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Ravenna: Quel volto autentico della città

mercoledì 10 settembre 2014 di Elisa Castagnoli

Ravenna con i suoi mosaici e le sue basiliche, la sua aurea splendente di capitale anche se solo nel breve spazio di un secolo, il V, continua a vivere oggi oltre la ristrettezza fisica e mentale dei suoi abitanti, oltre le costrizioni sociali, spaziali e comportamentali di tutti i piccoli centri urbani. I suoi palazzi di foggia antica ormai decaduti, serrati da finestre e persiane sbarrate nascondono corti, chiostri e giardini, intere stanze guardando solo verso l’interno mentre le facciate danno sull’esterno a quelle viuzze strette e tortuose del centro pavimentato di pietre, e quelle parti di mura che ancora oggi la isolano e la separano, volutamente creando barriere di diffidenza e silenzio, isolamento e paura dell’altro, dello straniero, dell’estraneo, di tutto ciò che non appartiene alla loro vecchia guardia aristocratica. E, nonostante questo, le porte cittadine, gli archi ancora maestosi si aprono come frontiere, vie d’accesso, zone franche verso l’interno pedonale del vecchio centro.

Ritrovare la città come stranieri ritornandoci dopo tanto tempo, non riconoscersi tra i suoi abitanti, non appartenere, essere estranei in quel luogo poiché prima si era sempre abitato fuori, nelle zone limitrofe, nelle campagne, nei paesi e nei villaggi che circondano il piccolo centro cittadino. Ritornare con questo senso di non-appartenere, anche, a quella gente di campagna, dei villaggi, del paese di cui non resta oggi altro che un piccolo agglomerato urbano di case sparse e altre costruite recentemente a ridosso della città dove nuove famiglie si sono insidiate. E distese ampie, immobili isolate di antiche lagune bonificate divenute, in seguito, campi e terre coltivate, campagne lussureggianti e rare case intercalandosi a quelle. Restare tristemente colpiti, ancora oggi, dall’ occlusione, dai separatismi, dall’avidità degli abitanti cittadini riconoscendo in essi la ristrettezza mentale delle piccole città di provincia. Eppure, una strana bellezza trapela dai luoghi consegnati alla storia antica, un’aurea regale, silenziosa ogni volta entrando in quei siti a parte della città, percorrendo per arrivarci sentieri di pietre a vista, prati e scorci di pineta dove si scorgono all’improvviso tra i lastricati parti delle basiliche, cime dei campanili, cupole, contrafforti, oppure queste piccole costruzioni in mattoni che si intravvedono in mezzo alle vie pedonali soprattutto la sera, al crepuscolo, quando la città si svuota all’improvviso dei suoi turisti, dopo le nove il centro divenendo solitario, stranamente disertato.

E’ questa aurea regale o alone aristocratico, solitario e poetico che ancora oggi aleggia leggero quando il volto più autentico della città si scopre, lasciata a sé stessa, non invasa dalle orde assedianti dei turisti come nelle grandi mete d’arte italiane. Ravenna è la luce degli ori e dei mosaici irradiante che riflette e rifrange contro quella che penetra dalle vetrate opache, nelle tonalità smorzate d’alabastro delle basiliche. E, ancora sono i blu oscuranti dei cieli stellati di Galla Placidia_ il piccolo mausoleo dal nome dell’imperatrice che governò qui per quarant’anni_ tempestati di stelle e croci greche cerchiate in oro, tenue bianco o azzurro pallido con qualche raro riflesso di verde o di rosso. Rivedendo l’interno dopo tanto tempo totalmente ricoperto di mosaici si resta colpiti dall’intensità di quel blu oltremare, astratto quasi nel suo darsi in contrasto voluto con le croci e i motivi decorativi d’oro, mentre le fondamenta di pietra appaiono permeate da un soffuso, opaco riflesso d’alabastro che salendo verso l’alto dissolve in pura luce come la materia terrena al contatto con il mondo ultraterreno. Cervi si abbeverano, alla ricerca del cammino, assetati alle limpide sorgenti, immersi in un esubero rigoglioso di tralci e di viti, tra loro le figure dei quattro apostoli; allo stesso modo una croce d’oro brilla al centro della cupola circondata da una miriade di stelle che moltiplicano in intensità al loro avvicinarsi in prossimità d’essa creando il senso d’una profondità spaziale ultraterrena. Come questi cervi si abbeverano a una fonte sconosciuta dentro la selva alla ricerca del cammino verso la croce dorata in alto, l’anima è alla ricerca dell’assoluto, del divino, nella lotta tra la vita e la morte, e le dominanti oscure del blu oltremarino sono riassorbite a poco a poco dalla luce calda dell’alabastro poi dall’irradiazione dell’oro proveniente dall’alto della croce. Le volte sovrastanti portano al centro il monogramma del Cristo affiancato alle lettere greche alfa e omega, il principio e fine di ogni cosa mentre nelle lunette laterali l’acqua sgorga zampillante dalle fonti a cui due colombe si avvicinano per dissetarsi. Nel mosaico sovrastante l’ingresso, il Cristo è visto con estrema naturalezza, giovane e imberbe come pastore attorniato dal suo gregge, scettro e croce alla mano, di fronte a lui il fervore nascente d’una nuova spiritualità agli inizi del cristianesimo nella figurazione del martirio di S. Lorenzo.

Tali luoghi di splendore e silenzio sono nascosti, scavati dentro la città e le sue zone d’ombra, tra le vie ristrette e tortuose del centro : i monumenti perduti e ritrovati, i luoghi del passato riportati alla luce nella grande semplicità e epurazione di alcune basiliche; ancora, i frammenti di mosaici pavimentali e i tappeti aurei trasferiti in nuovi siti, le facciate dei suoi antichi complessi monastici, i loggiati con i chiostri oggi divenuti musei e biblioteche, infine alcuni giardini che si aprono come tracciati simmetrici e regolari all’esterno dei medesimi . La struttura ottagonale sovrastata da cupole e contrafforti di S. Vitale ci sorprende passeggiando incuranti per l’estremo nitore del contorno nel controluce tagliente della sera. Non è più la struttura chiara e longitudinale delle antiche basiliche paleocristiane ma quella d’una costruzione concentrica e complessa che fa perdere facilmente il proprio percorso allo sguardo, costruita su più piani con cunicoli e deambulatori, esedre traforate che collegano un piano all’altro e grandi archi circolari. Tutto all’interno contribuisce a dare questa dimensione d’una struttura complessa e sfuggente che alleggerisce il peso della sua massa strutturale disperdendosi in tante arcate e esedre, in molteplici punti di vista. Nell’interno, ampiamente in penombra, oltre la cupola principale decorata di marmi e stucchi d’epoca successiva, lo sguardo corre immediatamente all’abside risplendente di mosaici. Là sono i verdi e gli oro, i blu e gli alabastri, Cristo seduto sul globo celeste circondato da due arcangeli, sulla destra il vescovo recando il modello della chiesa da lui costruita, e il verde pervasivo, alternato a tessere d’oro, verde lussureggiante della pineta adiacente la città, verde della selva a ridosso del mare, verde e oro, verde portato al massimo della sua interna luminescenza per fare da sfondo a motivi geometrici e scene dell’Antico Testamento: le tavole di Mosé, il sacrificio di Isacco, la storia di Abramo ricongiungendosi alla simbologia del Nuovo Testamento nell’ ordine superiore. E, poi, ancora il verde, alternandosi all’oro, fa da contrappunto alle figure sospese che fluttuano sui fondali dorati, alle corti di Giustiniano e Teodora, giovane imperatrice dal volto nobile e austero, icona magnificente nello sfarzo degli abiti, nella ieratica postura che non smette di rinviarci, tuttavia, il senso d’una dolorosa, velata gravità.
La basilica di S. Giovanni immersa nella semi-oscurità dell’interno, ci sorprende oggi per sua luce soffusa proveniente dalle navate laterali e le sue file di colonne bianche, regolari e simmetriche sovrastate da semplicissimi possenti archi bianchi. Sui muri frammenti di mosaici pavimentali vi assalgono dalla penombra dei corridoi, i più antichi della città, emersi in frammenti disparati, in figure bizzarre, in animali fantastici e inverosimili oppure nel dettaglio della torre d’una città, della nave rilucente d’un porto, nel volto d’una giovane imperatrice, in motivi geometrici infine forse d’influenza greca o araba.

Perché, infine, gli antri del cuore antico, gli edifici sacri e le basiliche in pietra a vista, splendore dell’antica capitale si ricongiungono stranamente a Ravenna alle zone periferiche del porto, alle fabbriche costruite a ridosso delle lagune, agli spazi che si espandono ai margini della città: le costruzioni isolate in mezzo alle campagne, le vallate bonificate, le distese piatte e uniformi delle terre coltivate tutt’intorno.

Elisa Castagnoli

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