Altritaliani

Nella riforma del lavoro, le citazioni sono pietre.

giovedì 9 ottobre 2014 di Maurizio Puppo

Io non lo so, se la riforma del mercato del lavoro è giusta o no. Allora cerco di capire. Leggo e faccio dei ritagli, con le forbici. Apro le virgolette, e nelle virgolette ci metto il ritaglio. Il primo, è del 1997.

“Vedete, la mobilità, la flessibilità, sono innanzitutto un dato della realtà”. Un dato della realtà. Lo so anch’io. I tempi son cambiati, da quando il settore pubblico e quelle poche grandi aziende, FIAT e compagnia cantante, da soli garantivano la piena occupazione o quasi. E allora il problema era soprattutto garantire libertà e autonomia e diritti di un lavoratore che in quel servizio pubblico o in quella grande azienda ci avrebbe probabilmente trascorso l’intera vita lavorativa.

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“È il grande problema che si pone a noi, a noi sinistra e non soltanto a noi sindacati”. Sentite? È il problema che si pone a noi, a noi sinistra. Non lo dico, io: lo dice il ritaglio. Parole drammatiche. Sentite: “È (il grande problema di cui si parlava prima, ndr) se questa società più aperta debba inesorabilmente portare con sé solitudine, insicurezza, angoscia”. Ecco la lacerazione, ecco il timore. “Oppure” – così prosegue la citazione, aprendo improvvisamente uno spiraglio di speranza, una luce - “se non sia il caso che noi, (noi di sinistra, ndr, e chi sennò?) “rinnovando profondamente gli strumenti della negoziazione e della contrattazione sociale, costruiamo nuove e più flessibili reti di rappresentanza e di tutela”. La domanda è retorica. La scelta è già fatta, la scelta non c’è. Bisogna rinnovare profondamente.

“Se noi (sempre noi di sinistra, l’avete capito, ndr) non ci mettiamo su questo terreno, noi rappresenteremo sempre di più soltanto un segmento del mondo del lavoro. Ecco, io penso che noi dovremmo preferire essere con quei lavoratori del lavoro nero, del lavoro precario, del sottosalario. E negoziare quel salario, e negoziare i loro diritti anziché stare fuori dalle fabbriche con in mano una copia del contratto nazionale di lavoro”.

Ecco. Questa è una testimonianza del 1997 di cui certo si può discutere, ma che colpisce. E dal 1997 ad oggi la situazione, se possibile, è peggiorata. Il mercato del lavoro non funziona, non funziona più. I giovani difficilmente riescono ad ottenere un contratto a tempo indeterminato, e ad accedere così a quelle garanzie assicurate, sulla carta, dallo Statuto dei Lavoratori. E le piccole e medie aziende sono ossessionate dalla necessità di controllare i loro costi fissi (che, proprio perché fissi, arrivano puntuali ad ogni fine mese) e i ricavi, che invece sono sempre più variabili e volatili e fluttuanti. E allora, forse… Forse qualcosa va cambiato? Forse sì.

Come suggeriva, già nel 1997, l’autore della mia prima citazione. Perché davvero è diventato troppo difficile per un giovane trovare un lavoro che non sia precario. Perché in fondo non è giusto che chi non fa un tubo (e c’è anche chi non fa un tubo, nel mondo del lavoro) si tenga un posto ad vitam aeternam solo perché è lì e si goda i permessi sindacali e i permessi per l’università e tutti i diritti di chi ha un piede dentro: che sono anche giusti e sacrosanti ma che diventano ingiusti quando sono goduti da chi appunto non fa proprio un tubo e consuma risorse a scapito degli altri che un piede dentro non ce l’hanno e guardano il cielo e il cielo, è un comitato centrale. Perché è ingiusto che chi perde il lavoro solo perché lavora in una società di 14 persone e non 15 non abbia, scusate il linguaggio un po’ forte ma quando ci vuole ci vuole, proprio un emerito cazzo per sopravvivere e non sia aiutato da nessuno.

Perché è ingiusto che un imprenditore che ha voglia di assumere secondo le regole ci debba pensare dieci volte perché "se assumo e poi non funziona questo qui me lo devo tenere per sempre e se i miei effettivi crescono troppo e gli ordini calano io sono rovinato". E allora a me viene da pensare che ci vogliano forme di sostegno al reddito per chi perde il lavoro, e formazione e sostegno al reinserimento.

E questo PER TUTTI però, che siano lavoratori, privati o pubblici, dipendenti o autonomi, che lavorino un un’azienda di centomila o di due persone. Ora, è chiaro che queste due cose che tanto sarebbero utili ed anzi necessarie (cancellazione del precariato e "spinta" verso contratti stabili, da un lato, sostegno al reddito e al reinserimento dall’altro) per camminare hanno bisogno di un’altra "gamba". E cioè di un po’ di flessibilità in uscita. Perché altrimenti non solo non si vince la reticenza delle aziende ad assumere, ma anche perché il sostegno a chi ha perso il lavoro è costoso e va finanziato; e, se non vuoi che sia pagato solo dalla fiscalità generale, una parte importante di questo finanziamento devi chiederla alle aziende. A cui però, se non vuoi stroncarle definitivamente, devi dare qualcosa in cambio. E questo qualcosa è appunto la flessibilità e la possibilità di ristrutturarsi in caso di bisogno senza essere costretti a portare i libri in tribunale, come si dice. Ecco.

Io magari, anzi senz’altro mi sbaglio; però mi verrebbe da pensarla così. E da dirmi che in fondo la riforma del lavoro di cui si sta discutendo potrebbe essere una soluzione. Forse non la migliore e certamente non l’unica possibile, ma un passo avanti.

Però, sempre leggendo e studiando e cercando di capire, mi sono anche imbattuto in chi la pensa molto diversamente. In un altro ritaglio. Parole di questi giorni, parole che vengono dal recentissimo scontro in seno alla direzione del Partito Democratico. “Non esiste un’emergenza legata alla rigidità del mercato del lavoro”. Hai capito? Non esiste alcuna emergenza! Allora ci siamo sbagliati tutti! Stiamo dicendo delle scemenze! Altro che (ricordate?) “grande problema che si pone a noi, a noi sinistra e non soltanto a noi sindacati”! Ma che problema? Nessun problema!

E poi, sempre il secondo ritaglio, continua così: “c’è persino il sospetto che si cerchi uno scontro con il sindacato e una rottura con una parte del Pd per lanciare un messaggio politico all’Europa e risultare così affidabile a quelle forze conservatrici che restano saldamente dominanti”. Le forze conservatrici saldamente dominanti! Ecco chi c’è dietro quella volontà di rinnovare (ricordate?) “profondamente gli strumenti della negoziazione e della contrattazione sociale”, e di costruire “nuove e più flessibili reti di rappresentanza e di tutela”, come si diceva nel primo ritaglio.

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Insomma, ci sono due fronti. Da una parte chi pensa, già dal 1997 – come nel caso della mia prima citazione, del primo ritaglio- che la sinistra debba farsi carico di una trasformazione profonda del modo di regolare il conflitto tra capitale e lavoro. Dall’altro chi pensa – come nel caso della mia seconda citazione, del secondo ritaglio, quello più recente – che si tratti di un falso problema, che nasconde le solite logiche delle forze conservatrici. Insomma, il dibattito c’è, ed è aspro. Che il dibattito ci sia, è bello e giusto.

Resta a questo punto solo da precisare che l’autore dei due ritagli è lo stesso, ed è Massimo d’Alema. Che il dibattito (essendo lui il più intelligente e il più capace, lo dicono tutti) se lo fa con se stesso, da solo. Una forma rinnovata di centralismo democratico. E che soprattutto (a me pare) è terribilmente incazzato; all’idea che quella riforma del mercato del lavoro da lui stesso auspicata, e ritenuta necessaria, la faccia adesso qualcuno altro.

Maurizio Puppo


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