Altritaliani

Se Venezia muore. Il grido d’allarme di Salvatore Settis.

martedì 20 gennaio 2015 di Massimo Rosin

“Se Venezia muore” non è il preludio al già noto “La morte a Venezia” scritto da Thomas Mann nel 1911, ma il titolo di un libro uscito 103 anni dopo, di Salvatore Settis, eminente archeologo e storico dell’Arte della Normale per conto di Einaudi Editore. Già, se Venezia perde la sua anima, se muore, che si fa?

La domanda, buttata là come una drammatica ipotesi può cogliere di sorpresa chiunque dia per scontato che ciò non avverrà mai, non è peregrina, sembra dirci a più riprese Settis che, in questo suo ultimo libro, ne prospetta varie e possibili cause. La ricchezza ed il fascino dei suoi contenuti, le sapienti citazioni riportate, fanno di questo volume un caso unico nella recente pubblicistica sulla città lagunare. Un libro da leggere con attenzione particolare e che offre una riflessione alta.

Lo scrittore ha saputo guardare dentro a Venezia con occhi nuovi portando “a galla” una realtà nient’affatto scontata, ben più grave di quanto gli occhi dei più attenti osservatori potessero vedere. Settis non indugia. Ci dice che su Venezia non si può più mettere la testa sotto la sabbia. E le ragioni sono tante.

Da parte mia ho cercato di capire il senso del suo appello. Mano a mano che procedevo nella lettura, ho intuito per intero il dramma che la mia città vive, comprese anche le nefandezze di chi, nel nome assoluto della sua salvezza, persegue in verità fini opposti. Come altre città modello (Atene, Roma, Parigi ecc.), Venezia, a ragione della sua unicità, ha un valore assoluto che andrebbe mantenuto tale, non fosse che i suoi custodi, quelli di ieri e di oggi, sono impegnati a derubarla dei suoi ultimi gioielli...

Settis indica che il degrado della città va letto in molti modi e che non è solo quello fisico il più dannoso: l’erosione delle rive, i mancati scavi dei suoi rii, la scarsa manutenzione degli intonaci dei palazzi straordinari, l’acqua salata che, entrando dentro, ha scavato voragini profonde.

Preoccupa assai pure l’esodo massiccio dei suoi abitanti, specialmente quelli delle ultime generazioni, impossibilitati ad accedere al mercato delle case, salite a prezzi altissimi da speculazioni ingiustificate. La popolazione residente a Venezia il 30 giugno 2014 era di 56.684 abitanti, la metà di quanta ve ne fosse nel 1971 (108.426) a cui fa da contraltare un numero di turisti che cresce anno dopo anno, le cifre di questo 2014 dicono che sono più di 25 milioni quelli venuti a visitarla. E’ dunque così ampia la sproporzione fra cittadini residenti e turisti? Sì, e le conseguenze sono state inevitabili.

La città forse più famosa al mondo, Venezia, vanta un numero impressionante di imitazioni. La prima è del 1908, ideata da Abbot Kinney, industriale del caffè, che volle cambiarle però il nome, mettendole quello più comprensibile di “Venice of America”, dando vita ad una città - parco, fonte di divertimenti e guadagni. Negli anni seguenti, Venezia, per gli americani, diventò una specie di ossessione, replicarla quasi un dovere. Sono ben 27 le città che portano il suo nome, per non parlare del Brasile che ne conta solo, si fa per dire, 22. C’è poi lo Stato del Venezuela che pare abbia fatto derivare il suo nome dalla città italiana solo per il fatto che l’area di Maracaibo è costruita su palafitte. E in Europa? Pure qui, non mancano gli accoppiamenti: in Portogallo c’è Aveiro, poi Amsterdam, Amburgo, Bruges, Stoccolma, Pietroburgo, tutte a fregiarsi il titolo di “Venezia del Nord”, sentendosi imparentate con la città dei Dogi solo per qualche canale che le interseca...

I nemici della città esistono, travestiti in vario modo. Pure quelli di carattere culturale hanno dato le loro mazzate. Chi non ricorda Filippo Tommaso Marinetti, uno dei padri del futurismo, che nel 1910 distribuì in Piazza S.Marco un manifesto, divenuto in seguito famoso, Contro Venezia passatista? “Noi vogliamo guarire e cicatrizzare questa città putrescente, piaga magnifica di passato. Noi vogliamo preparare la nascita di una Venezia industriale e militare che possa dominare il Mare Adriatico, gran lago italiano. Affrettiamoci a colmare i piccoli canali puzzolenti con le macerie dei vecchi palazzi crollanti e lebbrosi. Bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini...”. Delle stravaganze di Marinetti si sa molto. Voleva pure asfaltare piazza S.Marco per farvi arrivare gli aerei che, con tanta disinvoltura, si sarebbero impadroniti del più bel salotto della città.

Pure Giovanni Papini, nel 1913, non fu da meno: “Firenze ha la vergogna, insieme a Roma e Venezia, d’essere una di quelle città che non vivono col lavoro indipendente dei lor cittadini vivi, ma collo sfruttamento pitocco del genio di padri e della curiosità dei forestieri. Siamo bidelli di sale mortuarie e servitori di vagabondi esotici”. È dunque questa la sorte toccata ai cittadini? Parrebbe di sì, visto che in loro non insorge, per ora, nessuna reazione, né si vede all’orizzonte chi sappia ridare loro dignità.

In tempi recentissimi lo stilista trevigiano Pierre Cardin voleva, a ridosso di Venezia, portare pure lui, quel tocco di modernità che tanto manca alla città: un bel grattacielo da edificarsi nella zona industriale di Porto Marghera, la cui altezza (250 metri) sarebbe stata visibile a Venezia con le sue sfavillanti luci. Non a caso si sarebbe chiamato “Palais Lumière”.

Su Venezia incombono altre sciagure travestite da soluzioni. Ultima, e forse la più grave, è quella dell’illegalità e della corruzione che l’indagine della Guardia di finanza ha messo in luce. In un saggio scritto da Giavazzi-Barberi: Corruzione a norma di legge. Le lobby delle grandi opere affondano l’Italia si legge: “...infrazione delle regole e corruzione delle regole non sono fenomeni indipendenti l’uno dall’altro, anzi. Le leggi sono state violate per arricchire imprese e politica”. Ecco, al momento, il cancro che sta portando a morte la città.

Per strano che possa sembrare, le infrastrutture messe in moto dai lavori del MoSe sono invecchiate prima di essere realizzate. Nel 1986 Craxi disse che il progetto si sarebbe concluso entro il 1995. I suoi costi sono ancora al di là dall’essere definiti. Si sa solo che hanno inghiottito 6,5 miliardi di Euro di denaro pubblico a cui va aggiunto il miliardo e mezzo di manutenzione una volta che il progetto ch sarà concluso... In assenza di regole, imprese e politica hanno viaggiato sul treno di una immoralità indecente. Imprenditori e politici hanno patteggiato le loro condanne, restituendo cifre irrisorie. Il sindaco Orsoni, l’ex presidente della Regione Veneto ed ex Ministro Giancarlo Galan, assieme al suo collega Chisso, se la sono cavata con pene minime, irridendo quanti sognavano per loro pene esemplari.

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Salvatore Settis

Ma Venezia non è solo corruzione, sembra dirci Settis, ed il suo popolo non è fatto solo da turisti. Ma è un organismo entro cui scorre il sangue vivo che circola in quelle vene che sono strade e piazze, ed inoltre è il custode e l’artefice della memoria. Al tempo stesso lo scrittore non vorrebbe che i veneziani fossero “quasi superstiti di una deforestazione, mentre la loro città è costantemente, quotidianamente invasa da milioni di stranieri”.

Quando anche la fantasia si mette di traverso non c’è limite al peggio. In questo caso è l’architetto belga Julien de Smedt che, assieme ai colleghi dello studio JDS di Bruxelles e Copenhagen, ci fa sapere che per proteggere e salvare Venezia dalle sue acque alte, in considerazione che questo fenomeno, per l’innalzamento del riscaldamento globale, sarà sempre più frequente, si potrebbe descrivere lo scenario futuro: quello del 2060. Il suo progetto “Acqualta 2060” prevede un nuovo limite che impedisce di entrare a Venezia, perché solo opponendovi una barriera sarà possibile conservarla. “Sarebbe una nuova cornice e una nuova prospettiva su Venezia per conservare la città storica e per godersela”. E com’è questa città lineare? E’ una lunga costiera (Waterfront) che si estende di fronte a Venezia: e se il clima si surriscalderà ancora, perché non pensarla come la Copacabana italiana, una lunga spiaggia sommersa dalla vegetazione tropicale? Dice Settis: “Provocazione o profezia? Questo testo ha due implicazioni significative: da un lato strappa Venezia al suo contesto storico e geografico e la proietta su altre latitudini vedendola come una periferia mondana di Rio de Janeiro. Dall’altro la considera una città non da vivere, ma da guardare da lontano, più una veduta che la casa di una comunità vivente di uomini e donne.”

C’è poi chi una “Venice-miniatur” la vuole proporre proprio a Venezia. Si dovrebbe chiamare “Veniceland” e troverebbe la sua collocazione nell’isolotto di Sacca S.Biagio a Sacca Fisola, nello spazio che una volta ospitava un inceneritore che fu poi chiuso per le dispersioni tossiche di diossina. A volerlo è il colosso delle giostre Zamperla, tentato dal progetto del “parco a tema” dedicato alla storia e alla cultura della città, per ricordare ai visitatori l’epoca in cui Venezia era una potenza economica di valore assoluto.

Le perverse fantasie su Venezia vengono anche dagli organi ufficiali dello Stato che, in ossequio al tema dominante del libero mercato, hanno tentato di dare una stima a Venezia. Alcuni onorevoli “padri della patria” (Berlusconi, Calderoli, Tremonti, Bossi, Maroni, Brunetta) in un decreto legislativo n°85 del 2010 (lo si trova nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana e pure nel sito del Demanio Italiano) hanno prezzato 75 proprietà solo nel comune di Venezia, includendovi anche un’isola (quella delle Certosa) che varrebbe 28.854.000 €. Inclusi nella lista altre proprietà meno famose. “Non si possono scorrere le 536 pagine di questo elenco senza trasecolare”, dice Settis forse al culmine della sopportazione.

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No alla svendita di Villa Hériot!

Ma la cosa non si è fermata lì. Il Comune di Venezia, per un bisogno estremo di risanare le sue vuote casse, ha venduto per la cifra di 6 milioni di euro il Fontego dei Tedeschi, sede storica delle P.T., al gruppo Benetton proprietario di un’altra palazzina distante solo poche decine di metri. Il punto vendita è proseguito alla Giudecca con Villa Heriot, il cui prezzo (10 milioni di Euro) era forse superiore alle possibilità del gruppo Cipriani (proprietario del famoso Harris’Bar). Negli anni ’50 il Comune acquistando Villa Heriot ne cambiò il suo uso abitativo, trasformandola in scuola pubblica che continuò a restare tale per oltre un trentennio. (Chi vi scrive ha per questa palazzina un affetto particolare avendola frequentata per tutto il tempo della scuola elementare). “Stiamo diventando italiani senza più l’Italia”, come ha commentato Ernesto Galli della Loggia?

Settis è duro anche con chi ha permesso si utilizzasse il canale della Giudecca per farvi passare le Grandi-Navi. “Nulla è peggio quanto la quotidiana invasione di gigantesche navi-grattacielo che colonizzano la città deturpandola, vere astronavi del "moderno", templi del consumismo che annientano lo skyline di Venezia. Come i colossali alberghi di Las Vegas, queste navi con migliaia di posti letto vengono spacciate per lusso "esclusivo" ma sono macchine per macinare i piaceri straordinari di una finta opulenza... Santuari effimeri di un rito salutista.Le grandi-navi fanno di tutto per somigliare ad una neo-città addensata in un grattacielo, con dentro centri commerciali, palestre, teatri, casinò, piste di pattinaggio su ghiaccio, percorsi jogging, campi sportivi... Il momento di gloria di queste navi è quando esibiscono la loro pomposa arroganza violando il bacino di S. Marco sfidando con la loro mole pacchiana, la millenaria basilica, i cavalli di bronzo strappati dai dogi a Bisanzio, il Palazzo Ducale. Molto più alte dei nobili edifici del Canal Grande, le navi penetrano nel cuore di Venezia per osservarne la bellezza, ma la oscurano e la offendono, alterandone la percezione anche per chi è a terra o in gondola o su un vaporetto di linea. A Ca’ Farsetti, per limitare il moto ondoso, si impongono regole sempre più severe per tutti i natanti che lo attraversano, ma si chiudono gli occhi sui passaggi di questi mostri d’acciaio. Il 22 settembre 2013 davanti a S. Marco ne sono passati, come in una sfilata di alta moda, ben tredici...”

Ma il libro di Settis non è solo un elenco dei mali, alcuni gravissimi, che affliggono Venezia. Contiene pure alcuni suggerimenti che darebbero la possibilità alla città stessa di non venire considerata più come “una reliquia del passato” e per questa ragione messa in una bacheca e guardata solo come un oggetto prezioso. La città deve continuare nel ruolo che le è stato proprio, ossia quello di una città del passato che ha sempre guardato al futuro. Dice ancora Settis: “L’ingannevole cosmopolitismo delle folle di turisti che invadono Venezia non contribuisce in nulla a creare questi nuovi necessari orizzonti di una cittadinanza che non sia solo "jus sanguinis" e nemmeno "jus solis", ma "jus voluntatis", la consapevole volontà di sentirsi cittadini. Per Socrate, nel Critone, la cittadinanza è un patto fra il cittadino e la sua patria e implica una scelta e comporta obblighi: chi resta nella polis deve seguirne le leggi, se non adoperarsi per cambiarle.”

L’appello finale dello scrittore è di quelli che non si commentano: “Ai veneziani, ma anche ai cittadini del mondo che hanno a cuore Venezia, spetta un compito vitale e una grande responsabilità: mostrare e dimostrare che la diversità e la bellezza non sono una pesante eredità del passato, ma uno straordinario dono per vivere il presente e una straordinaria dote per costruire e garantire il futuro... perché, se Venezia muore, non sarà solo Venezia a morire: morrà l’idea stessa della città come aperto e vario spazio di vita sociale, come creazione di civiltà, come impegno e promessa di democrazia.”

Massimo Rosin
Da Venezia

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