Altritaliani
Presentazione dell’argomento del Mensile

Esci dentro, oppure l’esterno dell’interno dell’esterno

(Jesc dint... in napoletano)
martedì 6 ottobre 2009 di Angela Verrastro

Per delimitare uno spazio, per distinguere l’interno dall’esterno, non è necessario un muro o una soglia. Il dentro e il fuori possono essere annunciati da suoni, odori, vista, sensazioni. Circoscrivere uno spazio è di fondamentale importanza per l’uomo, è un’impronta, una traccia dell’esistenza, una manifestazione tangibile dell’abitare lo spazio.

"Porzione di spazio idealmente o materialmente circoscritto” questa è la definizione che lo Zingarelli dà di luogo; significa che possiamo concepire un luogo come tale anche se non ha un perimetro fisico delineato.

Permettere all’uomo di modificare il proprio ambiente non porterà probabilmente a dei risultati artistici o carichi di significati esistenziali, ma ciò che è sicuro e che gli permetterà di adattare lo spazio alle sue esigenze, rispecchiando veramente le proprie richieste, che nel momento in cui cambieranno, produrranno ancora nuovi scenari.

Chiunque interviene sullo spazio, spostando una porta, aprendo una finestra, scrivendo sui muri della città, dipingendo la facciata : questa operazione è l’inizio del “fare ordine”, che secondo De Martino è la maniera in cui il soggetto si radica nel mondo.

La costruzione dell’identità attraverso lo spazio avviene, per i giovani e gli adolescenti, con l’arredamento della propria camera che è un controaltare alla casa stessa; la camera dell’adolescente diventa l’interno e la casa diventa esterno attuando un passaggio dall’interno (camera) all’esterno (casa) all’interno (casa rispetto alla città).

Lo spazio, generalmente, viene organizzato, ordinato e concepito da un gruppo sociale e dagli attori che lo costituiscono, in base a un sistema complesso e articolato di categorie e rappresentazioni, venendo, in questo modo, investito di un valore sociale e collettivo. Il dispositivo spaziale, infatti, può essere considerato come un’espressione dell’identità del gruppo, data la stretta relazione tra spazio e azione sociale.

Come ha scritto Robert Park: “La città affonda le sue radici nelle abitudini e nei costumi dei suoi abitanti. Di conseguenza essa possiede una organizzazione morale oltre che fisica. [...]. É soprattutto la struttura della città che ci impressiona con la sua evidente vastità e complessità; tuttavia questa struttura ha la sua base nella natura umana e ne costituisce un’espressione” . [1]

Nella seconda rivoluzione industriale era tipico il sistema di produzione della catena di montaggio, conosciuto come modello fordista. L’operaio viene percepito come un soggetto privo di identità ridotto ad una semplice funzione ed esprime il disagio per la disumanizzazione causata dai ritmi alienanti della catena di montaggio. La fabbrica esemplifica, chiaramente, l’immagine della città con la sua stratificazione sociale, assume il ruolo di città nella città, regolata dal ritmo della produzione delle macchine. Ci troviamo di fronte ad una netta separazione tra la classe borghese e quella operaia. L’opposizione tra le due classi è resa evidente dalla separazione dello spazio in cui queste vivono.

Il processo di trasformazione delle città è, quindi, un processo di razionalizzazione in cui l’aspetto culturale e l’aspetto economico vanno considerati di pari passo. “La città è la sede naturale dell’uomo civile. Per questo motivo essa costituisce un’area culturale.” [2] Essa possiede un’organizzazione sia morale che fisica, che interagiscono l’una con l’altra.

Per quanto riguarda la sfera fisica, la città può essere concepita come una scacchiera, cioè una costruzione artificiale che può essere scomposta: si tratta di tanti piccoli mondi contigui che non si compenetrano. Ognuna di queste zone permette a ciascun individuo di collocarsi nel luogo in cui si rispecchia maggiormente. La popolazione tende a distribuirsi non solo secondo i suoi interessi, ma anche secondo i suoi gusti. In questo modo qualsiasi quartiere può assumere le caratteristiche di regione morale, vale a dire una regione in cui prevale un codice morale deviante dettato da gusti, passioni e interessi insiti nella natura dell’uomo.

Nel corso del processo di modernizzazione le città hanno attraversato fasi di profonda trasformazione: i cambiamenti dei modi di produzione e della capacità produttiva, l’evoluzione dei sistemi di trasporto e l’avvento della comunicazione telematica, hanno imposto un rimodellamento e una riconfigurazione dello spazio urbano.

L’eccessiva rapidità con cui è possibile far viaggiare persone, informazioni, capitali e merci svincola gli individui e le situazioni dai contesti locali concreti. In queste condizioni non è facile che si sviluppi un senso d’appartenenza che è, generalmente, fondato su un’affinità con i luoghi, su una loro riconoscibilità legata a processi di simbolizzazione; in risposta all’omologazione e alle continue trasformazioni, i “cittadini globali” hanno sempre più spesso una identità multipla. Una città nuova sta nascendo al posto della città moderna tradizionale: è la città postmoderna. Il mondo postmoderno è costruito proprio per rispondere a questa pluralità di simboli, valori e identità. In tale scenario, tanto mutevole ed effimero, le identità sono sempre più temporanee, limitate e superficiali, e possono essere trasformate, acquisite ed abbandonate con estrema facilità per poter rispondere alle diverse situazioni quotidiane. La metropoli è quindi il luogo della società in cui, secondo Simmel, l’uomo gode della maggior libertà possibile, libertà che deriva anche da quel riserbo, quell’indifferenza e quel distacco che caratterizzano i rapporti interpersonali metropolitani. Purtroppo l’altra faccia di questa maggior libertà è che “… nella folla metropolitana […] ci si sente tanto soli e sperduti come non mai…” . [3] La preoccupazione del postmoderno nei confronti della bellezza, della ricchezza, della decorazione e della storia, consente al tempo stesso l’utilizzazione di motivi e di iconografie di ogni tipo a partire dal barocco, il rococò e il neoclassico per arrivare al pop e al manierismo. Le citazioni, integrando frammenti di un passato riattualizzato, diventano l’emblema dell’architettura postmoderna. In risposta alle strategie di riconversione produttiva e al mercato globale, le metropoli del terzo millennio creano un’immagine di sé stesse che sia in grado di attrarre imprese, persone e capitali. D’altra parte la realtà è considerata ed accettata come tale solo se è somigliante all’immagine che ne danno i media: come in un eterno Truman show (film di Peter Weir), il quotidiano mima il mondo della televisione, proponendosi come spettacolo continuo.

Il quotidiano è la casa e anche lì l’esterno, come la tv e internet, si impone: attraverso questi due oggetti l’esterno entra nell’interno. I confini, quindi, tra realtà e immaginario diventano labili e impercettibili. È questa l’immagine della città del XXI secolo per Amendola; gli elementi connotativi di questa metropoli sono l’indeterminatezza, la frammentarietà, il patchwork, la delegittimazione dei codici e delle convenzioni, l’ironia, l’ibridazione, l’edonismo, il trasformismo, la crisi dell’identità, il soggettivismo. La crisi d’identità, la frammentarietà e il soggettivismo portano i soggetti, o perlomeno il mercato, a immaginare le case del futuro iper tecnologiche, dove non è più necessario uscire di casa per fare qualsiasi cosa. Allora si può pensare che siamo nell’era della città edonistica come diceva Marcuse? No! Per quello c’è internet, dove si può creare una second life o utilizzare la wifi per fare sport, yoga e qualsiasi altra cosa. Ci ritroviamo quasi in un passaggio successivo al postmoderno. Se per quest’ultimo c’è l’annullamento spazio-tempo, ora siamo all’annullamento della dicotomia interno-esterno fisico: l’esterno collettivo entra nell’interno individuale.

Espressione della fantascienza urbana della postmodernità e della questione interno esterno è il film di Ridley Scott, “Blade Runner”. Grattacieli ovunque, segnali luminosi e video pubblicitari giganti che colpiscono immediatamente la nostra attenzione, mentre gli abitanti della futura Los Angeles sembrano esserne indifferenti, muovendosi come automi tra la folla, sotto un’incessante pioggia. Brandelli di epoche, lontane nello spazio e nel tempo, si sovrappongono in modo amorfo. La cinepresa ci mostra un universo caotico, disordinato. Anticipando un’epoca in cui la scienza agisce priva di legislazioni in materia bioetica, il film opera una rivoluzione nella rappresentazione degli esseri artificiali, prodotto di una tecnologia altamente avanzata. La differenza tra l’uomo ed il suo simulacro diviene labile, invisibile, impalpabile e pertanto intrinsecamente e irreparabilmente inquietante e perturbante. I personaggi non hanno più bisogno di credere in una differenza tra il naturale e l’artificiale, ma cercano coscientemente l’ibridazione con la tecnologia, sia tramite alterazioni tecno-cibernetiche, sia attraverso la manipolazione genetica. Qui il dentro e il fuori si mescolano e ciò che un istante fa era esterno diventa interno, come un bypass nel cuore. Il confine tra naturale e artificiale, tra interno e esterno sembra essere identificato per la società di Blade Runner con la capacità di provare emozioni, sentimenti; sembra risiedere in un luogo diafano, oscuro alla visione, l’anima, che da sempre si presenta come l’elemento misterioso e distintivo dell’uomo, che lo innalza al di sopra delle altre creature dell’universo. Blade Runner arriva ad infondere nello spettatore il sospetto che le creature artificiali siano “more human than human”, dove quest’affermazione di uno dei personaggi, intesa ad indicare doti fisiche, sembra allargare il suo significato fino a comprendere qualità morali, fino a comprendere l’anima.

Non sono luddista ma credo sia importante la modalità con cui la tecnologia debba essere usata. Interno-esterno-interno, casa-città, anima-corpo. L’identità si basa sull’alterità, se c’è troppa omologazione va da sé che l’identità va in crisi. Se il tempo continua a ridursi, se la distanza spazio-tempo si annulla non avremo né il tempo né lo spazio per creare la nostra identità che sia individuale o collettiva.

Angela Verrastro

***

Nota biografica: Angela Verrastro laureata in antropologia culturale/visuale alla Federico II di Napoli, dottoranda in antropologia culturale alla Sorbonne, socia fondatrice dell’associazione antrocomonluscampania

[1Robert E. Park, Ernest W. Burgess, Roderick D. Mckenzie, La città, Torino, Edizioni di Comunità, 1999, p. 7.

[2Robert E. Park, Ernest W. Burgess, Roderick D. Mckenzie, La città, Torino, Edizioni di Comunità, 1999, p. 6.

[3Simmel G., Metropoli e personalità, in Elia Gian Franco, Milano, Urlico Hoepli Editore, 1971, p. 52


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