Altritaliani
Cinema. Uscita nazionale in Francia.

Contes italiens. I fratelli Taviani raccontano il “Maraviglioso Boccaccio”

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martedì 9 giugno 2015 di Catello Masullo, Massimo Rosin

Uscito in Italia da fine febbraio, ecco dal 10 giugno al cinema in Francia “Contes italiens”, il film di Paolo e Vittorio Taviani basato sulle storie del «Decamerone» di Boccaccio con un cast d’eccezione. Si può raccontare il mondo di oggi, fatto di contraddizioni sociali sempre più acute, di intolleranze religiose, di guerre, pensando alla peste del 1348 e al “Decameron” di Boccaccio? Ecco le opinioni divergenti di due dei nostri critici.

Firenze, 1300: una terribile pestilenza ha colpito la città e ne falcidia la popolazione. Dieci giovani decidono di lasciare la città per raggiungere una villa in collina. Per trascorrere il tempo si danno il compito di raccontare, a turno, delle novelle, che hanno protagonisti prima Catalina e Nicoluccio, poi Calandrino e Buffalmacco, poi il Duca Tancredi e Ghismunda e Guiscardo, ed ancora la Badessa Usimbalda e suor Isabetta, ed infine Federico e Ranuccio...

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La Peste. Foto Umberto Montiroli

La recensione di Catello Masullo, da Roma.

Ispirato al “Decamerone” di Giovanni Boccaccio. I “mitici” fratelli Taviani, l’84-enne Paolo, e l’86-enne Vittorio, di San Miniato (Pisa), sono delle colonne del cinema d’autore italiano. Autori di opere epocali, come "La notte di San Lorenzo" del 1982, Gran Premio della Giuria e il Premio della Giuria Ecumenica al Festival di Cannes e cinque David di Donatello (miglior film, miglior regia, miglior direttore della fotografia, miglior montaggio e miglior produttore), avevano esordito con "Un uomo da bruciare" (1962), cui seguirono :"I fuorilegge del matrimonio" (1963), "I sovversivi" (1967), "Sotto il segno dello Scorpione" (1969), "Allonsanfàn" (1973), "Padre padrone" (1977) che vince la Palma d’Oro e il Premio della Critica al Festival di Cannes. Già nel lontano 1986 (quasi 30 anni fa), a Paolo e Vittorio venne attribuito il Leone d’Oro alla carriera alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Forte il legame con le opere letterarie: "Kaos" (1989) è tratto dalle novelle di Pirandello e "Le affinità elettive" (1996) sono tratte da Goethe, da Tolstoj "Il sole anche di notte" (1989), "Padre Sergio", "Resurrezione" (2001), dalla scrittrice armena Antonia Arslan "La masseria delle allodole", dal ’Giulio Cesare’ di Shakespeare "Cesare deve morire" (2012), Orso d’oro a Berlino e 5 David di Donatello 2012 - tra cui miglior film e miglior regia - e "Nastro d’Argento dell’anno".

Mancava, ai due toscanacci, un’opera (interamente) ispirata al Boccaccio. Alla quale pensavano, con tutta probabilità, da decenni. Ed ecco, finalmente, la loro versione del “Decamerone”. Fortemente originale. E, ovviamente, non c’è da stupirsi. Primo elemento di distinzione è la pestilenza di Firenze descritta da Boccaccio. Non presente nelle innumerevoli illustrazioni precedenti, anche in quella celeberrima di Pasolini. Potentissima metafora della presente condizione mondiale, devastata e dilaniata dall’orrore delle efferate esecuzioni del califfato islamico, dalla dilagante corruzione, dalla crisi economica, dalla disaffezione politica (nessuno va più a votare in Italia), dalla sfiducia dei giovani che non studiano e non cercano un (peraltro improbabile) lavoro, lasciandosi andare. La peste moderna, dalla quale ci potrà preservare solo la cultura e la bellezza. Quella di cui vanno alla ricerca i giovani protagonisti di questo film. Che rappresentano la voglia di vivere e la speranza per il futuro.
Altra nota di originalità, la mancanza di toni “boccacceschi”, nella più comune accezione. Il film è, invece, raffinato, elegante, colto. Visivamente affascinante e curatissimo. Di straordinaria attualità (i personaggi sono vestiti ed ambientati nel ‘300, ma sono descritti come sono oggi). Rigoroso. Poco incline alla spettacolarizzazione trita ed alla velocizzazione frenetica di gran parte del cinema commerciale di consumo. Da non perdere per i palati fini.

Curiosità 1: in tutto il film c’è sempre separazione netta tra il racconto dei giovani e la illustrazione visiva delle novelle (anche nei volti, per lo più sconosciuti, dei ragazzi “raccontatori”, contrapposti a quelli delle più celebri star del nostro cinema per le novelle “raccontate”). Tranne che in un caso. Quello della terza novella, del duca Tancredi, Ghismunda e Guiscardo, nella quale il personaggio “raccontato”, interpretato da Kasia Smutniak, esce dal racconto per irrompere nella realtà delle ragazze “raccontatrici”, un po’ come faceva il protagonista de “La Rosa Purpurea del Cairo” di Woody Allen, che usciva dallo schermo per andare ad incontrare fisicamente i suoi fans. Ed è un ruolo fortemente evocativo quello della Smutniak, centrale, significante, che non si arrende, sino ad arrivare a dire che amerà il suo amato anche da morta, se potrà.

Curiosità 2: Paola Cortellesi è stata scritturata dai Taviani in occasione di un casuale incontro in libreria. Le dissero : abbiamo un ruolo che solo tu puoi fare. Quando ha letto nella sceneggiatura che si trattava di una donna che doveva mettere mutandoni sulla testa, ha capito...

FRASI DAL CINEMA:
“Domani io vado via da sola, lascio a voi la sera fare il conto dei morti della giornata. Io vado in collina a respirare!” (una delle ragazze alle amiche).

“Tu esci dall’inferno.
No. Io vengo dal paradiso!”. (Flavio Parenti e Vittoria Puccini).

“E’ il diavolo che ci insegna il proverbio giusto : chi mangia e beve bene, caca forte e non ha paura della morte”.

“Noi, signore, si può qualcosa senza amore? Nulla, nulla!”. (Michele Riondino a Lello Arena)

“In un angolo della vostra anima siete tutte ree femmine. Molte non lo nascondono, io non lo nascondo, perché così fummo fatte, spirito e carne... ora, chetamente, cercate di darvi il più buon tempo che potete!”. (Paola Cortellesi alle altre suore).

Catello Masullo

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La recensione di Massimo Rosin, da Venezia.

Ritorna, sul grande schermo, Giavanni Boccaccio. Questa volta sono i fratelli Taviani a misurarsi con lui. A distanza di ben 44 anni dall’altro film, “Il Decameron” diretto da Pierpaolo Pasolini, recuperano la parlata toscana, completamente ignorata dal regista friulano che, forse ricordando la gioiosa giovinezza di Boccaccio, che a Napoli visse per ben dodici anni, volle che in tutto il film si parlasse solo nelle cadenze partenopee, adottandone pure i ritmi e i suoni così vivi e spontanei.

La Toscana quindi, è lo sfondo per questo Decamerone. Ma sul film della dolcezza dei suoi pendii poco si coglie, così come del carattere gioioso in cui la trama del libro è intessuta. Perchè chiamarlo “Maraviglioso” quando a questa definizione non corrisponde alcuna nota che ce lo rende tale?

Tralasciando le scene iniziali che ci riportano alla peste del 1348, alle paure per ogni tipo di contagio, il film prosegue attraverso il desiderio di fuggire operato da un gruppo di tre ragazzi e sette ragazze. La narrazione è ben delineata entro una cornice precisa, dove però mancano quegli elementi che avrebbero potuto farceli apparire “maravigliosi”, cioè indimenticabili. Trattasi di un film mancato? Di una traduzione che, nella sua radice iniziale nasconde anche un tradimento? “È tutto un insieme di cose” avrebbe detto Paolo Conte se si fosse improvvisato critico cinematografico. Si, perchè, dosi, qualità dei prodotti, grammatura degli ingredienti erano meticolosamente elencati nella ricetta del Boccaccio, ma il risultato finale è lì: una bella torta che sa poco di torta. L’assaggi e ti delude...

Questo è il senso che il film mi ha trasmesso. Ma vediamo meglio il quadro: le recitazioni sono di buon livello. Ho apprezzato quella di Kim Rossi Stuart nella parte del povero Calandrino alle prese con la pietra nera che dona l’invisibilità, così pure quella di Nicoluccio che abbandona la moglie morente, trovata e poi assistita da Gentile Garisendi (interpretato da uno scialbo Riccardo Scamarcio). Il resto è nel copione di una linearità fin troppo scontata. Fatto questo che ha impedito al film di collocarsi tra quelli “da ricordare”. Persa così anche l’occasione di vedere il volto nuovo di questa “lieta brigata novellatrice” (per Boccaccio era forse uno degli temi dominanti). Così gioventù e freschezza d’immagini mi sono apparse un po’ sbiadite, anche per la scelta delle novelle operate dai registi.

Peccato, mi verrebbe da dire. I Taviani forse dovranno tornare a rileggere il Decamerone e capire, col senno di poi, dove stavano i segreti della narrazione boccaccesca, tutte così evidenti (l’enfasi dolce di chi raccontava, lo stupore di chi ascoltava). Elementi, questi, fin da subito leggibili. Sono stati gli occhi dei registi, troppo stanchi, ad impedirci di scoprire qualcosa in più?

Splendidi i costumi di Lina Nerli Taviani, sorella dei due. Pessimo l’uso della colonna sonora (Verdi, Rossini, nati secoli dopo Boccaccio non possono coesistere in epoca medievale. Si fossero documentati meglio avrebbero trovato musiche di ottima fattura nelle composizioni di Guillaume de Machaut, Philippe de Vitry, Gherardello da Firenze).

Massimo Rosin

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TITOLO : MARAVIGLIOSO BOCCACCIO, in Francia CONTES ITALIENS
REGIA : Paolo Taviani , Vittorio Taviani
SCENEGGIATURA: Paolo Taviani , Vittorio Taviani
ANNO: 2015
DURATA:120’
SOGGETTO : LETTERARIO, POETICO, METAFORICO
Distribuzione in Francia Bellissima Films

Cast: Lello Arena - Paola Cortellesi - Carolina Crescentini - Flavio Parenti - Vittoria Puccini - Michele Riondino - Kim Rossi Stuart - Riccardo Scamarcio - Kasia Smutniak - Jasmine Trinca - Josafat Vagni - Eugenia Costantini, - Miriam Dalmazi

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