Altritaliani

O riforme o voto!

venerdì 25 luglio 2014 di Nicola Guarino

La politica è un’arte e non un mestiere. Ancora una volta il rinnovamento renziano è messo a rischio dalla vecchia politica che non si rassegna al cambio storico che è iniziato nel paese. Il PD di oggi ha la forza per imporre il cambiamento e se il parlamento esita allora si vada al voto.

La politica è un’arte e non un mestiere, verrebbe da dire a commento su quanto sta avvenendo al Senato a proposito delle riforme relative a quel ramo parlamentare.

Forse sarà ingiusto dirlo ma vedendo da una parte Renzi e i suoi che spingono per abolire il bicameralismo perfetto (rendendo cosi più semplice ed efficacie l’azione legislativa) e dall’altra, le resistenze spasmodiche ad impedire le riforme, dei senatori che (quasi tutti) sono intenti solo a far finta di modificare il progetto di legge, ma che in realtà non vorrebbero modificare nulla, privilegi compresi, si ha la plastica immagine di cosa è stata la seconda repubblica e di cosa potrebbe essere la terza, incominciata con la cesarea ascesa di Renzi a palazzo Chigi.

Non è credibile l’ipotesi che le opposizioni vogliano il dialogo per apportare modifiche al progetto di riforma governativa. Un tentativo di dialogo sarebbe stato possibile ma non certo con oltre ottomila emendamenti proposti, che di tutto evidenza puntano unicamente al ritiro del provvedimento di legge o semplicemente a ritardare sine die, l’approvazione dello stesso.

La parola chiave di questo scontro è “ipocrisia”. Come per “l’Italicum” ancora una volta si scomodano sacri e validi principi, per intenti tutt’altro che nobili. Le appiccicose bave d’ipocrisia che furono del berlusconismo e che poi coinvolsero l’intero sistema politico nel ventennio del cavaliere, persistono ancora cercando d’invischiare e impaludare la marcia del rinnovamento.

Allora si disse che bisognava garantire le quote rosa, nel nome delle quali la Camera si diede a mille contorsioni per rallentare l’approvazione di una legge che finalmente spazzava via ogni residuo dell’incostituzionale “porcellum”, ora si oppongono mille paletti e strategie ostruzioniste per impedire la trasformazione del senato in una camera di secondo livello, con competenze mirate e rivolte soprattutto alle autonomie regionali.

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Francamente, appare incomprensibile l’atteggiamento della vecchia sinistra, che invoca il diritto alle preferenze e al voto sui candidati. Quella delle preferenze fu una iattura della prima repubblica, contrastata tenacemente proprio da quella sinistra, foriera di clientelismi e di corruzione, al punto che gli italiani furono ben lieti di farne a meno nella stagione in cui si affermo’, con i referendum di Mario Segni, l’idea di un sistema maggioritario che superasse il proporzionalismo puro che nelle preferenze aveva la sua peculiarità. Del resto, da sempre gli elettori scelgono candidati imposti dai partiti e non certo da loro.

Personalmente credo che Renzi avrebbe fatto molto meglio a mantenere il suo primo proposito, ovvero l’abolizione tout court del senato riducendo l’organo legislativo alla sola Camera dei deputati, il cedere alla tentazione gradualistica e meno traumatica di ridurre con le spese, le competenze del Senato, a finito per non pagare, finendo per fornire argomenti agli ostruzionisti, rischiando cosi di far affondare nelle secche del ‘benaltrismo” e dei particolarismi, ogni sano ed onesto intento riformatore.

La politica è un arte, in cui bisogna spesso sacrificare, nel nome del bene comune, anche egoistiche rendite di posizione, viceversa, i senatori stanno offrendo una ipocrita messa in scena a difesa di una presunta minaccia alla democrazia, al solo scopo di non perdere il proprio posto di “lavoro”, con tutti i vantaggi e i lauti guadagni che questo comporta. Dispiace vedere che a questa messa in scena, promossa in primis da una vecchia ed eternamente perdente sinistra espressa oggi dal SEL di Vendola, nonché da una parte dei senatori della vecchia nomenclatura bersaniana, partecipino un po’ tutti. Ci sono i pentastellati che ancora una volta, con il loro continuo “stop and go” mirano solo ad impedire l’iter per l’approvazione della riforma.

Lo stesso Berlusconi, ormai in netta crisi di autorevolezza finanche verso i suoi, fatica a contenere il malcontento di chi, tra i forzisti, non si rassegna a cedere la propria qualifica di senatore. La realtà è che i mestieranti della politica non si rassegnano, all’evidenza dei tempi, alla necessità di un cambio di passo della nostra società, malgrado l’inequivocabile segnale del 41% al PD che rende chiara l’aspettativa del paese.

La realtà è che, senza indugi e finanche con il proporzionale (come ora sarebbe), in mancanza dell’approvazione delle riforme istituzionali, bisognerebbe andare al voto. Subito, come chiede l’onorevole Giachetti uno dei renziani della prima ora. Perché andare al voto? Ma per il semplice motivo che ci troviamo nella terza repubblica con un parlamento vecchio, figlio della seconda. Un parlamento di nominati, nel PD scelti dal rottamato Bersani e a destra dall’agonizzante Berlusconi, che non potrà uscire dal suo coma politico nemmeno dopo l’assoluzione per il processo Ruby. Con SEL che puo’ vantare la sua presenza in parlamento solo grazie all’accordo che fece con il vecchio segretario del PD, ma che oggi, con un nuovo esame elettorale, probabilmente non avrebbe equivalenti vantaggi. SEL che, come fece all’epoca il suo padre Bertinotti con Prodi, oggi con Vendola, rinnova la sua infedeltà ad ogni accordo con il PD mettendosi alla testa di chi vuole impedire il cambiamento.

Già questi dati da soli rendono chiaro che se si votasse oggi, i rapporti di forza parlamentari sarebbero ben diversi e il processo di riforme, sarebbe più spedito. Renzi per la sua onestà intellettuale è accusato di autoritarismo, la realtà è che bisogna procedere a rimuovere definitivamente i rottami della seconda repubblica, procedendo, ed in fretta, al cambiamento. Per questo insisto si vada al voto, anche con questo allucinante sistema, perché, in ogni caso, gli italiani capirebbero e premierebbero, ancor più copiosamente il rinnovamento proposto dal condottiero del PD.

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Sia chiaro che per i vari Chiti, Mineo & C. la speranza di una ricandidatura sarebbe pure follia, che SEL questa volta i seggi se li dovrebbe conquistare da solo, se n’è capace, ora che anche i suoi rappresentanti più validi l’hanno abbandonato (il capogruppo Migliore in primis).

Chi si oppone alla riforma del senato, del titolo V della Costituzione e alla nuova legge elettorale, ancora ipocritamente, dichiara che si sta perdendo tempo, che le priorità sono altre: il lavoro, le tasse, l’economia e finge di voler difendere il diritto della gente ad eleggere i senatori.

La realtà è che i senatori saranno eletti dai cittadini, seppure indirettamente dopo il voto regionale. La realtà è che è vero, si sta perdendo tempo e questo a causa di oltre ottomila emendamenti alla riforma del senato. Un accanimento a non mollare la seggiola, malgrado i richiami del Presidente Napolitano, che invita al dialogo e non all’ostruzionismo e che invita a fare presto e a mettere da parte egoistici interessi. Napolitano che aveva accettato il secondo mandato solo a condizione che le riforme procedessero a vele spiegate. Quegli stessi uomini che affossarono Prodi con 101 siluri, oggi tradiscono anche la promessa fatta a “re Giorgio”, per il suo secondo insediamento.

Ancora la realtà (merce rara in quest’ultimo ventennio) è che certo bisogna fare molto e riformare tanto in materia di lavoro, per le tasse, per il taglio della spesa pubblica, per incentivare le imprese, ma questa priorità è indubbiamente e tecnicamente vincolata all’avvio delle riforme istituzionali.

Oltre che per incapacità politica la destra e la sinistra, negli ultimi due decenni, non sono riusciti in nessuna riforma strutturale anche a causa del farraginosissimo sistema di elezione e di rappresentanza parlamentare, con le due camere costrette ad estenuanti lavorii e modifiche per approvare anche leggine minori e di scarso impatto.

Le riforme devono essere condotte con coerenza e con un piano programmatico che tenga presente che tipo d’Italia si vuole e tali scelte presuppongono un sistema che garantisca una governabilità chiara e responsabile.

Credo che senza indugio andrebbe applicata la tagliola (nelle ultime ore l’ipotesi sta prendendo piede n.d.r.), affinché si possa votare la legge sul senato. Il diritto delle minoranze ad utilizzare anche la nobile arte dell’ostruzionismo, non deve impedire, sine die, il sacrosanto diritto della maggioranza di proporre al voto le proprie proposte legislative. Pensare il contrario significa avere un’idea piuttosto bislacca della democrazia.

Difendere i diritti della minoranza è sacro, ma è altrettanto sacro quello della maggioranza di potersi assumere le proprie responsabilità nella conduzione del paese.

Chi dice che le priorità del paese sono altre, forse dice il vero, ma parla con la lingua biforcuta, perché in realtà con la scusa delle riforme economiche che non ha mai fatto in venti anni, quando era sotto i riflettori della politica, mira solo a salvare il proprio mestiere, il posto di lavoro. Ma la politica, quella vera, quella che piace a Renzi e ai suoi, lo abbiamo detto, è un’arte, un servizio, che si rende in nome del popolo sovrano, in nome della storia che si ha sulle spalle e non in nome del proprio portafoglio o più banalmente delle proprie tasche.

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Il PD dall’alto della sua recente performance elettorale targata Renzi ha un solo dovere chiedere subito: O riforme o voto! In mancanza del ritiro degli inutili e pretestuosi emendamenti proposti, e in mancanza di un’utile “tagliola”, senza esitazione, si passi al responso delle urne. S’invochi un plebiscito per i rinnovatori, siano scelti i candidati democraticamente dalla direzione, siano cacciati dal parlamento i rottamati e i traditori della vecchia nomenclatura, i complici di venti anni di berlusconismo. Solo cosi si potrà avviare quel cambiamento promesso e che gli italiani invocano. Solo cosi in Europa l’Italia potrà avere ancora più voce in capitolo. Solo cosi l’onestà intellettuale potrà prevalere sulle caste e sui giochetti sporchi di poteri correntizi, che nulla hanno a che fare con le speranze e i desideri dei cittadini.

Nicola Guarino

Nelle foto dall’alto in basso: Maria Elena Boschi ministro per le riforme; Pietro Grasso presidente del Senato; Matteo Renzi presidente del Consiglio.


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