Altritaliani

Homer the Turkish

mercoledì 3 agosto 2011 di Arabis

A silly joke for a serious thought concerning the (nonexistent) “controversy about Christopher Colombus’s descent”.

Il “giocherello”, in inglese, è per attirare l’attenzione di Thomas Verakis, autore dell’articolo su Colombo pubblicato qualche giorno fa, in inglese appunto, su questo sito; e poi di tutti coloro che lo avessero letto, soffermandosi sul presunto problema “colombiano” che quell’articolo pone. Il seguito però lo scrivo in italiano, in cui sono più a mio agio, e che il nostro amico greco-bizantino conosce ottimamente.

(L’articolo di Verakis è ora riportato di seguito a questo sul sito, n.d.r.).

Ho scelto Omero, per impostare un po’ provocatoriamente la mia argomentazione, perché la sua opera è quella che da sempre amo più di ogni cosa, e perché la “questione omerica”, che da secoli vede impegnata la critica storico-letteraria, è in certo senso il “mistero” per eccellenza: Omero stesso, del resto, non è, in quanto poeta individuale, neanche esistito!

Pure, chi dicesse “Omero era Turco” non sbaglierebbe: la leggendaria patria del leggendario Omero potrebbe infatti essere Smyrne, sulle coste della Ionia, oggi Izmir, Turchia. Non sbaglierebbe, ma direbbe cosa ininfluente, se non fuorviante rispetto ai veri problemi che la “questione omerica” pone.

Ora, storicamente, è interessante constatare che i grandi personaggi sono quasi sempre circondati di mistero, più o meno giustificato (nel caso del complesso universo-Omero, ovviamente, giustificatissimo) e che spesso questo mistero investe proprio i natali, il “chi era veramente?” spiegato con il “dov’è nato?”: è ad esempio il caso di Shakespeare, altro campione di nebbie e mistero, che alcuni vorrebbero esser… italiano, e nato in Italia: vedi in ultimo l’avvincente libro di Lamberto Tassinari, Shakespeare? È il nome d’arte di John Florio, Montréal, 2008, anche in versione inglese. (E siccome sto utilizzando esempi diversi, ma tutti a me cari, mi sia permesso di ricordare anche il caso di Carlos Gardel, nato fra Uruguay, Argentina e Francia…)

Di nuovo, dal mio punto di vista, quando si studia la biografia di un personaggio importante, quel che più interessa è: esiste veramente un mistero? In cosa consiste? Concerne (anche o soprattutto) la nascita, l’origine? La soluzione proposta è fondata? Permette di capire meglio alcune caratteristiche dell’opera del personaggio in questione? Perché, al di là dell’aneddotica, a volte gustosa, è questo quel che finalmente conta di più : capire meglio, cioè più a fondo, riuscendo ad agganciare un personaggio, con la sua storia, alla Storia.

Va per altro anche considerato che spesso la disputa concernente “le origini” di un personaggio importante, la sua “patria”, nasconde più o meno coscientemente uno slancio pseudo-nazionalista che fa quantomeno sorridere: quasi che il fatto di aver dato la nascita a qualcuno costituisca, in sé, un titolo di merito. (Si ricordi che Yves Montand, che si voleva francese e da tutti è considerato tale, era nato italiano, come Ivo Livi, e in Italia, dove aveva anche vissuto i primi due anni; che Maria Callas è per molti italiana, per altri greca, ed era comunque americana, etc., lunghissima lista di etc…)

E veniamo, con questi interrogativi come strumento, all’articolo di Thomas Verakis : Columbus the Greek.

(Fra parentesi, per metterlo come al di sopra delle parti, vorrei premettere, sottolineare, che ringrazio T.V. per avermi dato l’occasione di riprendere una vecchia passione di studio – e invitarlo a non fraintendere il senso del mio dissenso: esso è unicamente “storico”, non personale. Lui ha espresso delle idee, io come vedrà le critico, a volte con la secchezza apparentemente sferzante, o severa, propria di chi fa per mestiere lo storico, e proprio perché, da storico, lo prendo sul serio : epperò, come diceva il grande Eduardo, « non ci prendiamo sul serio », eh ? Viva i dibattiti di idee – e se Thomas è un po’ italiano, io sono un po’ greco, da sempre … Una faccia, una razza).

Diro’ subito che quest’articolo mi ha intrigato, racconta molte cose curiose e degne di nota, è pieno d’entusiasmo, d’intelligenza. Ma dirò anche che, a mio avviso, il problema di partenza è mal posto, e infondato: e la soluzione è piuttosto fantasiosa.

Novità, almeno ? sì e no : mi verrebbe da dire che la breve analisi di cui è qui questione appartiene a un genere ben rodato, che potremmo definire « patriottico ». A Colombo infatti, nel corso degli anni, sono state attribuite le più diverse patrie: Spagna, Castiglia, Galizia, Catalogna, Andalusia, Portogallo, Francia, Corsica, persino Scandinavia (la storia del marinaio Scolvus), e spesso, manco a farlo apposta, da studiosi di nazionalità uguale o analoga a quella attribuitagli. In realtà, il mistero concernente le sue origini non esiste, o almeno, non esiste più: ed esattamente dal 1892, quarto centenario della Scoperta, quando – come lo sottolinea la grande specialista Marianne Mahn-Lot, nel suo Portrait historique de Christophe Colomb, Paris, 1960, 1988 – la Raccolta Colombiana di Cesare de Lollis ha pubblicato una serie praticamente esaustiva di documenti, e prove irrefutabili.

Nessuno studioso, oggi, contesterebbe i natali genovesi, quanto meno da un punto di vista storico-scientifico – poeticamente, le cose possono andare diversamente: basti pensare, in ultimo, al commovente film di Manoel de Oliveira. (Poeticamente mi viene in mente anche il sublime raccontino di Achille Campanile, che immagina Colombo originario… dell’America, il quale, avendo scoperto l’Europa, avrebbe escogitato dopo anni di apprendimento, la spedizione delle tre caravelle, onde poter tornare a casa sua !)

Del resto, è abbastanza indicativo che i manuali scolastici spagnoli, che un tempo davano Colombo come spagnolo, magari con nascita incerta, si siano oramai allineati su Genova.

Qualche titolo, per altro, la Spagna lo avrebbe, e anche il Portogallo: Colombo, è fondamentale ricordarlo, scrisse sempre in castigliano (parlo ovviamente dei documenti che possediamo), sinanco nelle sue note personali, o in alcune lettere indirizzate ad Italiani (per pignoleria scientifica aggiungeremo che esistono due brevi passaggi in italiano, come anche alcuni documenti in un latino ispanizzato). E se nel suo castigliano sono certo presenti degli italianismi (il dialetto genovese era la sua lingua materna), i portoghesismi vi sono ancora più numerosi: perché è a Lisbona che il venticinquenne Colombo impara il castigliano (castigliano e portoghese vi erano parlati entrambi, quanto meno a Corte) – ed è a Lisbona che, come lo sottolinea Paolo Emilio Taviani (altro eminente specialista in materia), “il grande disegno di Colombo è stato concepito”. Anche se poi sarà la Spagna che gli permetterà di realizzarlo. (Perché dunque non scrisse in italiano? Direi, per via della differenza fra il suo dialetto lingua madre, il genovese, e l’italiano letterario, che probabilmente non conosceva quando la vita lo portò a lasciare Genova ; così, probabilmente, è il portoghese la lingua che resterà la meglio parlata da Colombo, il castigliano diventando, per necessità, quella scritta – come dire che gli incroci fra lingua e patria, o patrie, sono spesso assai complessi, sorpendenti, specie per i viaggiatori inquieti ! E anche qui la lista è lunga).

Questo insomma è il quadro biografico di Colombo, sorta di intellettuale trasversale ante litteram – eventualmente, si può citare Michel Lequenne, nella sua introduzione all’edizione francese del diario (Paris, 1979, 1991, 1, 13) e concludere: “… Colomb est – et sans doute était-il alors le seul à être – tout cela à la fois: Italien de naissance, Catalan par engagement, Portugais par accident puis mariage, Andalou par adoption et compagnonnage, Espagnol par destin historique…”.

Chio, d’altro canto, gioca effettivamente un ruolo nella biografia di Colombo: sarebbe stata una delle sue prime destinazioni marinare, ci avrebbe soggiornato parecchi mesi, tanto che ne parlerà nel suo diario. Ma di qui partire per affermare una nascita o un’origine greca nettamente definita, e scientemente nascosta, mi sembra completamente fantasioso, almeno sulla base degli indizi eterocliti raccolti. Quanto a un’ascendenza greca lontana (che resta da dimostrare), si cade da un’altra parte, come dicevo prima: la sua eventuale dimostrazione serve a spiegare meglio le zone d’ombra della biografia colombiana? Se no (e ho questa impressione), si resta nell’aneddotica – del resto, a risalire nell’albero genealogico di qualche generazione, tutti possiamo trovare ‘altre’ origini ignorate, ed è solo la loro eventuale “assunzione” che crea una rottura, una novità. Non la loro mera esistenza.

Con ciò non voglio certo negare l’importanza di Chio: il motivo delle “isole” avrà un posto fondamentale nel pensiero, nell’impalcatura colombiana, e forse c’è da scavare, proprio a partire dagli indizi raccolti da Thomas Verakis, nel periodo che Colombo trascorse nell’isola.

Sicuramente, quello stesso tema, insieme ad altri (identificazione possibile di tali isole con le bibliche Tarshish e Ophir; la ricerca dell’oro, con il suo simbolismo religioso; l’avvicinarsi della fine del mondo; l’ossessione di Gerusalemme), spinge a scavare in un’altra direzione, che non è considerata nella riflessione di Thomas Verakis. È quel che hanno fatto quegli studiosi, e sono per così dire fra i migliori degli studi “colombiani”, che ipotizzano, sia pure con toni e in misure diverse, l’”ebraicità” di Colombo. Fra questi, la stessa Mahn-Lot, e l’autorevole e rigoroso Juan Gil, Mitos y utopía del descubrimiento, t. 1, Colón y su tiempo, Madrid, 1989: ne consiglio la lettura, appassionante, e convincente).

Ebreo solo in parte? Converso lontano e sincero? recente? di comodo? Doppiogiochista mirante a salvare il “suo” popolo? O cos’altro? Non sono questioni anodine. Il 1492, anno cruciale quant’altri mai, vedrà infatti non solo la Scoperta dell’America (12 ottobre), ma anche la definitiva Reconquista (2 gennaio, cade Granada, ultimo bastione dell’Islam) e l’odiosa espulsione degli Ebrei dal suolo dell’amata Spagna (31 marzo, pubblicazione del Decreto di Alhambra) : dove si potrà mai andare, allora? Scappare a Est, fra le accoglienti frontiere dell’Impero Ottomano? O tentare l’avventura, e imbarcarsi per l’Ovest, attraverso l’Oceano, verso l’Ignoto?

Arabis


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