Altritaliani
La pillola di Puppo

Quando i pensieri sono unici.

giovedì 4 dicembre 2014 di Maurizio Puppo

Serate noiose? Difficoltà, a cena con gli amici, a trovare spunti brillanti di conversazione? Non c’è da preoccuparsi. Può capitare a tutti. Qui di séguito, troverete alcuni semplici accorgimenti che, senza alcuna spesa, vi consentiranno, in ogni circostanza, di sentirvi a proprio agio e di fare bella figura in società.

Primo consiglio. Esprimete la vostra chiara e ferma condanna del “pensiero unico”. “Io non ci sto a questa dittatura del pensiero unico!”. “Ormai siamo tutti schiavi del pensiero unico”.

Il “pensiero unico”, ovviamente, nessuno sa esattamente cosa sia. Ma non datevi pensiero, nessun bisogno di dare spiegazioni. I vostri interlocutori troveranno questo concetto fortissimo, entusiasmante, definitivo e soprattutto, gli attribuiranno il significato che più piacerà loro. ll concetto di “pensiero unico” ha infatti lo straordinario vantaggio di adattarsi perfettamente ad ogni colore politico. Se il vostro interlocutore è di sinistra-pura-e-dura, ad esempio, ne sarà entusiasta: per lui il pensiero unico” a cui fate riferimento non potrà essere che il famigerato “neo-liberismo” (da pronunciare con smorfia di disprezzo calcata sulla erre – indimenticabile, in questo senso, la lettura che ne dava Bertinotti), o la “logica del profitto” che “riduce l’essere umano a merce” e che ha “smantellato decenni di conquiste dei lavoratori”.

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Ma (e qui sta la miracolosa virtù del concetto di “pensiero unico”), avrete lo stesso identico successo anche con interlocutori politicamente di segno opposto. Ad esempio, un vostro interlocutore di destra tradizionalista non potrà che esserne entusiasta: per lui il “pensiero unico” sarà senz’altro quell’odiosa ideologia progressista e “laicista” che “impedisce di chiamare le cose con il loro nome”, e giù con “gli spazzini adesso bisogna chiamarli operatori ecologici, ti rendi conto?”. Qualora egli sia un po’ cafone, preso dall’entusiasmo si lascerà andare anche ad esempi più pesantini, stile titoli di “Libero”, su “froci”, “negri”, “la gnocca” e via dicendo.

Se egli (il vostro interlocutore) è invece appartenente ad una destra liberista, economica, il “pensiero unico” sarà per lui il lassismo, l’egualitarismo forzato, lo Stato vampiro che succhia il sangue di chi lavora per assumere e mantenere milioni di fannulloni e parassiti, il “sei politico”, la deresponsabilizzazione dell’individuo, “i figli che rispondono male ai genitori!”. “Anni e anni di pensiero unico ci hanno ridotto così!”.

Infine, per molti dei vostri interlocutori, indifferentemente di destra e sinistra, il “pensiero unico” sarà ovviamente e inevitabilmente quello dei “tecnocrati di Bruxelles”, che “con l’euro hanno imposto una dittatura” (in casi estremi si potrà dire: “forse persino peggiore del nazismo”), che hanno svuotato la sovranità delle “nazioni” (versione di destra), o dei “popoli” (versione di sinistra). In ogni caso, la vostra affermazione avrà creato una corrente di consenso, di simpatia, di reciproco riconoscimento.

Secondo consiglio. Dichiarate di essere “contro corrente”. “Cosa vuoi. Lo so, lo so, io mi ostino ad andare contro corrente”.

Come nel caso precedente, il fatto di essere “contro corrente” fa sempre un sicuro effetto, indipendentemente dalla colorazione politica o dei vostri interlocutori. Qualora il vostro interlocutore sia un vero rompiscatole (il che è statisticamente possibile), e desideri maggiori dettagli, concentratevi sull’azione governativa e parlamentare più recente e scegliete una qualunque riforma. “Lo sai, io vado contro corrente. Io vado in direzione ostinata e contraria. Quindi non posso certo essere d’accordo con questa assurda riforma” (e qui, a scelta, o a caso, poco importa, sceglierete un termine: “della scuola”, “della pubblica amministrazione”, “del diritto del lavoro”, “dell’economia”, etc). Non vi preoccupate. Nessuno conosce i dettagli di una riforma, sia essa buona o cattiva. Tutti però desiderano ardentemente poterne parlare male.

Su questo punto dovete essere attenti, perché a volte le riforme presentano aspetti che, almeno così, a un primo sguardo, potrebbero essere considerati positivi. In questo caso basterà dire che “non è quello il problema”, “non è quello il punto”, o che “è il metodo che è sbagliato”. Ironizzate sulla competenza di chi ha presentato la riforma: “quel poveretto del ministro”, “quella poveretta”. A sostegno della vostra stroncatura della riforma, citate il nome di un economista a caso, badando a bene a dire, dopo il nome “che non è un pericoloso rivoluzionario”. Serve a dare una sensazione di incontrovertibilità alla vostra tesi. Se persino Mister X, “che non è certo un pericoloso rivoluzionario” dice che il problema non è quello lì, non è meno stato, o più stato, o meno tasse, o più tasse, o l’articolo 18, o insomma qualunque cosa vi salti in mente, ecco, se persino Mister X dice così, vuol dire chiaramente che il ministro è un cretino (anche ammessa la formula: “delle due l’una: o è cretino, o è incompetetente”. Ma non abusatene, perché è una formula veramente molto brutta) e la riforma una porcata. In ogni caso (e questo come principio generale che deve ispirare la vostra azione) non vi preoccupate della pertinenza delle vostre critiche.

L’essenziale è essere “contro corrente”, porca miseria, mica capire l’argomento di cui si sta parlando! Se avete paura di parere incompetenti, o di passare per dei cretini, o se pensate di non essere preparati sull’argomento specifico, per tranquillizzarvi c’è un rimedio infallibile: pensate che uno come Andrea Scanzi fa l’opinionista sulla stampa e in televisione. Al solo formulare questo pensiero, ogni timore vi passerà. Ricordatevelo bene: voi siete contro corrente.

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Terzo consiglio. Citate un caso qualunque (ce ne sono sempre) di teatro lirico o di festival d’avanguardia che protesta per un’imminente chiusura o per una riduzione dei fondi, e dite pensosamente: “un paese che non investe nella cultura è un paese che muore”. E poi ovviamente intonate una litanìa sulla cultura e sull’arte che fanno paura al potere, perché sono espressioni di libertà (trascurate il dettaglio che una cultura e un’arte “libere” non chiederebbero mica i soldi al suddetto potere e magari comunque non se li sarebbero sputtanati allegramente come spesso capita. Voi siete lì per fare bella figura in società, non per vincere il premio Einstein). Variante dello stesso discorso, sulla scuola. “Un paese che non investe sulla scuola è un paese che muore”.

Nel caso in cui il governo in carica abbia investito sulla scuola, cambiate lievemente il registro: “la scuola non è un’azienda”, “non è possibile pretendere di misurare il formarsi di una coscienza critica”. Nessuno resiste di fronte a queste affermazioni. La frase “il formarsi di una coscienza critica”, poi, vi assicurerà (nel 97,2% dei casi, secondo una recente statistica) un vibrante successo.

Quarto consiglio. Se non sapete proprio di cosa parlare, e non vi viene in mente nulla, se proprio siete disperati, allora vi potete giocare il jolly. Il jolly è parlare di Pier Paolo Pasolini. Non di quello che ha scritto, figuriamoci: di quello non gliene frega niente a nessuno. No. Parlatene per dire che “era profetico”. Che “tutto quello che aveva detto si è puntualmente avverato”, e qui lasciate cadere un lungo silenzio, che farà comprendere come voi la sappiate non lunga, ma lunghissima. Dite che Pasolini aveva capito tutto quello che sarebbe accaduto.

E qui un grande sospiro. Che farà capire , proprio nello stesso momento in cui vi risolvete a terminare la vostra coppa di champagne, quanto sia autentico il vostro dolore per i ragazzi di vita corrotti dal falso valore, dal grande demonio del consumismo e della televisione; e quanto sia grande e sincero e puro il vostro rimpianto per l’Italia in cui c’erano le lucciole.

A questo punto la serata è finita e potete tornarvene a casa smadonnando contro il telefonino “che non prende” – altro che le lucciole.

Maurizio Puppo


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