Altritaliani

I Bronzi di Riace a Nord? La diversità del sud.

sabato 2 agosto 2014 di Carmelina Sicari

“La Calabria rappresenta per l’Italia un valore aggiunto, di tradizione, di cultura, di passioni ed energie che trovano linfa vitale e inesauribile nell’eredità della Magna Grecia”, cosi Edoardo Sylos Labini a proposito del trasferimento dei Bronzi a Milano per il prossimo Expo 2015. Ma sul trasferimento c’è polemica.

Si fa un gran parlare ora, tra tutto il chiacchierio sulle riforme, sull’economia, della opportunità di procedere al trasferimento dei Bronzi di Riace dal Museo che li ricetta (n.d.r. Museo Nazionale della Magna Grecia, a Reggio Calabria) a Milano.

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I bronzi di Riace

Mi sembra un’insaziabile ed insaziata vena predatoria. Da quando sono apparsi i Bronzi non si è parlato d’altro che di trasferirli. Una vena predatoria mascherata naturalmente da opportunità.

Che se ne fanno dei Bronzi al Sud, dato che i visitatori sono pochi? A Milano invece lo scenario è il mondo.

Una vena predatoria che ha come struttura del profondo un’invidia altrettanto gigantesca.

Tra le varie maschere che la vena predatoria assume c’è il progressismo, per cui bisogna superare il campanilismo, la cultura che non vuole essere partecipata ad altri.
E poi c’è la negritudine: il Sud è così macchiato dalla malavita che nessuna cultura vi può allignare e soprattutto essere esportata.

La verità è che siamo davanti ad una vera diversità che i Bronzi simbolicamente esprimono.
A nessuno viene in mente di fare una decifrazione del significato simbolico dei Bronzi che esprimono davvero il Sé, inteso come spirito collettivo.

Ernst Bloch ne “Lo spirito dell’utopia” indicava i grandi simboli che guidavano la storia dei popoli: Le Piramidi nell’antico Egitto, le grandi cattedrali gotiche nel Medioevo.
Le Piramidi esprimevano il volersi far pietra del Faraone, ossia l’anelito a durare, lo slancio verso l’immortalità che nessuna altra civiltà ha espresso con uguale intensità.
E lo slancio verso l’alto è contenuto nelle cattedrali gotiche a dire che ogni civiltà ha espresso con un linguaggio speciale, in simboli il significato che ciascuna dava alla storia, all’esistenza.

Solo la nostra ha la brutalità volgare di misurare tutto col profitto e col denaro.

Lo scrittore tedesco Schultze in una recente invettiva esprimeva tutto il suo disappunto per la civiltà del denaro e per la malizia delle sue maschere. Quella della civiltà di retroguardia del Sud è proprio una delle più maliziose maschere mai create.

Relegare il Sud ad un ruolo di terra maledetta, escluderlo dai circuiti dello sviluppo non avvantaggia certo il Nord, toglie elementi di concorrenza, stabilisce un primato che è però sempre quello del profitto.

Per questo all’inizio parlavo di chiacchierio. Le inutili analisi, le maliziose maschere non sono servite a fare uscire tutti noi dalla crisi, a produrre nuovo lavoro, ad individuare nuove forme di risorse.

Eppure il linguaggio dei Bronzi è così paradossalmente esplicito: bisogna rifondare l’uomo e tra tutti i significati proprio in questo consiste il linguaggio, l’indicazione suprema ed anche la sigla globale a cui il Sud ha affidato la sua diversità.

Il Sud è la patria dell’utopia ed ha una vasta dignità consacrata dalla tradizione cavalleresca. Tommaso Campanella vi ha collocato la sua città ideale ed il suo progetto di formazione umana.

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Ernst Bloch

Prima ancora Gioacchino da Fiore vi ha posto il terzo stato dell’umanità, l’approdo alla condizione spirituale, cioè l’avvento della coscienza come consapevolezza e responsabilità.
E quando l’Europa ha inteso indicare una frontiera invalicabile che doveva difendere l’occidente e la civiltà cristiana, essa fu collocata attraverso la canzone di gesta, Aspromonte, proprio in Calabria.
(n.d.r. vedi questo articolo: http://www.altritaliani.net/spip.ph...).

Il senso è rovesciato.
Che c’entrano i Bronzi con l’Expo, con il denaro?

Carmelina Sicari


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