Altritaliani

La battaglia d’Italia: tra recessione e paludi.

giovedì 21 agosto 2014 di Nicola Guarino

La seconda repubblica resiste con tutte le sue forze al cambiamento, impegnando il governo in una guerriglia fatta legge per legge, articolo per articolo. Il governo tiene anche se la sua azione è rallentata. Il risultato è che siamo in recessione come dimostrano i dati ISTAT. L’autunno potrebbe essere caldo.

Quando tra i tanti avvertimmo, nella coraggiosa decisione di Renzi di assumere la guida del governo, il pericolo di un impantanamento, non ci sbagliavamo.

La riprova si ha in questa estate che non vuol decollare né meteorologicamente né politicamente. La battaglia sulla riforma elettorale e per la riforma del titolo quinto della Costituzione, con la conseguente riforma del Senato ha portato via mesi preziosi al governo e alla sua vibrante tabella di marcia.

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Come se non bastasse la stagnazione aggravata dalla guerriglia parlamentare delle opposizioni ha determinato un’ulteriore stagnazione recessiva che, in queste ore, è stata annunciata dall’ISTAT con un meno 0,2% sulla crescita che allarma per la ripresa del prossimo settembre. E’ l’effetto del mancato rispetto del timing renziano. La realtà è che il governo opera con un parlamento che è carico di astio nei confronti del premier, un astio che è ben oltre il limite del personale. Nel dopoguerra la ricostruzione italiana fu realizzata grazie all’accordo di tutte le forze antifasciste, finanche forze decisamente avverse, come il PCI di Togliatti e la DC di De Gasperi.

Oggi non siamo lontani dalla gravità di quella emergenza, ma purtroppo ci ritroviamo una classe politica incolta e priva di senso dello Stato. Solo questo puo’ spiegare l’ingeneroso personalismo contro Renzi e la volontà di affondarlo con tutto il paese.

Tuttavia, si deve almeno dare atto all’esecutivo che, pur con le perdite subite (in termini di credibilità politica), la perseveranza sta comunque premiando e la prima lettura della riforma senatoriale e la svolta sulla legge elettorale sembrano ormai alla portata e prossimi al conseguimento.

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Al Senato ferve la battaglia sulla riforma.

Impresa non facile quella di chiedere alla politica (della seconda repubblica) di riformarsi (per la terza repubblica) in prospettiva dei nuovi scenari politici italiani ed europei che si prospettano, con la formazione anche della nuova Commissione Europea.

Non si perdona a Renzi la svolta storica del Nazareno con cui per la prima volta la sinistra ha legittimato come soggetto politico la destra di Silvio Berlusconi. Un qualcosa d’insopportabile per una sinistra che avendolo combattuto (vanamente) per venti anni, si è vista di fatto disconoscere, dal suo nuovo leader, una strategia sostenuta con forza per quanto fosse evidentemente perdente.

Non è un caso che oggi i più duri nemici del rinnovamento della sinistra si annidano proprio a sinistra e tra i parlamentari del PD, che ancora una volta sviluppa le sue tendenze suicidarie ed invece di amministrare il 41% dei consensi espressi dai cittadini, inscena una faida interna (determinata dai gufi della vecchia nomenclatura, dagli apparati immobili del sindacato e da chi ancora oggi, mostra nostalgia verso una estrema gauche folcloristica, colorata e sostanzialmente inutile e dannosa, come ha dimostrato la vicenda della riforma del Senato.

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Grillo e Vito Crimidei 5 stelle al consulto.

Dietro la guerriglia dei seimila emendamenti di SEL, dell’Aventino di M5S, e delle sceneggiate della Lega, si nascondono diverse motivazioni e sentimenti. Ma va detto che in ogni caso queste opposizioni hanno solo dimostrato nei fatti, di non voler cambiare nulla e di voler mantenere il sistema paese bloccato com’è, senza apportare nessuna vera e concreta modifica.

Una cosa grave. Se è vero che proprio questo sistema, incancrenito da un ventennio di delegittimazioni reciproche, di leggi “ad personam”, di assoluta assenza di una politica industriale e di strategie, specie per i giovani, per incentivare il lavoro, hanno portato il paese sull’orlo dell’abisso. Ricordiamo la lettera della Commissione Europea del 5 agosto 2011. Altri tre anni passati vanamente.

Chi dice che le priorità non sono le riforme della macchina istituzionale e del potere legislativo, ma le riforme economiche, in realtà mente sapendo di mentire. E’ proprio il bicameralismo perfetto, concepito per altre stagioni storiche e con un sistema elettivo proporzionale, che ha favorito l’attuale impasse economico e sociale italiano. E’ stata la pletora di partiti e partitini con un sistema legislativo vulnerabile ai giochi dei veti che ha impedito fin qui qualsivoglia riforma. Liberare la Camera da questo anacronistico doppione significa liberare straordinarie potenzialità per il legislatore e sciogliere le mani ai governi che finalmente potranno essere esecutivi nel pieno delle proprie responsabilità.

In nessun caso l’opposizione ha dimostrato una coerente volontà di partecipare al processo riformatore propedeutico al rilancio del Paese. SEL ridotto ai minimi termini e con una diaspora interna, ha sacrificato la sua alleanza “storica” con il PD, alla ricerca di una vana gloria e visibilità, tenendo bloccato per settimane il Senato.

M5S fatti due calcoli si è reso conto del vantaggio (essendo la seconda forza in Italia, con una destra alla deriva) di favorire con il suo retorico Aventino, la felice conclusione della riforma frutto del Nazareno. In fondo in prospettiva potrebbe giovarsene, con i suoi premi di maggioranza e riuscendo a conquistare qualche regione, peserebbe anche nella camera che sostituirà il Senato.

La Lega rispolvera il “celodurismo” di bossiana memoria, consapevole che una posizione intransigente puo’ favorirla sia rispetto all’elettorato più impaziente dei grillini, sia rispetto al pubblico berlusconiano che assiste all’equivoco di una Forza Italia che si propone come opposizione ma che concretamente diventa il puntello più affidabile per Renzi e i suoi.

La “rivoluzione” dell’ex sindaco di Firenze tuttavia, non trova ostacoli solo in un parlamento che non è il “suo”, trova difficoltà anche rispetto ad un insieme di forze e di poteri che si annidano in tutte le pieghe della nostra “res publica”.

Una guerriglia che vede al primo posto in queste ore la ragioneria dello Stato, sobillato dal commissario Cottarelli, che dopo essersi fatto carico di una corposa spending review, alla fine ha di fatto gettato la spugna nella consapevolezza che toccare la Pubblica Amministrazione e fare tagli in quel campo, significherebbe smuovere un estenuante Vietnam, ancora più pericoloso di quello messo in scena al Senato.

Cambiare la società, significa cambiarne la cultura politica. Un’impresa titanica e che richiede tempi più cospicui di quelli preconizzati dal premier. Mettere mano ai funzionari pubblici, che nel sottobosco coltivano un intreccio di affari ed interessi politici, personali e di lobby, con tanto di gratificazioni economiche e di vanità politica, è necessario ma, certamente, in questo il governo non potrà trovare facile sostegno nell’attuale parlamento che spesso è stato presupposto della formazione di tali poteri e privilegi.

Un intreccio di clientele, corruttele, che ha portato spesso i tecnici nominati dai politici ad essere manovratori degli stessi, non fosse altro che per una migliore conoscenza della pubblica amministrazione. Ecco perché li occorre, anche a rischio di qualche impopolarità e delle ire di qualche sindacato (anch’esso, spesso coinvolto e complice), usare la scure più che il fioretto.

Il problema resta quello. Anche se Renzi gode di una popolarità vastissima, e la domanda di rinnovamento è inequivocabile, questo processo riformatore non potrà che andare a rilento, fino a quando, chiusi nella ridotta a gestire i bottoni del potere, restano gli stessi sciagurati operatori che hanno condotto il Paese in recessione e ai drammatici dati economici a cui assistiamo quotidianamente.

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Il ministro dell’economia Padoan

I sondaggi sembrano dire che la fiducia nel premier e anche nel suo governo è sempre altissima (vedremo se è ancora cosi dopo il meno 0,2 sancito dall’ISTAT), anche per il dato di un’assenza reale di alternativa, ma i viet-cong di SEL, dei grillini, e delle varie lobby e caste che si sono corposamente arricchite nella stagnazione di questi anni, ciascuno per il proprio interesse, confidano nello sfinimento di Renzi, nel suscitare nell’opinione pubblica una caduta di fiducia, nel cercare di costruire uno scenario di “tradimento renziano”. Siamo insomma alla visione rivista e aggiornata della politica del “Tanto peggio, tanto meglio”.

I ridotti ma significati risultati raggiunti dall’azione di governo, non devono indurre lo stesso ad estenuanti trattative. Già si parla di abbassamento della soglia di eleggibilità al 4% dei voti per aiutare partitelli che fin qui hanno (con la lodevole eccezione del NCD) spinto solo per impedire la governabilità. Viceversa, la scarsa rappresentatività politica di forze come SEL o Fratelli d’Italia, oltre ad imporre una riflessione sul senso storico di queste presenze, impone al quadro politico di virare sempre più ad un sistema che premi le grandi forze politiche e le capacità di queste di coagularsi su progetti politici sempre più chiari e distinti.

Il pensiero politico di questi decenni dimostra; la scarsa validità propositiva e costruttiva, almeno sul piano della coerenza di progetto, di quei partiti personalizzati o addirittura “liquidi”, incapaci di esprimere un’idea di futuro che non sia perennemente contraddittoria e confusa, nonché la scarsa incidenza ed efficacia di formazioni troppo piccole ma capaci tuttavia, di influenzare e ricattare il quadro politico. Qual è il senso di favorire masochisticamente l’accesso politico a forze cosi poco rappresentative della società e dell’esigenze del Paese?

Personalmente resto dell’idea che la legge elettorale non vada modificata dalla sua prima lettura, evitando le preferenze, fautrici in passato di pratiche corruttive, che le soglie di sbarramento devono consentire un’agevole governabilità al partito vincitore (non è una tragedia se un partito che ha la maggioranza governa, nella migliore Europa si fa cosi), restando salvo poi la possibilità di alternanza alla prima occasione elettorale.

E’ una prassi tutta italiana quella di vedere nel vincitore il nemico da delegittimare con ogni mezzo anche a costo di paralizzare il paese.

A chi pensa alla delegittimazione che fu fatta verso Berlusconi va detto con franchezza che, al netto degli errori che hanno ridotto il dibattito politico e culturale per venti anni in uno sterile Berlusconi si, Berlusconi no, va tuttavia, riconosciuta che quella stagione, figlia di un’altra rivoluzione, quella di “mani pulite”, fu tuttavia caratterizzata dall’anomalia insita in quella figura d’imprenditore che gestiva gran parte dei mezzi di comunicazione e che aveva interessi specifici e personali in quasi tutti i settori dell’economia. Anomalia drammatizzata dal continuo uso di leggi "ad personam" atte a favorirlo in ogni campo.

Questa considerazione valga anche per coloro che continuano ottusamente ha chiamare Renzi figlio di Berlusconi, mai personaggi furono cosi lontani sia per i rapporti con il potere, sia per stile di vita. Basterebbe pensare per rendersene conto.

Solo l’isteria di una vecchia e superata sinistra puo’ coltivare simili falsi pregiudizi.

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Matteo Renzi

Ci attende un autunno difficile e dopo il suo terzo incontro con Berlusconi, Renzi vuole farlo partire con l’approvazione dell’Italicum e l’avvio del secondo passaggio della riforma del titolo V della Costituzione. Ma ci sarà l’incognita dell’approvazione del DEF (documento economico e finanziario) una spina dolorosa, specie dopo gli ultimi allarmanti dati dell’ISTAT, che prospettano un buco di almeno 6 miliardi di euro. Non sembrano a rischio le ottanta euro agli undici milioni d’italiani, ma certamente bisogna avviare una severa opera di tagli sulla pubblica amministrazione se si vogliono liberare risorse per ridurre le tasse sul lavoro e per incentivare le imprese.

Occorre rimettere mano al Jobs act, non perché questo crei posti di lavoro, ma perché la semplificazione del mondo del lavoro, favorirebbe le aziende per le assunzioni. La strada dell’abbandono del precariato è una scelta che deve continuare ad essere la stella polare di Renzi e del suo governo e anche su questo territorio le resistenze saranno durissime.

Compiti difficili ma colui che ha segnato la svolta nel paese con il patto del Nazareno, deve continuare sulla via dell’innovazione politica, strada maestra per uscire dal pantano.

In tal senso resta fondamentale, contro le vecchie ed inutili pratiche ideologiche di cui s’infarcisce ad arte il paludismo attuale, il sano e concreto pragmatismo dimostrato e che gli italiani hanno premiato con la loro massiccia adesione.

Insomma, se Renzi fa il Renzi e non diventa Letta (chiudendosi in sterili mediazioni e meditazioni), ce la si puo’ fare. Il paese è con lui, e non è poco.

Nicola Guarino


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