Altritaliani

E’ in crisi la democrazia ?

venerdì 13 febbraio 2009 di Nicola Guarino

La crisi delle ideologie alla base della crisi della democrazia. La politica fatica ad interpretare la realtà. L’economia e il lavoro nell’era della globalizzazione e dell’informatica. L’Italia è ancora una Repubblica fondata sul lavoro? E, se si, ancora per quanto? Morti Marx e il vecchio capitalismo, bisogna tornare a studiare il pensiero del secondo novecento, per dare vita a nuove ideologie.

IN MORTE DELLA DEMOCRAZIA

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Molti filosofi, politologi, sociologi, economisti, si domandano se qui in Occidente, siamo alla fine del modello democratico. In effetti vi sono allarmanti sintomi che preconizzano questo timore : La scarsa partecipazione alla vita pubblica e politica dei cittadini, in tutta Europa. Il rientro al privato ed una crescente sfiducia nella classe politica. Una tendenziale e percepita perdita dei valori che accomunano una società, la perdita finanche delle regole pacifiche della convivenza sociale e di una educazione politica che induceva i consociati a sentirsi parte di una nazione, corpo di una società. E poi, non ultimo ma forse al primo posto, la crisi dell’economia che fatica a trovare il suo regime in una società in cui il lavoro umano è un’attività sempre meno indispensabile. In questa breve e certamente non esauriente analisi, si potranno ritrovare elementi comuni alle democrazie occidentali in genere, anche se inevitabilmente la mia osservazione sarà rivolta prevalentemente all’Italia.

In Italia molti sostengono che la fine della democrazia sia segnata dall’avvento di Berlusconi in politica. Orbene, a me sembra che assegnare la responsabilità della crisi, o, addirittura la fine della democrazia in Italia all’attuale eternamente controverso premier, sia confondere le cause con gli effetti. A me sembra, che Berlusconi sia piuttosto un sintomo della patologia che affligge la democrazia italiana che la causa stessa. Esistono diversi indicatori che segnalano la gravità del momento per la democrazia. Faccio un esempio accostando due periodi dell’Italia del novecento, ben consapevole delle diversità storiche e politiche che li caratterizzano. Nell’Italia fascista del ventennio, la censura era un rimedio atto a limitare le libertà di opinione e di espressione di chi la pensava diversamente dal regime. In effetti questo rimedio fu molto più presente nelle comunicazioni private che in quelle pubbliche. La posta era spesso controllata, a volte sequestrata, con terribili effetti per mittenti e destinatari.

Diversamente, nell’ambito dell’informazione e nello spettacolo pubblico, a parte qualche direttiva generale rivolta alla stampa, agli scrittori (ad esempio agli autori di gialli fu ingiunto che dovevano salvaguardare l’onore della polizia e degli italiani, per cui i colpevoli dovevano sempre essere assicurati alla giustizia e preferibilmente essere stranieri), a parte qualche raccomandazione agli autori cinematografici e ai produttori di realizzare film che fossero di svago ed edificanti per la patria (va, tuttavia, ricordata, come eccezione, l’odiosa direttiva del ministero dello spettacolo che impediva di girare film nelle strade di Napoli, ritenute non idonee all’immagine pubblica del regime n.d.r.), vi fu, fondamentalmente, più autocensura che una censura di Stato. In pratica il regime aveva talmente intimorito e/o ammaestrato i cittadini, gli operatori dell’informazione, gli artisti dello spettacolo, che a questi non occorreva il pugno forte. La censura era già insita nella loro attività così come un fatto “normale”, necessario, se non doveroso. Paradossalmente, nei quasi cinquanta anni ininterrotti di potere democristiano, la censura fu molto più attiva e manifesta, anche perché un certo ribellismo degli scrittori, autori e giornalisti imponeva il bavaglio, specie quando l’attacco era rivolto a quei valori cattolici del Vaticano, che agiva sul suo partito di riferimento (la Democrazia Cristiana) affinché ponesse il “dovuto” freno. Paradossalmente perché quella censura era segno di una democrazia che si proponeva in modi a volte anche troppo franchi e rudi così da determinare censura e tutto il seguito di dibattiti, polemiche, contestazioni e manifestazioni. Oggi, si assiste, in modo inquietante, al ritorno dell’autocensura. Dietro un ipocrita richiamo ad una informazione che sia “politicamente corretta”, vi è una sorta di timorosa ed ossequiosa autocensura, specie verso la politica.

Avviene anche di peggio. Nel senso che in Italia oggi, può accadere di tutto e che nessuno più si scandalizzi. Appare così finanche normale, cito a braccio, che vengano pubblicate notizie di incontri erotici svoltisi nella Farnesina (Ministero degli Esteri) con aspiranti soubrette da raccomandare alla RAI, che il premier (il sintomo di cui sopra) telefoni ad un’alto funzionario della RAI per accontentare un senatore dell’opposizione, per fare avere un posto alla di lui moglie in televisione, per ottenere in cambio, dal “fedifrago” senatore, di far cadere il governo (allora Governo Prodi), essendo, per la legge dei numeri, determinante alla vita di quel governo il su voto. Accade anche che un viaggio in Treno Milano – Roma duri tutta la notte, per ritardi e perché le ferrovie italiane sono ormai terzomondiste, e che, giunti stremati alla stazione, i passeggeri non abbiano nemmeno la forza, la voglia, il coraggio di denunciare l’accaduto.

Vi sono numerosissimi, quasi quotidiani esempi di disservizi, che devono giungere a livelli abnormi ed intollerabili per qualsiasi essere umano (si pensi ai rifiuti di Napoli n.d.r.) per suscitare una reazione popolare significativa. Numerosissimi esempi di “malapolitica” di questo genere, a destra e sinistra passando per il centro, espressione di quella “casta” che lo scorso anno ha fatto la fortuna degli autori dell’omonimo ed interessante libro. Una “casta” spesso famelica e corrotta, viziosa e priva di qualsiasi senso dello Stato, che certamente non suscita passioni politiche, che non stimola un senso di appartenenza politica. In tempi recenti, il regista Nanni Moretti, scandalizzato (almeno lui), si è finanche chiesto se esistesse ancora un’opinione pubblica in Italia. Eppure, a fronte di tutto ciò, i sondaggi dicono (ed io ci credo n.d.r.) che Berlusconi è ad un gradimento a dir poco “bulgaro”, si parla del 60 – 65% dei consensi alla sua persona.

Non crediamo di essere moralisti se diciamo che qualcosa, se è vera questa sommaria e banale ricostruzione, non quadra. O gli italiani amano essere imbrogliati, e, magari, a loro volta, sognano di essere imbroglioni, corrotti, prepotenti, oppure qualcosa l’induce, direi li costringe a rimanere apatici, disorientati, rassegnati, di fronte a questa sfrontata gestione privata del potere, a dissociarsi ed isolarsi nei particolari spesso difficili della propria esistenza. Siccome non credo che gli italiani siano peggiori degli altri, per motivi genetici, debbo ritenere più probabile questa seconda ipotesi. Eppure, va aggiunto che altri indicatori sembrerebbero provare che la democrazia (quella italiana) sarebbe in salute. I pochi talk show televisivi (non autocensurati o non completamente) dedicati all’informazione e al dibattito politico, sono seguiti da diversi milioni di spettatori; i cittadini vanno a votare massicciamente ad ogni tornata elettorale, qualunque sia il tipo di votazione (anche con leggi elettorali controverse, come la cronaca degli ultimi anni dimostra, n.d.r.); le manifestazioni popolari nelle pubbliche piazze, sono consentite e vi partecipano liberamente molte migliaia di persone finanche famiglie con bambini. Quindi parrebbe che i cittadini vogliono partecipare alla res publica. Ed allora? Come spiegare la crisi di partecipazione attiva alla politica? L’inesistenza di una opinione pubblica? Come spiegare la fine di strumenti della democrazia, ormai corrosi da questo “oscuro” male? Come giustificare la fine dell’attivismo politico dei cittadini? La fine di quella che una volta era detta vigilanza democratica? Figlia di quell’Italia orgogliosa e partigiana che aveva dato vita e difeso la Costituzione! E’ vero o no che i valori che legano i consociati di un paese come l’Italia sono in agonia? Intendo dire: la solidarietà, l’eguaglianza, la partecipazione democratica, il rispetto delle diversità (per anni lo Stato italiano lavorò per garantire nell’interesse della patria la tutela delle minoranze linguistiche e delle diversità etnico-geopolitiche, come per le Regioni e le Province a statuto speciale). E come, per contro, non dare empiricamente per certo che nell’Italia di oggi le coscienze dei cittadini sono deviate da quelli che potremmo definire, con un neologismo, disvalori educativi che le informano e le formano? L’arrivismo, l’ipocrisia, la prevaricazione, il privilegio, il cinismo, l’arroganza, la presunzione, ed altri ancora? Bene se si sommano tutti questi disvalori si può comprendere perché, ad esempio, io ritengo l’attuale premier o meglio la sua rappresentazione, un sintomo della odierna società italiana più che la causa.

Non ho certo la pretesa di svelare al mondo il perché della crisi della democrazia occidentale e, certamente per ora mi fermo a cercare qualche spunto, argomento, almeno per comprendere la crisi della democrazia in Italia, sperando che questo sito e le sue pagine possano allargare l’orizzonte ospitando un dibattito ed interventi che siano stimolanti e di aiuto a comprendere.

La mia idea è che questa crisi ha radici lontane nel tempo

Bisognerebbe rimontare almeno agli anni settanta, quando in Italia infuria il terrorismo, con la tristezza e l’amarezza dei tanti morti ammazzati, con il disorientamento dei cittadini, che rapidamente si allontanano dalla partecipazione attiva alla politica. Una politica che vede tramontare, dopo l’assassinio di Moro, ad esempio, l’ultimo momento progettuale ed ideologico della sinistra, ovvero la prospettiva concreta del compromesso storico di Berlinguer. L’accellerazione nella crescita economica italiana che era incominciata con il “boom economico” e proseguita con gli “ideologici” anni sessanta e settanta, subì una brusca frenata negli anni ottanta. C’era una inquietante congiuntura in quel periodo. In America inizia il periodo Reagan, in Inghilterra domina la dama di ferro, Signora Thatcher, in Italia inizia la irreversibile crisi del Partito Comunista Italiano mentre si affermano sempre più i socialisti di Craxi. Il quale darà vita al suo patto di ferro con Andreotti e Forlani, allora segretario della Democrazia Cristiana. Nasce, insomma, il CAF. E’ anche l’epoca che dà il via ad un rinnovato impulso tecnologico, in buona misura sottovalutato. Si sperimentano i primi computer, i primi telefonini (giganteschi e pesantissimi), i processi produttivi sono sempre più automatizzati, finisce di fatto, con la controversa legge Mammì, il monopolio di Stato sulla informazione e lo spettacolo televisivo e radiofonico. Inizia la breve stagione delle tv private, che finirà rapidamente per dare spazio alla discesa in campo, nell’imprenditoria dell’informazione e dello spettacolo, di Silvio Berlusconi, che di fatto creerà, in tempi relativamente brevi una sorta di duopolio dell’informazione con la RAI, che è bene ricordare negli anni settanta, era stata lottizzata, sulla base di nuovi equilibri politici, dai partiti più rappresentativi. Specialmente DC, PCI e PSI.

Il celebre giornalista e scrittore Indro Montanelli un giorno ebbe a dire: “Se Mussolini avesse avuto la televisione avrebbe governato fino alla fine dei suoi giorni”. Ora, attribuire ad uno strumento quale la televisione, ma mettiamoci anche la radio e gli altri mass-media, la responsabilità della crisi della democrazia, è francamente un po’ forte, ma certamente la televisione e poi il satellite, la radio, internet, le varie forme mediatiche di uso dei telefonini, i-phon, ecc., ecc., hanno contribuito a quel processo di globalizzazione, di massificazione moderna che potremmo ancora chiamare, con un omaggio a Pasolini, di omologazione dei gusti, dei costumi, dei modelli di riferimento e formativi della società.

A ciò va aggiunta l’improvvisa, nei tempi in cui avviene, implosione del totalitarismo sovietico, e la conseguente caduta del muro di Berlino. Ma perché cade il muro? Si dirà perché è fallito il modello socialista sovietico, inadeguato sul piano economico, inaccettabile sul piano dei diritti umani. E’ vero, ma questo tracollo matura rapidamente anche a seguito del contesto internazionale che vive un momento di travaglio senza precedenti. Con un rapido deperimento delle risorse economiche ed energetiche, il tutto con una diffusa immagine (in buona misura falsa. Basti pensare all’accumulo di debito pubblico che si registrò in quegli anni e non solo in Italia) di benessere dell’occidente, mentre c’è un sud del mondo che avverte sulla propria pelle, finito il colonialismo e non sorretto dall’aiuto economico e politico di chi poteva (l’Occidente), l’enorme fame e povertà in cui si dibatte. E’ l’inizio degli effetti della globalizzazione. La caduta repentina del blocco socialista ha molteplici effetti disgregativi e disorientativi. Sul piano internazionale, si scatena un’autentica fuga dai paesi ex socialisti o appoggiati dai socialisti verso il preteso benessere dell’ovest del mondo. Interi continenti controllati con la forza delle armi e da dittature compiacenti si vedono all’improvviso liberati ma privi di qualsiasi strumento di governo. E’ il panico.

In Italia, molto più modestamente, si avverte che la lotta di classe e, ormai, un utopia, e tutta la sinistra si trova a dover fare i conti con un vuoto ideologico incolmabile. Tutte le tematiche attinenti alla liberazione della donna, al razzismo, ai cosiddetti diritti civili, ecc., ecc., vengono liberati dalla priorità del modello economico socialista, ormai evaporato come neve al sole, solo che la sinistra italiana non è preparata (del resto non lo è ancora n.d.r.) a sostituire le vecchie ideologie con le nuove. E quelle tematiche finiscono per essere sbandierate senza essere suffragate da nessun progetto ideologico che le sorregga.

Nicola Guarino


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