Altritaliani
THEMI E IDEE

Per una scuola oltre le differenze

martedì 23 dicembre 2014 di Marina Mancini

In una scuola Italiana pubblica, laica, niente a che vedere con sistemi privati, costosi, referenziali.

Una scuola grande che accoglie tanti bambini e tanti, per buona sorte, da etnie diverse. Così che la mia piccola, splendida ragazzina può crescere imparando dall’amichetta indiana a contare fino a 10 nella sua lingua e a dire matto in indiano, tu sai come si dice ? io no, ma lei lo sa! E tutte le mattine quando le accompagno a scuola le sento ridere mentre danno del matto, in indiano, al resto del mondo, quello antipatico, ovviamente!

E poi c’è il bel ragazzino rumeno dagli occhi più azzurri dell’incanto, innamorato e sognante che le scrive di barche sul mare e amori ritrovati nelle sue letterine, che si offende se lei lo ignora, ma sa anche accettare che sia amica di altri bimbi e aspetta il momento felice, quando, di nuovo nella fila torneranno a stringersi la mano. Da lui e da altri bambini ha imparato come si muove l’affetto e a dire: “scusa non volevo farti male, voglio essere tua amica e giocare con te”. Tutta bellezza loro, chiaramente, da fuori noi genitori abbiamo solo osservato, emozionati spettatori, questa loro pulita e naturale capacità di stare in rapporto, senza ferirsi, dopo essersi ascoltati.

Bella questa scuola, ricca di accenti, suoni, colori diversi. Ricca tanto quanto la sua voglia di incontrare, conoscere e accogliere.

E poi accadono cose che non ti aspetti, perché, non è come quell’altra scuola piccola e scura, dove le maestre, complice la preside, segnavano il confine tra loro e l’altro, certo e netto. Le nostre tradizioni si difendono, le tue non interessano, “non passa lo straniero” o ti adegui o te ne vai. E noi, appunto ce ne siamo andate, noi famiglia laica, insieme al bambino musulmano e al bambino figlio di una coppia lesbica.

Approdate in una scuola nuova, diversa, per impegno delle maestre e della dirigente, seriamente e tenacemente multietnica, in un territorio difficile, razzista e poco tollerante.

L’aria respirata era diversa già dal primo giorno, lei rasserenata e sbarcata, dopo un viaggio travagliato, in una seconda classe con maestre sorridenti, accoglienti, divertenti. “Bene mamma. Queste maestre si impegnano di più, sono belle e brave!”

E poi arriva quello che non ti aspetti, che suona disarmonico come una nota stonata, una pioggia violenta che non ha ragione di essere.

Lezione di alternativa all’ora di religione, un venerdì mattina, già sospetta visto che la bimba il venerdì accusa strani sintomi di insofferenza scolastica. Mal di testa, mal di pancia, mal di noia.

E un venerdì sera, che non ti aspetti, arriva la conferma di quell’insofferenza.

“Lo sai”, mi dice, “che i bambini che non vanno a messa sono bimbi sfortunati”.

Ascolto perplessa e cerco di capire. Il racconto si districa e prosegue scivolando sulle parole di una maestra che tradisce, tra sorrisi ipocriti, il suo dovere di neutralità e rispetto di bambini e famiglie che provengono da vite, esperienze, storie, culture diverse.

Succede che, sorridendo, l’insegnante racconta ad un altro bambino cattolico, di passaggio in quella lezione alternativa, che i suoi amichetti “poverini non possono andare a messa, lui invece si che è un bambino fortunato”.

Questi “poveri” bambini affidati a lei nell’ora di alternativa! Piccoli animaletti senza regole e principi, come i caproni biblici, da distinguersi accuratamente dalle docili pecore. In questo modo, la sua santa religione, definisce il termine opportuno tra chi è baciato dalla fortuna e chi no. Tra chi è più umano e chi no.

E ai caproni, mi chiedevo, cosa insegnerà questa persona se è così avvelenata verso l’altro che non le recita accanto il padre nostro sull’altare?

Ai poveri bimbi elargirà solo un po’ di comprensione e carità cristiana, visto il minus culturale a cui i genitori crudelissimi li condannano. L’indignazione si muove, ascolto e chiedo ancora.

E scopro che la maestra racconta ai bambini quanto è brava cristiana lei che, invece, va sempre a messa e che all’amichetta musulmana, che chiedeva di scrivere una lettera di Natale, lei glielo ha negato perché privilegio che spetta solo ai bambini cattolici.

Brutta, offensiva storia, a cui certamente va messo un freno. E questo sicuramente avverrà. Ma riflettevo sulla strada che l’affermazione di una cultura laica deve ancora fare in questo paese e su quanto il percorso sia frastagliato, travagliato, costantemente negato e inficiato da pregiudizi e finti sorrisi.

Il vivere sotto la cappa del Vaticano non aiuta a sganciarsi da millenni di oscurantismo e rinforza le preclusioni. Con un Papa che predica la differenza e la disuguaglianza tra bimbi e uomini battezzati e non battezzati, senza che nessuno si scandalizzi. (“Un bambino battezzato o un bambino non battezzato non è lo stesso”. Udienza generale di Papa Francesco - 8 gennaio 2013.)

E una classe politica, tutta, che va ad ossequiare e riverire sotto la cupola.

L’ultimo rigurgito fetido della lega insegna. Per coprire gli scandali della loro classe dirigente, mezza inquisita per i furti ai cittadini, si inventano crociate contro gli stranieri e corse a rimpinguare di presepi le scuole nostrane e pare che questa strategia piaccia.

“Siamo uguali per nascita e desiderio”, come continua a ripetere da anni lo psichiatra Massimo Fagioli. E il non riconoscere questa comune appartenenza del genere umano origina separazioni e odio verso l’altro.

Tentativi di frantumare la realtà e la verità della vita umana, che si arricchisce nelle singole storie ed esperienze, ma sostanzialmente e fondamentalmente uguale nella possibilità di sentire, provare affetti, desiderare, sognare.

E’ offensivo e pericoloso il pensiero che riduce questa realtà di identità e libertà a possibilità concessa, per divina generosità, solo ad un coro di adoranti intorno ad un sacramento imposto. E’ questo il pensiero medioevale, castrante, di sottomissione perpetua che i laici e gli atei devono affrontare quotidianamente in un paese, solo sulla carta, laico.

Anche i bambini nelle scuole Italiane pubbliche, devono sostenere e difendere la scelta, loro malgrado, di non essere schiera di chi li vuole peccatori per nascita o diversi per confessione religiosa. E, loro malgrado, oggetti di violenze che li definisce “non uguali” e “poveri”. Di cosa poi? Di spirito santo?

Questo, purtroppo, anche in una lezione alternativa all’insegnamento della religione cattolica. Proprio perché scelta libera dovrebbe essere un di più nella formazione dei bambini, momento di costruzione che, per designazione politica e civile, dovrebbe celebrare la bellezza della diversità.

Qui i bambini possono imparare a pensare alle diverse culture, ad altri modi di sentire e di vivere la vita con attenzione e rispetto, partendo principalmente dalla considerazione che viene loro elargita. Ma un insegnante che li sminuisce, gli impedisce di esprimersi, li considera “poverelli”, perché diversi da lei brava religiosa, quale rispetto e accoglienza gli riserva? Cosa gli può insegnare se parte dal questo pregiudizio? Assolutamente niente e niente lei c’entra, infatti, con il diritto alla laicità, al rispetto opportuno che si deve ai bambini e alle famiglie non cattoliche o di altri credi.

Penso alle parole di un mio amico che sentita questa storia mi ha scritto:

“Marina, pensa a Lei (parlando dell’insegnante), che vive una vita temendo la morte e dando responsabilità ad un Dio delle sue frustrazioni ed a tua figlia che non temendo la morte vivrà a pieno questo dono chiamato vita!”.

Bellissimo! Questo penso di mia figlia quando la vedo giocare, ridere felice con i suoi amichetti senza chiedersi mai da dove vengano, come pregano o se pregano. Perché questo, lei lo sa meglio degli adulti, non è l’essenziale per stare bene insieme.

Marina Mancini
Anzio


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