Altritaliani

Autentico o no il “Diario postumo” di Montale? Continua la “querelle”.

giovedì 17 luglio 2014 di Gaetanina Sicari Ruffo

Un caso come un giallo. Veramente singolare “l’affaire” montaliano di “Diario postumo”, edito da Mondadori fin dal 1996. Prosegue in Italia la “querelle” sulla sua dubbia eredità: è un falso costruito per sorprendere e tenere viva la poesia di questo grande autore, premio Nobel nel 1975, o un lascito autentico ad un’amica?

Diciamo subito che si tratta di 66 componimenti poetici fatti pubblicare, sei per volta, per undici anni, da Annalisa Cima, poetessa e pittrice milanese, dalla Fondazione Schlesinger di cui Montale era presidente ad honorem e poi tutti insieme, con altri inediti, in un volume della Mondadori, per la collana Lo Specchio nel 1986.

Fin qui tutto potrebbe apparire ovvio, ma ad aprire il caso sono stati da subito il filologo Dante Isella con Il Dovuto a Montale (Archinto, 1997) e il giornalista e scrittore Giovanni Raboni, autore di articoli sull’Europeo. I due studiosi hanno espresso forti dubbi sulla loro autenticità. La risposta della curatrice Cima è stata, a dir poco, molto risentita. Ha attribuito loro, a sua volta, incompetenza, invidia e livore. Il Corriere della Sera s’è assunto la loro difesa con articoli che si trovano nell’Archivio, del tipo: Com’è goffo il Montale postumo di Dante Isella ed anche recentemente, appena il 9 luglio, un intervento, a firma di Paolo Di Stefano: Il Diario postumo di Montale: troppe profezie per essere autentico ha attirato la mia attenzione pure perché Montale è il mio poeta preferito del Novecento, poeta civile, impegnato ad affermare la dignità della persona umana contro l’ignoranza e l’intolleranza.

L’iter però con cui il presunto lascito montaliano è giunto alla pubblicazione è perlomeno molto bizzarro, a giudicare dal fatto che l’affidataria delle poesie, nonchè amica del poeta, Annalisa Cima, secondo la testimonianza della governante del poeta, Gina Tiossi (da poco scomparsa), durante gli anni della sua sua frequentazione della casa di Montale, durata undici anni, era sempre provvista d’un registratore, come se avesse tutto calcolato fin da allora.

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Eugenio Montale e Annalisa Cima

Fatto sta che la Cima ha raccontato che Montale le ha affidato le sue ultime poesie, ma ha stabilito che dovevano essere pubblicate cinque anni dopo la sua morte, non tutte insieme, ma sei per ogni anno, chiuse in buste, affidate ad un notaio, per undici volte, quanti erano stati gli anni della loro amicizia come un omaggio postumo per far rivivere la sua poesia. I componimenti sarebbero stati scritti tra il ’69 ed il ’79, ma tutta quest’ultima fatica del poeta genovese (scomparso nel 1981) vide la luce nella sua completezza proprio in occasione del centenario della nascita. I documenti autentici del lascito, foglietti con una grafia traballante e spesso sbiadita, apparentemente non di una sola mano, non si sono potuti attentamente esaminare perchè furono mostrati una sola volta sotto vetro e poi mai più esibiti. Petrucci Armando, filologo e paleologo, ha messo in dubbio pure la grafia dei 95 foglietti con su vergate le poesie dell’ultimo Montale. Il testo ha preso così a circolare con l’apparato critico di Rosanna Bettarini, filologa presso l’Università di Firenze, allieva di G. Contini, scomparsa nel 2012.

Come si può bene immaginare ne è sorta, in tutti questi anni, una vera e propria contesa tra difensori ed oppositori per il tramite di accuse e difese, come in un vero e proprio tribunale.

Naturalmente non è mancata l’analisi dei versi rispetto alle precedenti raccolte e per giustificare la scadente qualità delle ultime liriche è stato chiamato in causa l’umorismo del poeta che avrebbe così inteso fare una beffa ai suoi critici per farli impazzire anche dopo la sua morte. Così egli ha definito la sua ultima opera nella poesia Secondo testamento che fa parte dell’ultima raccolta:

….........Non scelsi una strada
più battuta,ma accettai il fato
nel suo inganno di sempre.
Ed ora che s’approssima la fine getto
la mia bottiglia che forse darà luogo
a un vero parapiglia.
Non v’è uno stato un nulla in cui sparire
già altri grazie al ricordo son risorti,
lasciate in pace i vivi per rinvivire
i morti: nell’al di là mi voglio divertire.

Beffa o non beffa, tale conclusione non sembra degna del grande Montale, di cui Bonaventura Tecchi ha forse fra tutti i critici dato il giudizio più lusinghiero con cui concordo:
Montale ha interpretato meglio di ogni altro (in Italia) lo spirito del nostro tempo, che è in gran parte, purtroppo, negazione, aridità, disperazione, nichilismo.
Ma bisogna dire che in questa rappresentazione egli non ha mostrato compiacimento nè cinismo, ma sofferenza. E’ qui la sua salvezza come artista e come uomo.

( Omaggio a Montale, a cura di Silvio Ramat, Mondadori 1966).
E non ha torto, il dubbio resta, ma la questione forse non si risolverà mai.

Gaetanina Sicari Ruffo


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