Altritaliani
Letteratura italiana. Mensile Altritaliani nel Centenario della Grande Guerra.

Emilio Lussu, un uomo contro.

domenica 5 aprile 2015 di Emmanuelle Genevois

1914-2014 Raccontare la Grande Guerra. Scritto nell’esilio politico negli anni 1936-37, pubblicato a Parigi nel 1938, adattato al cinema da Francesco Rosi nel 1970 col titolo Uomini contro, Un anno sull’Altipiano è una delle maggiori opere sulla Prima Guerra mondiale del sardo Emilio Lussu. È il libro di un intellettuale combattente che narra con precisione documentaria, immediatezza umana e pungente ironia, la cruenta esperienza vissuta in stretta vicinanza coi soldati della Brigata Sassari, nell’anno precedente la rotta di Caporetto. Alla critica risoluta della condotta delle operazioni, si unisce l’analisi del proprio impegno d’interventista nonché quella di tentativi di ribellione più radicali. La distanza temporale dagli eventi favorisce un’acuta osservazione sugli esiti politici del conflitto nel suo paese. Fra romanzo e storia, è per Mario Rigoni Stern “il libro più bello tra i libri sulla Prima Guerra Mondiale”. Presentazione di Emmanuelle Genevois, Maître de Conférences et Traductrice.

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“Emilio Lussu: Ricordi”, acrilico su tela di Andrea Triverio, Collezione “Museo Emilio e Joyce Lussu”.

UN ANNO SULL’ALTIPIANO

Non esistono, in Italia, come in Francia, in Germania o in Inghilterra, libri sulla guerra”. Così ebbe a dichiarare Lussu, quando, nel 1937, presentò ai suoi lettori il libro scritto nell’esilio, Un anno sull’Altipiano. Eppure negli anni Trenta, era già ricca, anche in Italia, la “letteratura di guerra”, poiché mai un evento storico aveva suscitato una quantità così ingente di scritti nei paesi europei. Proprio allora non mancarono in Italia opere di valore, fra le quali, in una seconda ondata pubblicata durante gli anni del fascismo, l’Altipiano. Sono quindi polemiche le parole di Lussu e, come tali, interessanti da interrogare e decifrare.

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Nella storia che l’autore traccia del suo paese andando a ritroso del tempo cronologico, la guerra, narrata nell’Altipiano, occupa uno spazio centrale, fulcro di ulteriori sviluppi. Lo studente sardo Lussu ha ventiquattro anni quando, in obbedienza a ideali post- risorgimentali, avverso all’autoritarismo degli imperi centrali, contrario al militarismo guglielmino, fedele ad idealità democratiche, decide d’“intervenire” in un conflitto che lo verrà impegnato a fianco della Brigata Sassari, per quattro anni, sul fronte veneto. Si aggiungerà subito, concreto, l’impegno di salvare le popolazioni in fuga nelle pianure venete. Giugno 1916 - giugno 1917, un anno cruciale che precede la rotta di Caporetto. Lussu rievoca il progredire della crisi fino alla vigilia della sua esplosione. Sono i mesi in cui la Sassari, già duramente provata sul fronte carsico, leggendaria per il suo coraggio, resta esposta in prima linea. Attraverso la sua vicenda, Lussu esibisce una sintesi del dramma bellico.

L’annata 1916-1917 segna il dissenso tra lo Stato maggiore e il Governo. Prima della nomina di A.Diaz al comando supremo, il periodo segue l’apogeo della condotta politico-militare della guerra, punto focale della denuncia dell’ufficiale di complemento Lussu. La guerra in montagna è ardua, largamente ignota ai comandi che si riferiscono ai loro vecchi manuali di formazione e contano su un armamento dépassé, quando non è fuori uso. Non mancarono drastiche critiche nei confronti dei Comandi presso altri scrittori combattenti, Comisso, Gadda, ma particolarmente aspra e precisa, quella di Lussu. Sotto il solo aspetto del “mestiere” l’alto comando è incompetente e crudelmente indifferente alle sorti delle truppe. Vittime in prima linea della tecnica del “ logoramento”, queste sono lanciate all’assalto senza il sostegno dell’artiglieria, provviste talvolta di cesoie arrugginite per tagliare il filo spinato o di corazze subito perforate quando non sono precedute dal suono “eroico” delle trombe. Ma i Romani trionfarono grazie alle corazze. La rettorica bellica, la vacuità del verbo di stampo dannunziano-nazionalista dei capi è annunciatore del verbo fascista.

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Emilio Lussu da giovane ufficiale durante la Prima Guerra mondiale

È merito dell’Altipiano sottolineare chiaramente l’aggancio tra la guerra e il regime in atto. Vittime pure di una strategia sbagliata, spesso assurda, in una guerra tecnicamente nuova, sottoposti ad ordini “scellerati” che finiscono col riversare il fuoco sulle proprie forze, sono anche tanti ufficiali. Io mi difendo bevendo. Altrimenti sarei già al manicomio. Contro le scelleratezze del mondo un uomo onesto si difende bevendo. ll motivo dell’alcol, lungi dall’essere secondario, occupa un posto centrale nell’analisi globale del ruolo dell’alto comando. Il cognac è una droga che offre un rifugio alienante, consentendo di occultare la realtà vissuta. E se spiegasse addirittura l’assurdità globale del conflitto? E’ guerra di cantine contro cantine, barili contro barili, bottiglie contro bottiglie; se tutti di comune accordo, lealmente cessassimo di bere, forse la guerra finirebbe.

Al campo, Lussu non beve, egli legge Baudelaire e Ariosto - quell’attento profeta delle guerre moderne che inveisce contro l’archibugio: “o maledetto, o abbominoso ordigno” (F. Senardi), serbando lucidità, raziocinio, intrepida forza critica. Alla truppa Lussu affida la maggior parte del processo fatto alle gerarchie. La truppa, gli ufficiali superiori, rappresentano due mondi, due forze dagl’interessi che bisogna pure definire “classisti”. Jahier, Monelli, avevano fatto sentire la voce dei fanti, ma mai così direttamente accusatrice come si esprime nelle conversazioni serali colte dall’autore. [I generali] muiono anche loro, ma con tutti i conforti. Bistecche alla mattina, bistecche a mezzogionro, bistecche la sera – E con uno stipendio mensile che basterebbe a casa mia per due anni. La guerra non rappresenta un periodo di tregua sociale, come sperava la borghesia italiana, invece essa ha contribuito ad acuire nel “proletariato in grigioverde” (F.Todero) una coscienza di classe come osserva il giovane ufficiale. Egli saprà trarne il frutto nel fondare nel dopoguerra, il Partito sardo d’Azione e, più tardi, Giustizia e libertà.

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“Dazibao”, luglio 1969, sulla lotta dei pastori e degli agricoltori a Orgosolo

Il lettore non scoprirà nelle pagine dell’Altipiano la descrizione concreta della vita di trincea, quella vissuta tra fango e pidocchi, narrata nel Fuoco di Barbusse o in Trincee di Salsa ma egli si troverà direttamente a contatto del sentimento di rivolta sociale che fermenta nella truppa. Non è raro trovare nella narrativa italiana di guerra l’accenno alle diserzioni, ai suicidi preferiti all’assalto, a tentativi di fraternizzazione, ma sono praticamente ignoti i riferimenti a vere e proprie rivolte, a movimenti di ammutinamento. Rassegnazione, coraggioso fatalismo muovono gli uomini di Alvaro o di Jahier, più del sentimento patriottico. Per una formazione così omogenea come la Sassari, è soprattutto “dovere” la solidarietà umana. Ma più volte l’atto di accusa contro certi capi si traduce in azione, dalle parole si passa ai fatti. Il fanatico generale Leone, simbolica figura dell’alto comando cadorniano, sfugge ripetutamente a tentativi micidiali da parte della truppa. Abbasso la guerra, vogliamo il riposo. Basta con le menzogne. È allora sfiorato l’ammutinamento. Fatto più raro ancora, il plotone designato per il castigo dei ribelli ritorce le armi contro il maggiore che ha ordinato la decimazione e lo abbatte. Tuona allora un tenente, Ottolenghi, esponente del “disfattismo rivoluzionario”: Se ci si ammutina, bisogna farlo di giorno e con le armi. Il suo intervento offre l’occasione di un lungo, essenziale dibattito tra ufficiali. Lussu non teme d’interrompere la diegesi del suo racconto per proporre al lettore una relazione didascalica sulla vera natura della guerra.

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Brigata Sassari, Lussu al fronte

Qual’è il vero nemico? Né l’Austriaco, né l’alto Comando italiano, esso è il governo, per cui bisogna andare...indietro: Avanti, cioè indietro fino a Roma, grande quartiere generale nemico, asserisce Ottolenghi. La guerra è un urto tra due imperialismi rivali, di cui i proletari sono insieme le vittime e i potenziali oppositori. Solo con un accordo complessivo, armato, si potrà vincere il vero nemico. Cosa valgono allora gli argomenti del patriota e “democratico” Lussu – impersonato nel dialogo sotto il nome di Comandante della 10a -, la lotta per la libertà del suo paese, per il recupero delle terre irredente, la difesa dell’Europa minacciata dagli imperi centrali? È merito di Lussu ricordare la voce discordante di un socialista rivoluzionario di cui non condivide le posizioni. Mai sono stati esposti così onestamente i termini del dilemma tra interventismo e disfattismo anche se “l’erosione subita dall’interventismo di partenza non giunge al rovesciamento ideologico delle premesse” (M. Isnenghi). Mai così chiaramente è apparsa la guerra come momento di formazione dell’individuo, l’Altipiano come Bildungsroman (F.Todero).

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Stele in onore della Brigata Sassari sull’Altipiano di Asiago

Lussu è stato definito un “irregolare della letteratura” (M.Isnenghi), e Un anno sull’Altipiano, meno inserito direttamente nella lotta politica rispetto alle sue opere precedenti, può apparire particolarmente impegnativo sul piano letterario, ma Lussu “non voleva la pagina bella ma la pagina stimolante” (P.Sanna). Questi “ricordi riordinati alla meglio”, con una memoria che può essere “parziale”, e non risparmiare all’autore alcuni errori nella sua relazione (P.Pozzato G.Nicolli), confermano il talento dell’uomo – colto - che affida a una parola efficiente l’essenziale memoria della guerra. Minuziosità del documento storico, sofferta meditazione politica, testimonianza umana, in una “prosa sobria e cristallina, acuta come quella di un coltello” (A.Tabucchi), la pagina di Lussu si contraddistingue soprattutto per l’uso sovrastante dell’ironia e dell’umorismo, armi che scandagliano senza tregua gli scarti tra menzogna e verità, tra apparenza e “realtà effettuale” delle cose.

Lasciamo a Paul Fussel la conclusione che può sigillare l’eccezionalità del libro, rivendicata dal suo autore: “La pericolosità del libro di Lussu sta soprattutto nelle armi da lui scelte per avviare un processo di demistificazione della guerra italiana: l’ironia e l’umorismo che, pirandellianamente, nel sorridere degli eventi, ne scopre il il nocciolo di verità e di tragedia”.

Rari i processi di demistificazione nella storia dei paesi. A Lussu “strenuo e intransigente padre della Repubblica (S. Pertini), il doloroso compito di averlo attuato in occasione della grande Guerra.

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Foiso FOIS, Ritratto di Emilio Lussu, 1953.

ANTOLOGIA

Estratto n° 1 (p. 53-54)

(Il comandante della divisione, generale Leone, si espone a una feritoia, ma non è ferito.)


- Se non hai paura, - disse rivolto al caporale, - fa’ quello che ha fatto il tuo generale.
- Signor sì, - rispose il caporale. E, appoggiato il fucile alla trincea, montò sul mucchio di sassi. Istintivamente, io presi il caporale per il braccio e l’obbligai a ridiscendere.
- Gli austriaci, ora, sono avvertiti, - dissi io, - e non sbaglieranno il tiro.
Il generale, con uno sguardo terribile, mi ricordò la distanza gerarchica che mi separava da lui. Io abbandonai il braccio del caporale e non dissi più una parola.
- Ma non è niente disse il caporale, e risalì sul mucchio.
Si era appena affacciato che fu accolto da una salva di fucileria. Gli austriaci, richiamati dalla precedente apparizione, attendevanto coi fucili puntati. Il caporale rimase incolume. Impassibile, le braccia appoggiate sul parapetto, il petto scoperto, continuava a guardare di fronte.
- Bravo, gridò il generale. – Ora puoi scendere.
Dalla trincea nemica partì un colpo isolato. Il caporale si rovesciò indietro e cadde su di noi. Io mi curvai su di lui. La palla lo aveva colpito alla sommità del petto, sotto la clavicola, traversandolo da parte a parte. Il sangue gli usciva dalla bocca. Gli occhi socchiusi, il respiro affannoso, mormorava:
- Non è niente, signor tenente.
Anche il generale si curvò. I soldati lo guardavano con odio.
- È un eroe, - commentò il generale. – Un vero eroe.

Estratto n° 2 (p.136-138)

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“Uomini contro”

L’ufficiale austriaco accese una sigaretta. Ora egli fumava. Quella sigaretta creò un rapporto improvviso tra lui e me. Appena ne vidi il fumo, anch’io sentii il bisogno di fumare. Questo mio desiderio mi fece pensare che anch’io avevo delle sigarette. Fu un attimo. Il mio atto del puntare ch’era automatico, divenne ragionato. Dovetti pensare che puntavo contro qualcuno. L’indice che toccava il grilletto allentò la pressione. Pensavo. Ero obbligato di pensare.

Certo facevo coscientemente la guerra e la giustificavo moralmente e politicamente. La mia coscienza di uomo e di cittadino non erano in conflitto con i miei doveri militari. La guerra era per me, una dura necessità, terribile, certo, ma alla quale ubbidivo, come ad una delle tante necessità, ingrate ma inevitabili, della vita. Pertanto facevo la guerra e avevo il comando dei soldati. La facevo dunque moralmente due volte. [...]

E intanto non tiravo. [...] Forse era quella calma completa che allontanava il mio spirito dalla guerra. Avevo di fronte un ufficile giovane, inconscio del pericolo che lo sovrastava. Non lo potevo sbagliare. Avrei potuto sparare mille colpi a quella distanza, senza sbagliarne uno. Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo!

Un uomo!

Ne distinguevo gli occhi e i tratti del viso. La luce dell’alba si faceva più chiara ed il sole si annunziava dietro la cima dei monti. Tirare così a pochi passi, su un uomo...come su un cinghiale!

Cominciai a pensare che non avrei tirato. Pensavo. Condurre all’assalto cento uomini, o mille, cento altri o mille altri è una cosa. Prendere un uomo, staccarlo dal resto degli uomini, poi dire: “Ecco, sta’fermo, io ti sparo, io t’uccido” è un’altra. Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un’altra cosa. Un uccidere un uomo così, è assassinare un uomo.

Estratto n° 3 (p.179-180)

( Dopo il tentativo di ribellione dei soldati, alcuni ufficiali dibattono tra di loro)

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COMANDANTE DELLA 11a: Contro chi vuoi impiegare quelle armi?

OTTOLENGHI: Contro tutti i comandi.

COMANDANTE DELLA 11a: E dopo? Aspireresti tu ad essere il comandante supremo?

OTTOLENGHI: Io aspiro solo a comandare il fuoco. Il Giorno X , alzo abbattutto, fuoco a volontà! E vorrei incominciare dal comandante di divisione, chiunque esso sia, poiché son tutti, regolarmente, uno peggiore dell’altro.

COMANDANTE DELLA 11a: E dopo?

OTTOLENGHI: Sempre avanti, seguendo la scala gerarchica. Avanti sempre, con ordine e disciplina. Cioè, avanti per modo di dire, poiché i nostri veri nemici non sono oltre le nostre trincee. Prima quindi, dietro front, poi avanti avanti sempre.

UN SOTTOTENENTE: Cioè, indietro.

OTTOLENGHI: Naturalmente. Avanti sempre, avanti, fino a Roma. Là è il gran quartiere generale nemico.

COMANDANTE DELLA 11a: E dopo?

OTTOLENGHI: Ti pare poco?

UN SOTTOTENENTE: Sarà un bel pellegrinaggio.

OTTOLENGHI: Dopo? Il governo andrà al popolo.

COMANDANTE DELLA 10a: Se tu farai marciare l’esercito su Roma, credi tu che l’esercito tedesco e quello austriaco resteranno fermi in trincea? O credi che, per far piacere al nostro governo del popolo, i tedeschi rientreranno a Berlino e gli austri-ungarici a Vienna e a Budapest?

OTTOLENGHI: A me non interessa conoscere quello che faranno gli altri. A me basta sapere ciò che io voglio.

COMANDANTE DELLA 10a: Cotesto è molto comodo, ma non chiarisce il problema. Che significherebbe, in sostanza, la tua marcia indietro? La vittoria nemica, evidentemente. E tu puoi sperare che la vittoria militare nemica non si affermerebbe, sui vinti, anche come vittoria politica? Nelle nostre guerre d’indipendenza, tutte le volte che i nemici hanno vinto, non ci hanno essi portato, sulle loro baionette, i Borboni a Napoli e il Papa a Roma? Quando gli austriaci ci hanno battuto, a Milano e in Lombardia e nel Veneto, è il governo del popolo che essi hanno messo o lasciato al potere? Con i nostri nemici vittoriosi, in Italia son ritornate le dominazioni straniere e la reazione. Tu non vuoi certo tutto questo?

OTTOLENGHI: Certo, io non voglio tutto questo. Ma non voglio neppure questa guerra che non è altro che una miserabile strage.

Emmanuelle Genevois
Paris
Maître de conférences et traductrice

BIBLIOGRAFIA

Opera di riferimento:

  • Emilio Lussu, Un anno sull’Altipiano, Torino, Einaudi (intr. Mario Rigoni Stern), 2000.
  • Emilio Lussu, Les hommes contre, traduction française de Un anno sull’Altipiano, par E.Genevois, J.Monfort, Denoël, 2005. A paraître en édition de poche chez Arléa (avril 2015).

Bibliografia generale:

  • Mario Isnenghi, Il mito della grande guerra, Bari Laterza, 1970.
  • Paul Fussell, La grande guerra e la memoria moderna, Milano, Mursia, 1984.
  • Fabio Todero, Pagine della grande guerra, scrittori in grigioverde, Milano, Mursia, 1999.
  • Scrittori in trincea, la letteratura e la Grande Guerra, a. c. di Fulvio Senardi, Roma, Carocci, 2008.
  • A. Compagnon, La Grande Guerre des écrivains, d’Apollinaire à Zweig, Paris, Gallimard, 2014.

Opere specifiche:

  • Paola Sanna, Emilio Lussu scrittore, Padova, Liviana, 1965.
  • L’uomo dell’Altipiano, riflessioni, testimonianze e memorie su E. Lussu, a. c. di E. Orru e N.Rudas, Cagliari, Tema, 2003.
  • P. Pozzato, G.Nicolli, 1916-1917, Mito e antimito, Un anno sull’Altipiano con Emilio Lussu e la Brigata Sassari. Bassano del Grappa, Ghedina e Tassotti, 1991; All’inchiesta dei due storici, ha risposto Fabio Todero. Ammettendo “non poche sviste” da parte dell’autore, Todero ricorda che nel libro di Lussu “più che il puntuale resoconto di una successione di fatti, conta piuttosto l’intonazione generale”, L’uomo dell’Altipiano, p. 470.

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LINK INTERNI:

- Letteratura italiana. 1914-2014 Raccontare la Grande Guerra: la voce degli scrittori. Articolo introduttivo di questo Mensile Altritaliani a firma di Giovanni Capecchi e Fulvio Senardi.

- Altri contributi, altre voci di scrittori di questo Mensile nel Centenario della Prima Guerra Mondiale


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