89.

[2Cfr. lettera n.12, ivi, pp. 87-88.

[3G.B. Vico, Epistole. Con aggiunte le epistole dei suoi corrispondenti, cit., p. 89.

[4F. Nicolini, Saggi vichiani, cit., p. 17.

[5Su ciò si vedano le belle pagine di R. Caporali, La tenerezza e la barbarie. Studi su Vico, Liguori, Napoli 2006, pp. 1-28.

[6G. Capograssi, L’attualità di Vico, in Idem, Opere, vol. IV, cit., p. 400.

[7Ivi, p. 405.

[8A. De Logu, L’insegnamento di Capograssi nel pensiero di Pigliaru, in A. Pigliaru, La lezione di Capograssi, a cura di A. De Logu, Edizioni Spes – Fondazione «Giuseppe Capograssi», Roma 2000, p. 28.

[9G. Capograssi, L’attualità di Vico, in Idem, Opere, vol. IV, cit., p. 402.

[10G. Capograssi, Analisi dell’esperienza comune, in Idem, Opere, vol. II, cit., p. 21.

[11G. Capograssi, Riflessioni sull’autorità e la sua crisi, in Idem, Opere, vol. I, cit., p. 331.

[12G. Capograssi, Dominio, libertà e tutela nel «De uno», in Idem Opere, vol. IV, cit., p. 11.

[13G.B. Vico, De universi iuris principio uno et fine uno, In Idem, Opere giuridiche, a cura di Paolo Cristofolini, con Introduzione di N. Badaloni, Sansoni, Firenze 1974, p. 40.

[14G. Capograssi, L’attualità di Vico, in Idem, Opere, vol. IV, cit., p. 12.

[15G. Capograssi, Dominio, libertà e tutela nel «De uno», in Idem Opere, vol. IV, cit., p. 14.

[16Ibidem, anche per la citazione precedente.

[17Ivi, p. 15.

[18Ivi, p. 16, anche per la citazione precedente

[19G. Capograssi, Dominio, libertà e tutela nel «De uno», in Idem Opere, vol. IV, cit., p. 22.

[20G.B. Vico, De universi iuris principio uno et fine uno, In Idem, Opere giuridiche, cit., p. 58.

[21Ivi, p. 120.

[22G. Capograssi, Dominio, libertà e tutela nel «De uno», in Idem Opere, vol. IV, cit., p. 21.

[23G.B. Vico, De universi iuris principio uno et fine uno, In Idem, Opere giuridiche, cit., p. 120.

[24G. Capograssi, Dominio, libertà e tutela nel «De uno», in Idem Opere, vol. IV, cit., p. 21.

[25Ivi, p. 20.

[26G.B. Vico, De universi iuris principio uno et fine uno, In Idem, Opere giuridiche, cit., p. 106.

[27Ivi, p. 108.

[28«La grande lacuna di Vico è, come è stato notato, che non parla mai del cristianesimo. Proprio perché cristiano, egli guarda all’uomo prima del cristianesimo» (G. Capograssi, L’attualità di Vico, in Idem, Opere, vol. IV, cit., pp. 403-404).

[29G. Capograssi, L’attualità di Vico, in Idem, Opere, vol. IV, cit., p. 399.

[30Ivi, p. 400, anche per le citazioni precedenti.

[31Ibidem.

[32Ibidem.

[33Ivi, p. 405, anche per le citazioni precedenti.

[34Ivi, p. 403.

[35Ivi, p.402, anche per la citazione precedente

[36G. Capograssi, L’attualità di Vico, in Idem, Opere, vol. IV, cit., p. 404, anche per le citazioni precedenti.

[37Ivi, p. 401.

[38L’affermazione sembra giustificata dalla Degnità XXXI di SN44, in cui si legge: «Ove i popoli sono infieriti con le armi, talché non vi abbiano più luogo l’umane leggi, l’unico potente mezzo di ridurgli è la religione. Questa Degnità stabilisce che nello stato eslege la provvedenza divina diede principio a’ fieri e violenti di condursi all’umanità ed ordinarvi le nazioni, con risvegliar in essi un’idea confusa della divinità, ch’essi per la lor ignoranza attribuirono a cui ella non conveniva; e così, con lo spavento di tal immaginata divinità, si cominciarono a rimettere in qualche ordine» (SN44, cpvv. 177-178).

[39G. Capograssi, L’attualità di Vico, in Idem, Opere, vol. IV, cit., p. 401.

[40G.B. Vico, Vita scritta da se medesimo, In Idem, Opere, a cura di A. Battistini, 2 voll., cit., vol. I, p. 30.

[41B. Croce, La filosofia di Giambattista Vico, a cura di F. Audisio, Bibliopolis, Napoli 1997, p. 292.


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