Altritaliani

La guerra è una maledizione ereditaria.

venerdì 12 settembre 2014 di Rosa Chiara Vitolo

La guerra è tornata con gli orrori di Gaza e ci sarà una terza guerra in Iraq. Barack Obama lo ha confermato il 10 settembre, annunciando che gli Stati Uniti, con l’appoggio di una vasta coalizione internazionale, “distruggeranno lo Stato islamico” non solo in Iraq ma anche in Siria. Perché la guerra? E’ una domanda che è ricorrente nella storia e nel pensiero politico. Ripercorrendo alcuni esempi vecchi e nuovi di guerre si comprende come lo sforzo d’impedirne la successione di orrori e distruzioni è quanto mai difficile. In fondo si tratta di cambiare un tratto della natura umana.

«La storia è un bagno di sangue», annotò William James in un saggio contro la guerra (1906) che è probabilmente il migliore mai scritto sull’argomento. «La guerra moderna è così costosa», continuava, «che il commercio ci sembra una strada migliore per arrivare al bottino; ma l’uomo moderno eredita tutta l’innata bellicosità e tutto il culto della gloria dai suoi progenitori. Mostrare l’irrazionalità e l’orrore della guerra non gli fa né caldo né freddo. Gli orrori lo affascinano. La guerra è la vita all’ennesima potenza; è la vita “in extremis”; le spese di guerra sono le uniche che gli uomini pagano volentieri, come ci mostra il bilancio preventivo di tutte le Nazioni».

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Battaglia delle Termopili

Il ricordo degli orrori passati non funziona come deterrente e freno alla umana natura guerrafondaia. Proviamo una carrellata storica senza pretese di diacronicità.

Nel 1994, da aprile a giugno, in Rwanda, assassini della maggioranza Hutu decisero di sterminare la minoranza Tutsi che allora governava il paese. In un centinaio di giorni di massacri incontrollati a fucilate e coltellate, morirono 800.000 persone, quasi tutti Tutsi. La popolazione totale del Rwanda si ridusse del 10%. Le cause immediate della carneficina furono le rivendicazioni politiche, ma tutte nascevano dal problema di fondo: la sovrappopolazione del Rwanda e la mancanza di terra per tutti.

In Unione Sovietica, nell’inverno del 1932-1933, il grande terrore staliniano fece morire di fame oltre 3 milioni di ucraini e nel 1937-1938 furono eseguite 681.692 condanne a morte per presunti ‘crimini politici’, il 90% delle quali erano a carico di contadini considerati ostili alla collettivizzazione delle campagne.

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Anche sotto la mano di Dio le guerre non sono mai mancate.

I crociati andati in Oriente, ricompensati in anticipo dalle indulgenze papali, marciavano sotto il crocefisso. Nel 1191, durante l’assedio di San Giovanni d’Acri, Riccardo I Cuor di Leone spinse 2.700 prigionieri musulmani in prima linea per farli vedere a Saladino, dopodiché li passò tutti a fil di spada. Il movente ultimo di tali orrori era strappare territori e risorse ai musulmani e consegnarli alle monarchie cristiane.

Poi, toccò all’Islam. Anche l’assedio di Costantinopoli nel 1453 fu condotto per conto di Dio dai turchi ottomani sotto il sultano Mehmet II. Erano la Santissima Trinità e Ognissanti che i cristiani pregavano quando si accalcarono nella grande chiesa di Hagia Sofia mentre l’esercito ottomano convergeva verso l’Augusteum.

Nessuno ha saputo esprimere il legame profondo che esiste nelle religioni monoteiste fra la violenza umana e divina meglio di Martin Lutero nel “Se anche i soldati possono salvarsi” (1526): «Ma cosa dobbiamo fare se la gente non starà in pace, ma rapinerà, ucciderà, violenterà donne e bambini, e sequestrerà ricchezza e onore? La piccola assenza di pace chiamata guerra o la spada dovrà porre un limite a questa assenza di pace universale, mondiale che distruggerà tutti».

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La battaglia delle Termopili è un altro esempio dell’arte di far guerra. Combattuta dalle città-stato greche, unite in un’alleanza e guidate dal re di Sparta Leonida I, e dall’impero persiano governato da Serse I; si svolse in 3 giorni, durante la seconda invasione persiana della Grecia, nell’agosto del 480 a.C. presso lo stretto passaggio delle Termopili ("Le porte calde").

L’invasione persiana era una risposta allo smacco subito durante la fallita prima invasione della Grecia che si era conclusa con la grande vittoria ateniese nella battaglia di Maratona nel 490 a.C. Serse aveva raccolto un enorme esercito e una potente flotta per conquistare tutta la Grecia. Il generale ateniese Temistocle propose che i Greci si disponessero a bloccare l’avanzata dell’esercito persiano al passo delle Termopili. L’esercito di Serse arrivò al passo dove fu trattenuto per una settimana dai Greci che, sebbene in grande inferiorità numerica, bloccarono l’unica via attraverso la quale l’imponente esercito avrebbe potuto raggiungere la Grecia centrale; tuttavia un abitante del luogo di nome Efialte rivelò l’esistenza di una via secondaria che conduceva dietro le linee greche. Leonida, consapevole di essere stato aggirato, fece allontanare il grosso dell’esercito greco e rimase a guardia del passaggio con 300 Spartani, 700 Tespiesi, 400 Tebani e, forse, qualche centinaio di altri, che vennero per la maggior parte uccisi. I numeri contano, aldilà dei buoni propositi.

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Perché le guerre scoppiano in certo modo e non altrimenti? Perché in un certo momento e non in un altro?

La storia recente, dal socialismo in avanti, ci suggerisce che le guerre sono un portato dei sistemi di privilegio. Il conflitto esiste perenne, ma non è perennemente di fatto; perché tale diventi è necessaria una iniziativa umana; è necessario ci sia chi giudichi essere arrivato il momento dell’azione, il momento utile per riaffermare un nuovo privilegio e la guerra scoppia.

Gramsci, nel suo pamphlet “Odio gli indifferenti” (1925), nutriva l’idea che una guerra, dato l’assestamento contemporaneo della produzione e degli scambi, non può arricchire nessuno, non è utile a nessuno, che in una guerra moderna non vi possono essere vincitori e vinti, ma tutti saranno vinti, cioè per tutti si abbasserà il livello di vita economica, perché il danno dell’uno sarà inevitabilmente danno dell’altro. La rivelazione, la dimostrazione matematica di questa verità, secondo lui, avrebbe dovuto uccidere la guerra.

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E invece no. Una famosa fiaba di Esopo simboleggia il lato oscuro e crudele della natura umana. Uno scorpione chiede a una rana di traghettarlo dall’altra parte di un ruscello. All’inizio la rana rifiuta perché giustamente teme il suo pungiglione. Lo scorpione promette alla rana che non farà niente di tutto questo. Dopo tutto, dice, se ti pungo, moriremo tutti e due. La rana accetta, e a metà del guado lo scorpione la punge. Perché l’hai fatto, domanda la rana, mentre annegano? È la mia natura, risponde lo scorpione.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, i conflitti violenti fra Stati si sono ridotti drasticamente, in parte grazie alla moratoria nucleare delle due maggiori potenze (due scorpioni in una bottiglia). Ma le guerre civili, le rivolte e il terrorismo sono continuati imperterriti.

La natura, si sa, vince sempre. I principi dell’ecologia delle popolazioni ci aiutano a esplorare più a fondo le radici dell’istinto tribale del genere umano. Lo sviluppo demografico è esponenziale. Una popolazione di scimpanzé o di umani tenderà a crescere esponenzialmente quando le risorse abbondano, ma dopo alcune generazioni perfino nel migliore dei casi è costretta a rallentare il passo. Gli umani e gli scimpanzé sono decisamente territoriali e questo è il controllo demografico insito nei loro sistemi sociali. Le guerre e le annessioni permisero la formazione di territori più grandi e favorirono i geni che prescrivono lo spirito di gruppo, le reti di comunicazione e la formazione di alleanze. Da diecimila anni, possiamo assicurarci quantità di cibo sufficienti a bloccare il fenomeno dell’emigrazione. Ma questo progresso tecnologico non ha cambiato la natura umana.

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Cucire insieme i pezzi che la storia ci consegna gratuitamente è forse possibile solo se puntiamo il cavalletto in una angolazione sopraelevata: mantenere la posizione. La striscia, la gola, lo stretto, il passaggio, il fazzoletto. La terra è e sarà sempre il motivo dei contenziosi di piccola e di grossa entità. Guardatela bene intorno ai vostri recinti, ai cancelli, alle transenne e osservatela poi nelle foto che ci arrivano dalle macerie di Gaza. La terra è già pronta a rosseggiare di nuovo per i corpi che raccoglierà prematuramente nel suo grembo.

Rosa Chiara Vitolo

Aggiornamento del 12 settembre 2014

LINK CONSIGLIATO:

Internazionale.it
La nuova guerra in Iraq
Bernard Guetta
http://www.internazionale.it/opinioni/bernard-guetta/2014/09/11/la-nuova-guerra-in-iraq/

Ad eccezione della prima immagine in alto, foto della guerra a Gaza.


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