Altritaliani

Imitazione e neuroni a specchio nell’apprendimento umano

mercoledì 3 dicembre 2014 di Rosa Chiara Vitolo

L’imitazione della natura è un processo insito nella vita. In alcuni casi, dalla ripetizione delle azioni altrui, dipende la sopravvivenza e la salvaguardia dai pericoli. L’imitazione è anche il primo passo verso il raggiungimento di un obiettivo, nella misura in cui si cerca di salire sulle spalle dei giganti a partire dalle loro orme. Le neuroscienze hanno recentemente dimostrato come anche nel cervello un fascio particolare di neuroni, i neuroni a specchio, si attivi in caso di immedesimazione dell’atto motorio del nostro interlocutore.

L’imitazione è uno dei processi basilari dello sviluppo nel regno animale, umani compresi. Fin dalla nascita, il neonato è impegnato in tentativi di riproduzione delle azioni che vede eseguire ai suoi simili. Se è vero che siamo programmati per stare insieme sul pianeta Terra, si può definire l’imitazione il collante tra individui nati sotto meridiani differenti eppure destinati a nascere, crescere, morire secondo le regole di un’unica Madre Natura.

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Il termine ‘imitare’ rimanda per lo più ad un’azione meccanica, priva di originalità e in ultima istanza negativa. Una prima distinzione tra imitare, copiare e plagiare potrebbe però restituire positività al primo termine. L’uomo imita in famiglia e in società: si identifica in un gruppo e cerca di far suoi i modelli che quel microcosmo elegge a rappresentativi per la comunità che vi aderisce. I suoi tesserati vestono panni che li distinguono dal resto degli individui. Portano una divisa o un’uniforme che, vista con uno zoom più ampio, li diversifica più che omologarli. Così è per i fan di un gruppo musicale, così per i tifosi di una squadra sportiva. L’imitazione è mettersi sulle orme di un modello che ci ha suggestionati, ritenendolo fonte di piacere ed esempio benefico valido anche per noi. Ma non rinunciamo mai del tutto a noi stessi nel processo imitativo. Anche quando scegliamo i totem da idolatrare, tendiamo a comprare una taglia personale che consenta alla maglietta del nostro idolo di aderire al corpo soggettivamente. Inoltre, se l’imitazione nei bambini è un processo massimamente creativo, capace di generare continuamente nuove proposte verbali descrittive del mondo circostante - si pensi al linguaggio-, negli adulti è un aggiornamento di quanto già scritto in un repertorio genetico e plasmato dalle esperienze, anche verbali, fatte nel corso degli anni. La grammatica generativa di Chomsky ipotizza che il cervello di un neonato sia una tabula rasa che produce costrutti, partendo da un motore innato sempre in carburazione. Il bambino intavola frasi mettendo insieme il ricordo di ciò che ha ascoltato e le sue nuove proiezioni, facendo ipotesi e contrattandole sul banco della comunicazione, in attesa che vengano verificate dalle reazioni altrui. Una ricompensa o un rimprovero da parte di un genitore rappresentano la conferma di quanto prodotto. Il bambino identifica la sua produzione tesa alla soddisfazione di un bisogno con l’effetto ottenuto e scarta le altre in un procedimento accrescitivo costante dell’output. Lo schema è quello riassunto dai diagrammi di Gantt, nei quali è sempre possibile monitorare l’avanzamento del progetto, nel nostro caso l’accrescimento della struttura sintattico-lessicale.

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Copiare, invece, è usare la stessa idea che hanno avuto altri per risolvere problemi di casa nostra. Immaginiamo soluzioni di tipo pratico nel campo dell’arredamento o della programmazione informatica. La Apple e la Samsung sono in competizione perché propongono soluzioni simili ad uno stesso problema, applicazioni e smartphones, come Ikea e Mondo Convenienza possono esserlo per divani e librerie. In un certo senso si copiano a vicenda, difendendo però la propria originalità in termini di grafica, forma, design. Rimanendo marchi distinti e riconoscibili, producono un effetto copia benefico perché esso mette l’acquirente nella condizione di poter scegliere il meglio per sé. Erano ‘copioni’ anche gli amanuensi medievali, spesso uniche e preziose figure per la salvezza e la divulgazione di manoscritti. La loro operazione però, se considerata restauro interpretativo del messaggio trasmesso, non era meccanica e fine a se stessa. Le note, i commentari e i glossari testimoniano in alcuni casi anche di un riadattamento sostanziale del testo ai limiti spaziali della pergamena a disposizione, senza esclusione di annotazioni esegetiche del tutto originali.

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Per plagio o falso d’autore, infine, si parla di azioni indebite premeditate. Un autore si appropria di un’identità nota e produce a suo nome. In questa panoramica, l’imitazione sembra uscir fuori a testa alta, dal momento che è mimesi positiva e trampolino di lancio per rielaborazioni personali di ciò che si apprende. Gabriel Tarde è colui che per primo ha preteso di trattare scientificamente il fenomeno sociale dell’imitazione, studiandone le leggi nella sua opera fondamentale, ‘Leggi dell’imitazione’. L’imitazione, per Tarde, è un fenomeno sociale elementare, così che la società viene definita "un gruppo di persone che presentano tra loro molte somiglianze per imitazione". La sua è una vera e propria antropologia mimetica: "l’essere sociale, in quanto sociale, è essenzialmente imitatore". Se quanto detto fin qui è condivisibile, si può provare ad estendere l’effetto imitativo a processi di apprendimento frequenti nella vita di tutti. Nell’addestramento scenico e teatrale, si riesce ad entrare in un personaggio quando stabiliamo un rapporto empatico e ci sentiamo letteralmente al suo posto. Alcuni tifosi negli stadi raccontano di provare sui muscoli delle gambe la stanchezza da tiro, quasi fossero stati loro a calciare il pallone in rete. Chi presta la voce nei film stranieri si immedesima nel personaggio doppiato fino a piangere e ridere simultaneamente ai veri attori, finendo con il diventare attori anch’essi. Anche al contrario pare funzionare bene la dis-empatia. Quando non si sentono il dolore altrui, il disgusto o la paura, le potenzialità del nostro agire potrebbero essere dannose e perfino letali.

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Un esempio studiato in criminologia è quello degli assassini seriali che infliggono pene atroci talvolta anche senza provare rimorso. Dai suicidi di massa alle suggestioni religiose, dal semplice sbadiglio alla somatizzazione di patologie ben più gravi, vediamo compiere azioni e proviamo a imitarle o a rigettarle. Giacomo Rizzolatti, neuroscienziato di Parma, ha riscontrato nell’attività dei neuroni a specchio la spiegazione scientifica a questi fenomeni. La sua teoria, costruita sui macachi, ma indirizzata allo studio della risposta motoria anche nell’uomo, prevede la presenza di un sistema neurale, localizzato principalmente nell’area di Broca (area, tra l’altro, deputata al linguaggio), attivo se c’è condivisione con l’altro di alcuni atti. Se nel nostro repertorio gestuale e sensoriale esiste un’azione, allora siamo capaci di viverla anche se è l’altro di fronte a noi il soggetto effettivamente agente.

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Questa evidenza scientifica, lungi dal voler grossolanamente giustificare ogni processo di rispecchiamento e in ogni settore, regalerebbe alla ricerca un punto di partenza, ovvero una strada diretta, in ogni processo di apprendimento, tra chi propone l’informazione e chi si appresta ad acquisirla. Il solo ascolto infatti non basterebbe a potenziare l’attività di riconfigurazione e rappresentazione mentale di un gesto o di un’informazione linguistica. Si pensi ai corsi Assimil o al metodo Pimsleur, quest’ultimo costruito su un protocollo con lo studente che studia la registrazione di un madrelingua che pronuncia frasi culturalmente sempre più lunghe e ad intervalli regolari e l’apprendente chiamato a memorizzare riproducendole in contesti lessicali significativi. Un segmento intermedio, viceversa, cioè eseguire l’azione in contesto subito dopo averla vista fare, potrebbe essere l’anello mancante utile a potenziare gli effetti benefici dell’imitazione nel campo della glottodidattica.

Rosa Chiara Vitolo


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