Altritaliani
Italy

Un bilancio (poco rassicurante) della transizione italiana.

Riflessioni sugli ultimi venti anni di vita politico-istituzionale italiana
giovedì 2 aprile 2015 di Emidio Diodato

È opinione largamente diffusa, riscontrabile tra giuristi e politologi ma percepibile anche all’interno della società italiana, che la stagione politica avviata tra 1992 e 1994 sia ormai giunta a conclusione. Recentemente un raffinato costituzionalista, Mauro Volpi, ha raccolto alcuni interventi sul tema in un libro intitolato “Istituzioni e sistema politico in Italia. Bilancio di un ventennio” (il Mulino 2015).

Nell’introduzione Volpi ha tentato un bilancio conclusivo della lunga transizione italiana, considerandone sia gli effetti immaginati che quelli prodotti. Tra i primi, auspicati e in gran parte delusi, si annoverano:
1) il mito della governabilità;
2) quello dell’elezione popolare e diretta del governo;
3) e infine quello dell’alternanza al governo.

Per quanto concerne il primo effetto, il dato che emerge è che rispetto agli undici mesi di durata dei governi della Prima Repubblica, i dodici governi della Seconda Repubblica hanno avuto una durata di un anno e otto mesi. Certo c’è stato un prolungamento, ma occorre considerare il più breve lasso di tempo e l’impatto statistico di un lungo governo Berlusconi. Comunque siamo ben al di sotto delle aspettative.

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Berlusconi e Andreotti

Per quanto concerne il secondo effetto, possiamo parlare di un vero e proprio mito. Non entro nel merito delle norme che hanno consentito di inserire il nome dei leader nei simboli elettorali o di indicare il leader della coalizione. Mi limito ad osservare, seguendo Volpi, che la parte politica che ha più coltivato questo mito, parlando di ignobili ribaltoni della volontà popolare prodotti dal Parlamento, nella campagna per le elezioni del 2013 indicò Berlusconi come capo della coalizione, ma con l’accordo che il ruolo di primo ministro sarebbe dovuto spettare ad altri, ad Alfano secondo il Popolo delle Libertà e a Tremonti secondo la Lega Nord.

Più rilevante è il terzo effetto, al quale i più credevano. (Mi preme aggiungere che anche Norberto Bobbio, con il saggio Destra e sinistra del 1994, in un certo senso ripose nell’alternanza politica le sue speranze di razionalizzazione riformistica della società italiana). Non solo il bipartitismo non è stato raggiunto, ma le maggioranze di centro-destra e centro-sinistra che si sono alternate al governo sono state prodotte da gabbie elettorali che, rafforzando il potere di ricatto dei piccoli partiti o dei ‘partiti-cespuglio’, si sono inesorabilmente spezzate nel confronto parlamentare. Tra l’altro queste riforme hanno alimentato, proprio a causa della natura irragionevole di quelle gabbie, cambiamenti di ‘casacca’ che sono stati oggetto di indagini della magistratura.

Non solo, dicevo, il bipartitismo non è stato raggiunto, ma anche il bipolarismo ha vacillato continuamente, nonostante il suo radicamento nell’immaginario sociale, per essere infine logorato dalla vittoria elettorale di un movimento anti-sistema alle elezioni del 2013. Le premesse da cui è partito il dibattito sull’Italicum, ossia il sistema elettorale che dovrebbe succedere al Porcellum e al Mattarellum nel tentativo di imporre un’ulteriore e più resistente gabbia, non ci rassicurano affatto rispetto alla delusione prodotta dai precedenti sistemi elettorali. Ma su questo punto tornerò nelle conclusioni.

Si diceva che vi sono stati altresì effetti reali, i quali hanno riguardato la costituzione materiale e il sistema dei partiti, quindi il sistema politico nel suo complesso. Nel primo caso, se la Costituzione repubblicana aveva prodotto una forma di governo parlamentare fondata sulla debolezza strutturale dei Governi rispetto ai partiti (la cosiddetta ‘partitocrazia’), con la transizione verso la Seconda Repubblica (o con la seconda fase repubblicana) abbiamo assistito al perdurare della debolezza dei Governi pur a fronte di un indebolimento dei partiti e del Parlamento.

Per quanto si possa osservare un fenomeno interessante, ossia l’accrescimento del ruolo del Capo dello Stato (un tema forte di Volpi), l’impressione è che la traslazione del potere, secondo la logica dei vasi comunicanti, sia avvenuta rafforzando forze politiche che, attraverso le analisi che emergono nel libro, rimangono al lettore per lo più invisibili. Su questo punto tornerò infine.

Il secondo effetto reale concerne il sistema dei partiti. La dimensione tanto cara a Giovanni Sartori, ossia quella relativa ai rapporti tra partiti, ha subito come già detto illusorie modifiche, se valutate rispetto all’auspicata razionalizzazione.

Di certo il sistema dei partiti è divenuto meno consensuale, in parte per la tendenza maggioritaria imposta dalla gabbia elettorale, per altro verso per un aumento della conflittualità e, infine, delle spinte centrifughe alimentate da una forza populista e anti-sistema emersa nel 2013. Ma più rilevanti appaiono gli effetti reali sulle dimensioni più tradizionali della forma-partito, come Maurice Duverger le ha enucleate con riferimento ai partiti di massa, ovverossia la dimensione ideale, sociale e organizzativa.

Abbiamo assistito non solo alla nascita del partito personale di massa, con la conseguente degenerazione in senso patrimoniale e plebiscitario della sfera pubblica (un punto lamentato già da Bobbio dopo il 1994). Abbiamo assistito altresì alla più recente nascita di un partito che, in mancanza di altri riferimenti, chiamerei “partito cartello-carrello” (una sorta di cartel-catch-all party, se possibile), ossia un partito centrato in prima battuta sullo Stato (scaricando così i costi organizzativi sulle istituzioni pubbliche), quindi propenso a divenire un supermarket per tutti i gusti, ovvero un partito della nazione. Senza impiegare esplicitamente questo lessico, nei saggi di Oreste Massari e Mauro Calise, raccolti nel libro di Volpi, emerge tra le righe questa prospettiva.

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Norberto Bobbio

L’effetto complessivo è che nell’Italia di oggi la politica è, al contempo, pervasiva e impotente. Secondo Carlo Galli, il cui intervento conclude il volume, la politica in Italia è pervasiva perché occupa le istituzioni, sature di personale da ricollocare a carico del bilancio pubblico. Impotente perché incapace di rovesciare in modo positivo i vincoli europei e, quindi, obbligata a fronteggiare tutte le corporazioni che difendono piccoli o grandi privilegi per resistere ai tagli di bilancio. Il ceto politico riesce a scaricare i costi sociali solo sulle fasce più deboli, che così diventano ostaggio di populismi di destra e di sinistra che, come in un circolo vizioso, rafforzando la pervasività, questa volta mediatica, della stessa politica. Sta qui, in questo circolo vizioso, la debolezza dell’intero sistema politico italiano.

Tale debolezza, come anticipato, dovrebbe essere approfondita proprio a partire dalle numerose suggestioni che emergono dal libro curato da Volpi. A mio avviso, la causa di tale debolezza risiede in una traslazione del potere che ha rafforzato forze politiche le quali, attraverso uno spostamento verso l’alto e lateralmente, hanno accumulato un potenziale di potere di tipo extra-parlamentare, che indebolisce la politica e di conseguenza la stessa democrazia. Verso l’alto il potere si è spostato nei centri decisionali dell’Eurozona, con una leadership istituzionale targata Germania.

Lateralmente il potere si è riversato in direzione di quei nuclei di dominio economico che traggono vantaggio dall’affermazione dello ‘Stato minimo’, che ha ispirato il quadro istituzionale emerso con il Trattato di Maastricht del 1992 e confermato nei successivi Trattati europei. Non è certo facile rendere visibile questo potere, e non basterebbe un capitolo in più nel libro per trattarlo. Ma tornando all’incompiuta transizione italiana, fulcro del volume, credo si possa concordare che l’approvazione dell’Italicum 2.0, prevista per il prossimo 27 aprile, non porrà alcun rimedio a questa tendenza. La nuova riforma elettorale sembra, infatti, inseguire più i temi degli effetti immaginati che quelli degli effetti realmente prodotti.

Emidio Diodato
Professore associato di Politica internazionale
Università per stranieri di Perugia.


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