Altritaliani
Il mensile di Altritaliani nel Centenario della Prima Guerra Mondiale

Poesie grigioverdi di Corrado Alvaro

mercoledì 10 dicembre 2014 di Antonio Resta

1914-2014. Raccontare la Grande Guerra: La voce dello scrittore e poeta CORRADO ALVARO. Opera antologica di riferimento: “Poesie grigioverdi,” ora in “Il viaggio”, a cura di Anne-Christine Faitrop-Porta, Reggio Calabria, Falzea Editore,1999. Un invito alla lettura dell’opera. Presentazione dello studioso salentino Antonio Resta con ulteriori indicazioni bibliografiche per gli appassionati, studenti o studiosi.

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Corrado Alvaro

La vocazione di Corrado Alvaro (San Luca, Reggio Calabria, 1895 – Roma 1956) era quella del narratore, tutt’al più del giornalista e del saggista, poiché l’attività di poeta fu saltuaria e sporadica, per quanto svolta con impegno e determinazione fino agli ultimi anni. E nondimeno, a parte l’acerba monografia sul santuario di Polsi, il suo esordio è rappresentato da un volumetto di versi, in obbedienza a una diffusa consuetudine, la quale richiedeva che un giovane intellettuale facesse il suo ingresso nel mondo letterario con una raccolta poetica. Alvaro, infatti, raccolse nel 1917 un mannello di liriche degli anni 1915-16 sotto il titolo Poesie grigioverdi, riproposte poi nel 1942 nel volume Il viaggio, alla luce di una nuova prospettiva, come testimonia, ad apertura, la lunga prosa autobiografica Memoria e vita.

Tra quelle ispirate all’esperienza della Grande Guerra le Poesie grigioverdi si distinguono per una loro nota originale, sebbene non possano dirsi ‘rivoluzionarie’, lontane come sono, ad esempio, dalla ‘essenzialità’ di un Ungaretti o dall’‘espressionismo’ di un Rebora. Vi spicca un tono basso, un canto pacato, che contrasta con l’atteggiamento di qualche anno prima. Umberto Bosco, che fu suo compagno al liceo di Catanzaro nel 1913-14, ha fermato il ricordo di un Alvaro non ancora ventenne fervido sostenitore dell’intervento in guerra: «Ricordo Alvaro capeggiare dimostrazioni interventiste, fu anche arrestato per alcune ore, e promotore d’un numero unico contro la polizia Bum!». Di sicuro, Passo di fanfara, apparso su «La Riviera Ligure» il 1° dicembre 1915, poi collocata all’inizio di Poesie grigioverdi con il titolo Canto coscritto, si distacca, con il suo andamento da ballata, dalle terzine magniloquenti che intessono Il canto dell’attesa («O navi di Venezia, o cavalieri / di Fiorenza correte, o voi pastori / Calabri, nati a’ soli ardenti e fieri, // Tagliate i vostri boschi per gli allori, / e voi, adolescenti, al ciel sereno / librate a vol la fede alma de’ cuori»), pubblicato sul «Fascio repubblicano» di Roma il 3 gennaio dello stesso anno. Sono bastati pochi mesi ad allontanare Alvaro dal D’Annunzio ‘militare’.

Manca, nelle Poesie grigioverdi, ogni gesto esaltato e teatrale, a smentire l’immagine precedente di un giovane acceso e scapigliato. Così non si ritrova quel gusto decadente o cinico della strage e della brutalità, che è presente anche in Marinetti e in Papini, oltre che in D’Annunzio, né quella simbologia sessuale che sfiora perfino un autore ‘religioso’ come Vittorio Locchi. Un timido accenno, sotto forma di battuta scherzosa rivolta ai compagni, è Consigli, in cui si immagina che una donna straniera, capitata tra di loro, senza violenza alcuna, «contenta se ne andrà / di partorire razza italiana». Ma non è un caso che Consigli scompaia nell’edizione del 1942, tale la discordanza riscontrata con gli altri testi, nei quali predomina un’assenza di toni enfatici ed eccessivi.

Campeggia in effetti, nelle Poesie grigioverdi, una dizione spoglia e disadorna, attraversata da una musica in sordina o da una sommessa cantilena: una soluzione ‘antiletteraria’, che ha avvicinato Alvaro a Jahier, che pure risalta per un maggior ‘rigore’ umano e stilistico. Il poeta assume le sembianze di un cantore popolare, in piena sintonia con i suoi ascoltatori, come si può rilevare da Canto coscritto: «Canzoni che levavan sino all’ànche / le vesti di merletti e di parole / perché la gente corresse a vedere! / […] / Tutte le donne si sono voltate. / Oh mie canzoni mai tanto ascoltate!».

È un atteggiamento naïf che spiega, se non giustifica, gli abbandoni sentimentali, le inflessioni elegiache, i cedimenti al folclorico e al pittoresco, e, sul piano ritmico, le oscillazioni tra facili esiti melodici e aspre conversioni in prosa. La rima alternata di Un ortolano produce, ad esempio, effetti di ovvia cantabilità («Guance di rosa han messo gli alberelli, / i melograni ridono e le more. / Ferman le voci già fiumi e ruscelli / a sentir le cicale alte e canore»), mentre, nei primi versi di Fine, l’empito lirico si incaglia in un’espressione di dissonante prosasticità («Canto che ieri portavo / come un bocciolo sul petto, / dunque non t’aprirai / giacché ignota ora la notte avanza»). In questo ambito di facilità e di cantabilità, gli esiti più persuasivi continua a presentarli A un compagno, dove si fondono garbatamente sintassi e ritmo, cadenze prosastiche e movimenti lirici: «Se dovrai scrivere alla mia casa, / Dio salvi mia madre e mio padre, / la tua lettera sarà creduta / mia e sarà benvenuta. / Così la morte entrerà / e il fratellino la festeggerà».

Di là di ogni logica elitaria, di ogni esaltazione estetica della ‘bella morte’, Alvaro adotta l’ottica del ‘popolo’, che accetta la guerra come un fatto naturale, se il nemico è uno dei tanti elementi di una natura selvaggia, con i quali è necessario lottare per sopravvivere: «Ora i lupi saranno un’altra gente / cristiana e come lor dovrò scuoiarla. / Snidare gli aquilotti non è niente. / Io conosco il mio braccio che non falla. / Se la mia vita ha qualche pretendente / venga se ha tanto sangue da comprarla» (Pastorale). La guerra è ancora un’avventura straordinaria, una prova che si deve superare come si superano quelle delle fiabe. È significativo, ad esempio, il riferimento, in Carri di Sicilia, ai ‘pupi’, ai «cavalieri rilucenti e belli» «portati chissà a che ventura». Fiaba o epopea moderna, tradotta nella vita, la guerra rappresenta per l’uomo, «perché treman le donne solamente» (Il contadino soldato), una sorta di iniziazione, di occasione per crescere.

Poesia ‘populista’, si potrebbe insinuare, con allusione a quel margine di rischio e di ambiguità che l’aggettivo comporta, se la proposta della guerra come fatto naturale non diverge, rientra anzi nella propaganda delle classi dirigenti, politiche e intellettuali, dal momento che quella proposta si rinviene anche in Pagine sulla guerra di Croce. Non è un caso che la morte in battaglia, come si evince da A un compagno, sia esibita, in maniera idillica e idealizzata, come un valore incontestabile. Nessun dubbio o resiliente tensione affiora in Alvaro, con la conseguenza di una parzialità di rappresentazione, di una mancanza di complessità, cui concorrono quelle atmosfere sospese di mistero e di meraviglia, che soffocano o attutiscono la crudezza di un terribile conflitto.

Una riflessione meno vaga e più realistica, senza che sia del tutto eliminato l’apparato ideologico dei versi giovanili, attraverserà il romanzo Vent’anni del 1930. Ma elementi nuovi e più problematici compaiono in testi coevi alle Poesie grigioverdi se, come ha osservato Barbina, essi emergono già nel primo racconto, Nemmeno la morte è una cosa seria, pubblicato sul «Resto del carlino» il 20 dicembre 1916. È un dato eloquente: come a dire che la poesia sembra richiedere contenuti e toni diversi da quelli della prosa. Si veda soprattutto una prosa poetica di notevole carica espressionistica, Incubo, apparsa sulla «Riviera Ligure» il 1° dicembre 1916, che, composta subito dopo la ferita riportata al fronte, è tra i risultati più alti raggiunti da Alvaro:

Questa notte ho gridato come un forsennato nel letto perché la mia donna era bianca come un cadavere. I miei piedi stavano per recidersi come in quella mattina di novembre che il gelo me li stava per tagliare. Un bacio sulla mia guancia era caldo come il cervello di quell’adolescente che il cannone mi spappolò sul mio sonno. […]
Questa notte la mia mano senza sangue pesava sul mio petto. La ho smarrita. L’ho cercata per tutto il letto e l’altra mano senza senso non la riconosceva.
Come quello che si raccattò di terra il troncone del suo braccio che il cannone gli aveva tagliato, per osservarlo se era davvero il suo;
come il mio compagno di dolore che lo trasportarono bocconi perché aveva la schiena bruciata e gl’intestini gli potevano uscire.

Qui la percezione della guerra si fa più lucida e autentica; trasalimenti irrazionali sfaldano ogni struttura mentale; il dolore fisico suscita angosciose impressioni, che prevalgono su ogni filtro ideologico.

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Reggio Calabria, Monumento a Corrado Alvaro

ANTOLOGIA

Canto coscritto

Quante canzoni ho fatte per piacere
E, ahimè, non le sapevo rivestire,
come volevo, di sottane bianche!
Canzoni che levavan sino all’ànche
le vesti di merletti e di parole
perché la gente corresse a vedere!

Se non correva la gente a vedere
mi bastava se voi vi volgevate,
come all’Autunno volgesi l’Estate
e quello si fa rosso di piacere,
e come le mie venti primavere
danzanvi intorno quando mi guardate.

Vestita ogni canzone ho da soldato
e le ho sciolto le scarpe di velluto;
croce di baionetta le ho donato
per la collana d’oro iriperlato,
le son caduti gli anelli dal dito
e quello della sciabola è restato.

Danzan lo stesso venti primavere
ma i lor capelli d’oro son mietuti,
il sangue lor sarà mosto d’autunno.
Come le messi pe’ campi goduti,
come le agnelle sazie di bere
riposeranno sotto i cieli muti.

«Addio mia bella» cantano i vent’anni
sottovoce, col passo de’ soldati.
Voi sorridendo appena vi affacciate
tra il gelo delle vostre invetriate.
Tutte le donne si sono voltate.
Oh mie canzoni mai tanto ascoltate!

Pastorale

Ad inseguire il lupo per le terre,
a ricondurre i bovi alla pianura,
a snidare aquilotti per le forre,
non ce n’è, come me, senza paura;
a scuotere dagli alberi le pere
e a fare una crudele potatura,
e a veder pianger sulla terra scura
tutte le viti ci vuole il mio cuore.

Se non potrò cantare sotto i cieli
perché dovrò vegliare nell’agguato,
questa canzone prima di partire
io dico ad ogni monte addormentato,
a mamme che non possono dormire,
all’armento odoroso che ho lasciato,
e prego Dio che mi faccia tornare
con un abito verde di soldato.

Ora i lupi saranno un’altra gente
cristiana e come lor dovrò scuoiarla.
Snidare gli aquilotti non è niente.
Io conosco il mio braccio che non falla.
Se la mia vita ha qualche pretendente
venga se ha tanto sangue da comprarla.
Per ogni sciabolata ne vo’ cento
e cento tutti in fila ad ogni palla.

Chi vuole? La mia vita costa cara.
Per me vivon tre figli e la mia casa.
Quante pietre ci vollero a fabbricarla,
quante tegole stanno a ripararla,
quanti sospiri vuole il focolare
a cuocer la minestra alla mia casa,
tanti uomini non bastano a pagare
questa mia vita tanto lavorata.

Dico questa canzone alla montagna
che questa notte mi vede partire,
alla nube che passa e che la bagna,
agli alberi che vogliono fiorire,
alla mia agnella chiusa che si lagna,
che, se perduta, non potrò inseguire.
Questa canzone è detta a chi la sente.
Chi non la vuole la venga a zittire.

Il contadino soldato

Andate a gridare a un soldato
baciandolo: Tu sei un eroe!
Ei non conosce un’opera perfetta
che non sia ’l solco del bove.
Ei non conosce un valore
che non sia quello di vegliar la notte
presso un suo tino d’uva che borboglia.

Andate a gridare a un soldato:
Hai fatto il tuo dovere!
Non sa di meglio che stare a vedere
se i mignoli d’ulivo sono molti
e se c’è l’olio per tutte le sere.
La sua ragione d’essere soldato
non è nell’ambizione.
N’ha quanto basta a volere un covone
che salga fino a’ cieli.

La sua ragione è nel meraviglioso.
Tutte le donne godono il riposo
dell’uscio logorato.
Egli, in vece, sa mettersi in agguato,
sa far convito in un campo falciato
dove i nemici son come le messi.
I fanciulli sorridono sommessi
e si stringon per prendere coraggio.
E le donne ne sentono tremore
per quell’immenso cuore
che, di certo, è il più forte del villaggio.

Il soldato è soldato
perché treman le donne solamente,
perché i fanciuli vogliono esser grandi
e mangiano per crescere più in fretta,
per poter raccontare
d’aver veduto la Morte
e d’averla invitata a desinare
come se fosse una promessa sposa,
d’averle fatto la corte,
d’averne avuta una rosa
che fa il petto tremando sanguinare.

Consolazione

Non lo piangete: buono era e più bello
d’un olivo, ma voi non lo piangete.
Ci sono, come lui, tanti felici
che non sanno altro ch’esser buoni e santi.
Se invecchiano son nuvole a levante
che vaporano quando nasce il sole.

E costoro non san nulla creare
perché non sanno ch’esser belli e buoni,
e stanno ad aspettare
il giorno che dovrà, forse, venire,
per far vedere che sanno morire
come soltanto san fare i leoni.
Non lo piangete; non era egli forte
ed ha scelto per suo capolavoro
la morte.

A un compagno

Se dovrai scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia madre e mio padre,
la tua lettera sarà creduta
mia e sarà benvenuta.
Così la morte entrerà
e il fratellino la festeggerà.

Non dire alla povera mamma
che io sia morto solo.
Dille che il suo figliolo
più grande, è morto con tanta
carne cristiana intorno.

Se dovrai scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia madre e mio padre,
non vorranno sapere
se sono morto da forte.
Vorranno saper se la morte
sia scesa improvvisamente.

Di’ loro che la mia fronte
è stata bruciata là dove
mi baciavano, e che fu lieve
il colpo, che mi parve fosse
il bacio di tutte le sere.

Di’ loro che avevo goduto
tanto prima di partire,
che non c’era segreto sconosciuto
che mi restasse a scoprire;
che avevo bevuto, bevuto
tanta acqua limpida, tanta,
e che avevo mangiato con letizia,
che andavo incontro al mio fato
quasi a cogliere una primizia
per addolcire il palato.

Di’ loro che c’era gran sole
pel campo, e tanto grano
che mi pareva il mio piano;
che c’era tante cicale
che cantavano; e a mezzo giorno
pareva che noi stessimo a falciare,
con gioia, gli uomini intorno.

Di’ loro che dopo la morte
è passato un gran carro
tutto quanto per me;
che un uomo, alzando il mio forte
petto, avea detto: Non c’è
uomo più bello preso dalla morte.
Che mi seppellirono con tanta
tanta carne di madri in compagnia
sotto un bosco d’ulivi
che non intristiscono mai;
che c’è vicina una via
ove passano i vivi
cantando con allegria.

Se dovrai scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia madre e mio padre,
la tua lettera sarà creduta
mia e sarà benvenuta.
Così la morte entrerà
e il fratellino la festeggerà.

Antonio Resta

Bibliografia:

Corrado Alvaro, Poesie grigioverdi, Roma, Lux, 1917; poi in Il viaggio, Brescia, Morcelliana, 1942; ora in Il viaggio, a cura di Anne-Christine Faitrop-Porta, Reggio Calabria, Falzea Editore, 1999 (da cui si cita).

Alfredo Barbina, Alvaro 1916-1917, «Otto-Novecento», 1979, n. 2; Umberto Bosco, Presentazione, in Aa. Vv., Corrado Alvaro, l’Aspromonte e l’Europa, Reggio Calabria, Casa del Libro, 1981 (qui anche il saggio di Edoardo Villa, Le «Poesie grigioverdi»); Pasquale Tuscano, L’esordio di Alvaro narratore-poeta: le «Poesie grigioverdi», in Aa. Vv., Alvaro uomo mediterraneo, scrittore europeo, Comune di San Luca – Regione Calabria, 1997.

***

LINK DA NON PERDERE:

- Letteratura italiana. 1914-2014 Raccontare la Grande Guerra: la voce degli scrittori. Articolo introduttivo a firma di Giovanni Capecchi e Fulvio Senardi.

- Altri contributi, altre voci di scrittori di questo Mensile Altritaliani.net nel Centenario della Prima Guerra Mondiale

P.S. Antonio Resta è uno studioso salentino (Neviano di Lecce 1950). Vive a Pisa e collabora a diverse riviste. Ha pubblicato su Belfagor (2005, pp. 515-25) un saggio sulle Poesie grigioverdi di Alvaro.


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