Altritaliani

Il Presidente emerito. Notazioni al messaggio di fine anno di Giorgio Napolitano

martedì 13 gennaio 2015 di Emidio Diodato

Unico dirigente di vertice del Partito comunista italiano (Pci) in grado di sostenere lunghe conversazioni in lingua inglese, sia con politici influenti che con accademici riconosciuti, Napolitano ha svolto per lunghi anni un lavoro da “ministro degli esteri del Pci”. Quando nel 1971, in vista delle celebrazioni del 50° anniversario della fondazione del partito, gli venne assegnato il compito di scrivere la prefazione alla ristampa del libro di Palmiro Togliatti Il Partito comunista italiano, Napolitano sottolineò come il testo recasse la data del gennaio 1958. Dopo aver ricordato il clima anticomunista del tempo, pose quindi in rilievo le parole con cui Togliatti aveva accusato di quella offensiva politico-culturale “alcuni gruppi dirigenti della politica estera dei grandi Stati dell’occidente”. È bene aggiungere che l’intento di Napolitano era mostrare quanto il clima fosse cambiato, soprattutto per il mutato atteggiamento di quelle autorità ecclesiastiche che avevano dato corso all’anticomunismo in Italia. L’obiettivo della prefazione era cercare ragioni storiche per difendere il Pci dopo le rivolte studentesche del ‘68, in considerazione della generale campagna rivolta contro il sistema dei partiti incluso quello fondato da Gramsci. L’era di Pio XII era finita, ed occorreva allargare il consenso guadando alle forze cattoliche progressiste, quindi opporsi al movimentismo di sinistra che sfidava il centralismo democratico del partito. Tuttavia, quell’aspro riferimento alla politica estera rimase in sospeso tra le parole scritte dal futuro Presidente. Forse non è un caso che furono proprio i successivi anni Settanta a vederlo impegnato in un’intesa attività all’estero, con conferenze nei principali centri di studio sulla politica estera dei paesi occidentali, prima di assumere, nel decennio seguente, responsabilità istituzionali sulla politica internazionale ed europea.

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Napolitano è stato eletto per due volte Presidente della Repubblica, prima nel maggio 2006 e poi nell’aprile 2013, dando luogo a quella che egli stesso ha definito, nell’ultimo messaggio di fine anno, una “eccezionalità costituzionale”, auspicando pertanto un rapido ritorno alla “normalità costituzionale” dopo le sue dimissioni. Per ora solo annunciate, le dimissioni sono quindi state presentate come la diretta conseguenza dell’anomalia della seconda elezione. Il Presidente ha però tenuto a ricordare che “secondo l’opinione largamente prevalente tra gli studiosi, si tratta di una valutazione e di una decisione per loro natura personali, costituzionalmente rimesse al solo Presidente, e tali da non condizionare in alcun modo governo e Parlamento nelle scelte”. L’ambivalenza del messaggio è quindi evidente, benché debba essere imputata al silenzio della Costituzione sulla possibilità di rielezione. Ad ogni buon conto, nell’esordio del messaggio Napolitano ha detto: “le mie riflessioni avranno per destinatario anche chi presto mi succederà nelle funzioni di Presidente”. Per quanto ciò possa apparire ovvio, anzi proprio in virtù di tale ovvietà, l’idea che vi sia un nuovo destinatario del messaggio presidenziale deve invitare a riflettere. Soprattutto perché il Presidente ha spiegato, subito dopo, che è stato spinto alle dimissioni da “l’avere negli ultimi tempi toccato con mano come l’età da me raggiunta porti con sé crescenti limitazioni e difficoltà nell’esercizio dei compiti istituzionali”. È quindi chiaro che una valutazione e una decisione per loro natura personali ci sono state, anche se magari hanno riguardato solo la tempistica e non la necessità di porre rimedio ad una oggettiva condizione di anomalia.

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Se pongo questo tema è perché, nel suo messaggio, il Presidente ha inserito una sorta di sigillo dei suoi lunghi anni trascorsi al Quirinale. Si è trattato di anni che lo hanno visto impegnato attivamente nel suo ruolo di rappresentanza internazionale, che egli ha interpretato soprattutto con l’intenzione di mantenere ferma la linea di politica estera centrata sulla necessità di un vincolo europeo. Il sigillo lo ha posto affermando a chiare lettere che “nulla di più velleitario e pericoloso può… esservi di certi appelli al ritorno alle monete nazionali attraverso la disintegrazione dell’Euro e di ogni comune politica anti-crisi”. Considerato il peso (elettorale o nei sondaggi) delle forze politiche che oggi non sono disposte a sottoscrivere questo monito, si comprende bene che quella di Napolitano possa apparire ad alcuni come la posizione di chi si fa garante di alcuni gruppi dirigenti della politica estera dei grandi Stati europei e, più in generale, dell’Occidente. Non vi è nella mia notazione alcuna sorta di malizia. Anzi, intendo sottolineare che nella storia personale di Napolitano è possibile intravvedere una linea che si piega di 360°, ma proprio per questo non si spezza mai. Ad ogni modo, e senza suggerire analogie fuori luogo o addirittura irrispettose, la stanchezza di Napolitano rassomiglia molto a quella di papa Ratzinger, e pertanto prepariamoci all’era del Presidente emerito.

Emidio Diodato
Professore associato di Politica internazionale
Università per stranieri di Perugia.


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