Altritaliani
Missione Poesia

“Traversate” di Alberto Bertoni. Una poetica laica al servizio della pietas.

giovedì 19 giugno 2014 di Cinzia Demi

In Missione Poesia: La poetica di Vittorio Sereni riflessa nel nuovo libro di Alberto Bertoni: il tema della morte, del rapporto con i defunti, le immagini immaginifiche dello straniamento…Un poeta che vacilla nella sua fragilità di uomo e che trova stabilità nella dimensione del dolore e del dialogo con l’aldilà. Una “pietas” infinita per un dolore laico che rasenta la spiritualità più profonda.

Alberto Bertoni

Alberto Bertoni è nato a Modena nel 1955. E’ autore dei libri di poesia: Lettere stagionali (1996, nota di Giovanni Giudici); Tatì (1999, omaggio in versi di Gianni D’Elia); Il catalogo è questo. Poesie 1978-2000 (2000, intervento di Roberto Barbolini); Le cose dopo (2003, postfazione di Andrea Battistini); Ho visto perdere Varenne (2006, prefazione di Niva Lorenzini); Ricordi di Alzheimer (2008 e 2012, con una lettera in versi pavanesi di Francesco Guccini); Recordare (2011, con Roberto Alperoli ed Emilio Rentocchini, prefazione di Marco Santagata); e Il letto vuoto (2012).

Professore di Letteratura italiana contemporanea e di Prosa e generi narrativi del Novecento nell’Università di Bologna, dirige per Book Editore la collana di poesia “Fuoricasa”, è consulente scientifico del “PoesiaFestival” di Castelnuovo Rangone e membro di alcune giurie di premi letterari. Dal 2008 al 2010 - insieme con Biancamaria Frabotta – ha curato il Diario critico dell’Almanacco dello Specchio Mondadori.
Sul piano saggistico è autore e curatore di diversi articoli e libri, fra cui i Taccuini 1915-1921 di F.T. Marinetti (1987), Dai simbolisti al Novecento. Le origini del verso libero italiano (1995, Premio Russo e Premio Croce 1996), La poesia come si legge e come si scrive (2006), La poesia contemporanea (2012), editi tutti dal Mulino. E’ inoltre autore – con Gian Mario Anselmi – del saggio dedicato alla letteratura dell’Emilia e della Romagna nella Letteratura italiana Einaudi curata da Alberto Asor Rosa.

Conosco Alberto Bertoni da una vita. Praticamente, è stata una delle prime persone che ho conosciuto appena trasferita a Bologna, oltre vent’anni fa. Teneva corsi di poesia alla Pinacoteca Comunale e le sue lezioni erano affascinanti così come il suo modo di leggere i testi, con una voce calda e profonda e un’interpretazione di spessore altissimo. Allo stesso modo ho frequentato con lui alcuni corsi universitari (pienissimi) sulla letteratura contemporanea, e ho vissuto con gli altri studenti l’emozione data dal suo modo sempre altamente coinvolgente di trattare gli autori che presenta: le sue lezioni sono performative e ricche di spunti di riflessione. Bertoni è oggi riconosciuto in Italia come uno dei più importanti critici letterari, uno dei migliori insegnanti (se non il migliore in assoluto) e un notevole autore di poesia. Parleremo in questo articolo del suo ultimo libro, uscito proprio in questi giorni, dal titolo Traversate edito da SEF (Società Editrice Fiorentina).

Prima però accenneremo brevemente ad uno dei grandi maestri della poesia novecentesca, Vittorio Sereni, accenno necessario per poter entrare nella poetica dello stesso Bertoni.

I riflessi nella poetica di Alberto Bertoni. Vittorio Sereni.

Nell’antologia dedicata alla “giovane poesia” curata da Piero Chiara e Carlo Erba, tra gli anni 1945 e 1954, intitolata Quarta generazione, si parla della fonte di un atteso rinnovamento poetico riscontrabile «nel silenzio della privata storia d’ognuno» e, se pure l’osservazione potrebbe sembrare contraddetta dai grandi libri in versi usciti in quegli anni, come Il dolore di Ungaretti o Diario di Algeria di Sereni, che si confrontano sia criticamente che moralmente con la “storia pubblica” in realtà, questi sono lavori estremi e ultimi dopo i quali ci saranno molti anni di silenzio da parte degli autori, o almeno di autoriflessioni e di inquietudini delle cui peculiarità diviene portavoce soprattutto Vittorio Sereni che, nella prosa degli Immediati dintorni (1962), intitola l’ultimo saggio proprio Il silenzio creativo, confessando l’insoddisfazione verso la scrittura e il «disgusto verso ogni modulo precedentemente sperimentato».

Questa crisi e questa insoddisfazione saranno visti dal poeta come un passaggio necessario, un momento utile di dubbio per rinnovare «il rapporto fra esperienza e invenzione» per non perdere «la naturale capacità di comunicazione della poesia». La svolta che Sereni dà alla poesia italiana del secondo novecento è fondamentale: egli, infatti, ne auspica uno sviluppo non più lirico-astratto, ma figurativo-narrativo. Dice Sereni: «[…] Produrre figure e narrare storie in poesia [è] come l’esito di un processo di proliferazione interiore. Non abbiamo sempre pensato che ai vertici poesia e narrativa si toccano e che allora, e solo allora, non ha quasi più senso tenerle distinte?». Questa la strada proposta da Sereni dunque: l’invenzione di una nuova maniera poetica capace di assorbire e svolgere le istanze peculiari della narratività. Anche Montale, dialogando con Sereni su questi temi dirà proprio che la poesia «si fa prosa senza essere prosa»; e Pasolini, dal canto suo abituato a sconfinare tra i generi, dirà che la prosa è come «la poesia che la poesia non è».

Si parte da qui per la conversione dunque della lirica verso la prosa, intesa come nuova ricerca e come recupero di esperienze precedenti, tra cui le prose liriche degli autori vociani e i poemi in prosa di Ungaretti e Cardarelli. Molti autori si cimenteranno in questo genere prosastico anche nell’uso di un analogo codice espressivo: pensiamo a Nel magma di Mario Luzi (1963) e a Gli strumenti umani dello stesso Sereni (1965).
Del resto, tutta l’attività poetica di Sereni è stata recepita in modo durevole e stratificata sia dai lettori che dalla critica raggiungendo, egli stesso la posizione di “maestro” nella rappresentazione di un “modo d’essere” che si dichiara all’interno di una dimensione del dubbio e della responsabilità etica della scrittura. La sua poesia è stata definita esistenziale per un poeta «custode non di anni ma di attimi» come si legge nel poemetto Un posto di vacanza, uno dei suoi testi più maturi facente parte del suo ultimo libro Stella variabile (1981). Qui troviamo infatti: il tono di un’elegia spezzata, dolorosa e contraddetta da continue sospensioni, che scandiscono i singoli dettagli dell’esistente e segmentano lo svolgersi della scrittura, che si interroga su se stessa e si mette in dubbio nel momento in cui si fa. Il posto di vacanza è Bocca di Magra, dove il poeta trascorre le vacanze estive: il testo è dunque, insieme, un racconto autobiografico (un bilancio esistenziale e un dialogo con gli amici) e una metapoesia, una poesia, cioè, che parla della poesia stessa, un discorso sulla possibilità di scrivere ancora versi. La sintassi ora morbida e fluente, ora spezzata e singhiozzante del poemetto, mentre registra la sofferenza del linguaggio e delle sue variabili percettive, raggiunge una forma di assoluta libertà, tipica dello stile variegato dell’ultimo Sereni, sempre in equilibrio fra narrazione, monologo e dialogo [1].

Traversate (SEF, 2014)

Doveroso è stato dunque l’accenno al grande maestro (se pure non l’unico, ma certo il più immediatamente presente in quest’opera che analizziamo) di Alberto Bertoni, fondamentale per comprendere a fondo le inquietudini, i dubbi, l’esistenzialismo legato agli affetti familiari e alle amicizie, al rapporto con i morti, al confronto metaforico col mondo animale: tutti temi che si intrecciano in questo complesso ed esemplare libro che porta un altrettanto esemplare prefazione, quella dello scrittore Paolo Valesio (scrittore che sarà oggetto di un apposito e prossimo articolo di questa rubrica, Missione poesia).
Chi conosce l’opera di Bertoni non ignora che alcuni di questi temi, in specie il rapporto con il padre e la madre e con le assenze sono già presenti nei suoi altri libri, ma qui vengono ripresi e trattati in maniera diversa, più vicina e più distaccata al tempo stesso, e vedremo perché.

Intanto, però, cerchiamo di capire in che modo Bertoni ha fatto sua la lezione di Sereni, riprendendone i dettami della poesia, facendoli certamente assurgere a voce autonoma, ma dai quali non si può prescindere per affrontare un discorso intorno al suo lavoro di poeta. Analizzeremo per prima la parte centrale del libro, il suo cuore, la parte intitolata Un teatro senza animali.

Un teatro senza animali

C’è un testo, particolarmente significativo, a cui fare riferimento per i versi di Bertoni e si trova proprio nel poemetto di Sereni Un posto di vacanza: è un testo dedicato alla Razza, un pesce di mare che il poeta vede arpionare e gettare nella cesta con gli altri pesci nascendogli da questa visione, e dalla descrizione del pesce e del suo nuotare, ricevuta da alcuni pescatori, un parallelismo figurativo con le ombre e i fantasmi che abitano l’interiorità di ogni uomo. Il moto di immersione ed emersione del pesce dal mare, ricorda al poeta le riaccensioni e le amnesie di certi sentimenti e pensieri che abitano la psiche umana: attimi che restano sepolti per anni in un mondo interiore e che tornano a galla all’improvviso, per intuizione o per caso, e riescono a bloccarsi in una definizione che diventa chiara e distinta.
Ecco, un lavoro analogo fa Bertoni in questa partitura di Traversate dove, tra l’altro, il parallelismo non è solo riferito a figure umane generiche ma quasi ogni testo - come buona parte di tutta la sua poesia - è dedicato a una persona ben individuata, oltre a rappresentare in ogni momento un particolare stato d’animo del narratore stesso (perché anche qui, come abbiamo accennato per Sereni, prevale una poesia narrativa, se pure sono presenti molti artifici retorici come quelli che afferiscono alla musicalità del testo, ad esempio, quali rime e assonanze).

Così, si apre la raccolta con un breve componimento che descrive una sorta di parto poetico di una larva che non trova la giusta ambientazione nella casa dove vive il poeta: è l’occasione forse per descrivere un ambiente scevro da sentimenti genitoriali, inadatto anche alla paternità/maternità di un insetto che, infatti, viene schiacciato come, probabilmente sono stati schiacciati gli stessi sentimenti che non trovano “casa” a casa del poeta.

Naturalmente qui, per mancanza di spazio, ci limiteremo a dare conto di una breve presentazione dei testi della raccolta, volendo anche esprimerci sulle altre parti del libro ma, di almeno un altro paio di queste poesie vogliamo parlare. La seconda, ad esempio, intitolata Il cane è un capolavoro di prosa poetica – cara a Sereni, ricordate? – che potrebbe definirsi un manifesto della poetica bertoniana ed essere eletto a rappresentanza, in fondo, di tutta la raccolta. In un’ambientazione visionaria e quasi orrorifica il poeta, nell’ora crepuscolare, in paesaggio fluviale e scozzese si imbatte in un cane che abbaia fortissimo e non si placa neanche al suono rassicurante della sua voce ed egli, rivolgendosi allora verso la foga del cane (che sente l’invisibile), intravede una massa di persone che gli vengono incontro comparse da chissà dove. E’ un’immagine allucinatoria che sembra reale e che sembra esaurirsi nel giro di pochi attimi. Al ritorno, sarà difficile dormire con una simile visione negli occhi e, il giorno seguente, il primo pensiero sarà il tornare in quel luogo dove, nella quiete dell’aria e del cane, egli scoprirà un cimitero. Ma è già nell’inizio la soluzione del testo, nell’incipit chiarificatore che dice: Non la morte, ma i morti mi raggiungono oggi e mi abitano, come padroni delle notti. Come se il rapporto con i morti fosse parte della vita, una parte da cui imparare a vivere, in fondo, una parte inscindibile dell’esistenza con cui confrontarsi. E il poeta lo fa. Il cane è il sesto senso dell’uomo, il senso che avverte d’istinto qualcosa che sta per accadere, come la parte latente dell’umanità stessa che allerta chi non vuol sentire. Il poeta raccoglie questo allarme, lo fa proprio e chiarisce, in apertura del testo appunto, che con i morti, con i cari morti, amici e parenti, egli ha instaurato un dialogo notturno, da cui in fondo nasce molta della sua poesia stessa.

Di questo bestiario dalle spoglie umane così ricco e variegato vale la pena di ricordare almeno un altro testo: quello dedicato a Un piccione. Qui il pensiero analogico dell’umanità che lotta per le cose che non stanno e prova pena del piccione morto si confronta con lo stato d’animo del poeta che in qualche modo si attarda in certi luoghi a bere, giocando coi bicchieri e coi pensieri per non guardare cosa c’è oltre quel luogo (qui viene in mente anche la poesia Il fischio -parla il guardacaccia - di G. Caproni dove i compagni dicono al protagonista di non uscire, di restare con loro che fuori chissà cosa c’è di pauroso) E di pauroso fuori ci sono gli imbrogli, il vuoto e il fumo dei ruoli che non sono più riconoscibili, la piccolezza e l’insignificanza di una natura che è mortale, un’età adolescenziale ormai finita, la consapevolezza della morte… la morte – e non più i cari morti - in questa parte così straziante del finale della poesia viene dunque incontro al poeta, che si vede affrontare i passi dell’indomani sul selciato di casa come l’ultimo volo sfrecciante di quel piccione ormai morto, del quale non è rimasto niente. Anche del poeta dal passo e dal pensiero malfermo non resterà niente: tutto verrà sepolto dal gelo. L’inutilità del tutto, la vacuità dell’arte – anche del pensiero poetico – prende la forma di un piccione morto, sfrecciato via sotto le rose (i successi) che ha lottato fino all’ultimo fremito d’ala ma che è ormai solo un filo di sangue nello scolo. L’atteggiamento del poeta tra indeterminatezza onirica e spaesamento reale rende una disposizione mentale di complessità, intreccio di pensieri e cambi di prospettiva modulabili quasi come le note di certi brani jazz tendenti ad arginare tremolanti il vuoto di certi momenti.

Via Crucis
(con Stefano Tassinari)

La seconda sezione del libro è dedicata a un amico carissimo del poeta: allo scrittore Stefano Tassinari [2], precocemente scomparso.

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Stefano Tassinari

Si tratta di un Calvario lungo e doloroso che parte da una stanza dell’Ospedale di Bentivoglio (BO) - «benemerito, funzionale ma agghiacciante hospice di buona morte», come lo definisce Bertoni –, dove si trova ricoverato l’amico ormai morente, per raccontare una vita di esperienze condivise, viaggi, amori, militanza politica, giovinezza spensierata e nodi esistenziali per entrambi irrisolti.
E anche in questa parte di libro ci viene in aiuto Sereni per un’analogia di pensiero, del resto già riscontrata anche nella precedente analisi. Si tratta di una dimensione di «perplessità esistenziale» come suggerisce lo stesso Mengaldo. Una dimensione dalla quale Bertoni non esula ma vi si fionda a strapiombo: in ogni testo, specie in questi dove tornano prepotentemente i ricordi di un’età piena di speranze, c’è un bisogno di calarsi nella fase storica e sociale del contesto che non è tuttavia il movente della sua poesia. Si avverte piuttosto in Bertoni (così come in Sereni) la necessità di restare fedele al proprio orizzonte psicologico e culturale, di fare del proprio equilibrio instabile la propria stabilità. Nel viaggio spirituale e laico del poeta al fianco dell’amico ormai scomparso si celebra, al fine, la vita – prigione dalla quale per fortuna si riesce a strappare qualche momento di senso, ben consapevoli dei suoi limiti e soprattutto del suo finire. L’occasione di senso è data – ad esempio - dall’ascolto di un transistor al sabato e alla domenica, dal seguire la squadra del cuore, dal trovarsi sotto il tettuccio di un’utilitaria, dal contestarsi l’ideologia, dal trascorrere insieme esperienze in luoghi lontani. Da tutto un mondo fatto di ricordi insieme, prende spunto Bertoni per questa maratona senza arrivo per un corridore, al momento, che non è l’amico. Ne emergono entroterra e risvolti psicologici che fanno tenere la mano, che provano a baciare vicino alla bocca, che fanno sdraiare vicino all’amico steso sul letto di morte per raccoglierne anche un semplice rantolo di vita ultima. S’intrecciano passioni calcistiche e viaggi in treni altissimi delle Ande, puntate agli ippodromi e amori sbagliati dai quali perdere figli. S’innestano riflessioni sulla precarietà della vita e sulla pochezza dei nostri gesti: che è tanto se spostiamo un ninnolo, se siamo autori di un dettaglio – dice il poeta – mentre l’amico esprime l’ultimo, eufemistico e inesaudito desiderio, quello di poter cambiare le corde della sua chitarra.

Si conclude la silloge dedicata a Tassinari alla Quattordicesima stazione con otto versi di climax incisivi e decisivi anch’essi per la comprensione della poetica bertoniana: i morti ci parlano quando vogliono e si dileguano nell’autunno scontroso – indicativo l’aggettivo quasi rivolto più ai morti che alla stagione, morti che determinano le modalità di incontro e di colloquio con i vivi -. Inevitabile qui anche il confronto con Novembre di Pascoli dove, al verso finale, si parla di un’estate fredda dei morti che potrebbe intendersi non solo riferita ai giorni della ricorrenza degli stessi, i primi di novembre, quando si assiste ad un rialzarsi delle temperature ambientali, ma anche, in traslato, ad un incontro con questi in concomitanza dell’accesso al cimitero per un saluto ai defunti – che si usa fare in quel periodo - che restano inermi, freddi nella loro voluta assenza, quasi a non volerci incontrare per l’occasione.
La passione di questa raccolta nella raccolta non cede tuttavia il fianco ad un laicismo ostinato e la candela – se pur di cera scadente – che il poeta accende, nella cattedrale russo-ortodossa di Parigi, per l’amico ne è la prova se pure anche qui, come altrove, il testo è riflessione sulla figura dello Zar a cui la chiesa pare dedicata. Non per niente Paolo Valesio nella prefazione parla di pietas di Bertoni che, pur definendosi laico, non manca di tradurre in versi alcuni dettagli “pietosi” del suo vivere e del suo sentire. E anche quel bacio dato vicino alla bocca a cui accennavamo sopra fa parte di uno di questi dettagli, come dice Valesio stesso.

Commiato e Quaderno della madre.

La parte iniziale di Traversate è dedicata al padre e la parte finale alla madre, entrambi scomparsi. Due momenti importanti che non per niente aprono e chiudono il libro. Due momenti già accennati in precedenti lavori da Bertoni, che qui trovano la loro ragione d’essere per l’intensità maggiore - anche stilistica - del loro rapportarsi con l’universo poetico e, al tempo stesso, per il distacco che l’autore ha cercato di dare al contenuto dei testi provando ad estraniarsi dagli affetti. Ma non così facile. Se da un lato è sempre più vero che anche in questi testi Bertoni abbraccia un deciso plurilinguismo facendo spesso coniugare fra di loro la lingua colta della tradizione letteraria e il “parlato”, specie nelle occasioni di interrogazione rivolte ai morti, e che quindi da un punto di vista stilistico il risultato è una maggiore intensità dovuta alla forza espressiva del dialogo stesso, dall’altro lato il tema della morte - che come abbiamo già detto è tematica tipicamente sereniana - non permette un estraniamento dalla realtà specie quando oggetto dei testi sono gli affetti più cari. I morti sono lo svelamento del reale significato della vita e la conferma della sua fragilità e, se pure volendo, indicano un modello di stabilità definitiva incoraggiando il poeta a uscire dalla propria condizione di esitazione, non è così semplice simulare che a tutto il vuoto si possa dare un significato. Il prezzo da pagare è altissimo: c’è un riscatto esistenziale capace di saldare il debito affettivo?
Bertoni ci prova e racconta queste zone d’ombra anestetizzando, forse almeno per un poco, il suo dolore di figlio che non ha dato figli, inadatto a ogni senso concreto, che fece scena muta alla domanda Chi è Dio? rivoltagli da bambino al catechismo, che rimane muto fra l’utero e il marmo, che osserva dove salpa la zattera che porta la demenza della madre e del padre nel mare senza luce. Ci prova ma non ci sta. Non ce la fa a parlare della madre senza dedicarle almeno – e qui ritorna la pietas, se pur spietata come dice Valesio – un’Ave Maria. E’ una preghiera-grido dove il figlio-poeta si ribella per il disgusto olfattivo e tattile alla visone del corpo della madre, ormai scomposto e brutale; una ribellione che cerca motivi e che si ricompone nell’ultimo verso frutto del tuo seno preso in prestito alla preghiera più alta per la madre delle madri. E il grido, se pure più sommesso, continua in questa sorta di Canzoniere finale, per la madre fidanzata (come torna ancora l’eco di tanti poeti maestri, tra cui il già nominato Caproni nei suoi Versi livornesi dedicati ad Annina, alla madre-fidanzata): in un momento di massima poesia - guarda caso sotto forma di prosa - il figlio si accorge che la madre è vicina alla morte, vorrebbe fare qualcosa per lei, ma si perde nei suoi occhi, in quegli occhi da cui è nato, in quello sguardo che - terribilmente uguale - sembra lo stesso continuato del primo nel nido… Quando lo raggiunge l’eco della sua morte la immagina come sorridente del fatto che lui non fosse al suo fianco, che fosse in viaggio, lei che non concepiva viaggio/ dal suo mare diverso, ma non riesce a darsi pace per il fatto di non averla, forse, soccorsa nel momento in cui si era accorto che poteva morire… quella madre che diventa sposa vestita di rosa, sola e vera fidanzata unico legame che lo indicava come figlio di qualcuno dopo la morte già avvenuta del padre; quella madre che, con la sua morte, gli dà l’occasione ancora di pensare ad un gesto lontano dal suo sentirsi ateo, al gesto dell’inginocchiarsi. E se, come dice ancora giustamente Valesio, «la vita spirituale si accontenta di poco [e quello del poeta] è un non-inginocchiarsi col trattino divisivo, ovvero un “inginocchiarsi-non”, che è cosa diversa dal semplice non inginocchiarsi» allora dobbiamo pensare che in fondo nel testo che chiude il libro, dal titolo L’anniversario – scritto un anno dopo la morte della madre, probabilmente – quella pietas a cui abbiamo accennato più volte ritorna prepotentemente nel vuoto incolmabile che l’autore sente ripercorrendo gli ultimi minuti vissuti con lei, le sue colpe, lo sguardo di lei che ha detto tutto, elementi che restano – inscindibili – dal tempo trascorso.

Con la consapevolezza di non aver certo esaurito l’analisi di questo libro così articolato, profondo e complesso nella sua tematicità, rivolgo l’invito ai lettori a leggere i testi selezionati per l’articolo.

Da: Via Crucis
(con Stefano Tassinari)

Prima stazione

Era il transistor tenuto in mano
per “Bandiera gialla”, di sabato
e il giorno dopo “Tutto il calcio”
ascoltato tremando, girovaghi a caso
sui muretti le lucertole
e a ogni passo uno spasmo
di abisso o paradiso
l’Inter inchiodata sul pareggio
casalingo o addirittura in provvisorio svantaggio
fuoricasa su un campo roccaforte
e tutta riversata nell’altra metà campo
lancio all’ala di Suarez
fraseggio Domenghini Mazzola
per il piede sinistro di Dio
polline e piombo
dal vertice dell’area

Anni luce dal nostro
tuffo maldestro a chiudere lo specchio
spegnerlo rigarlo cancellarci il viso
non essere mai più Narciso

Persi così
sotto il tettuccio di qualche utilitaria
quando la terra fu scossa
e le rocce si spaccarono

*****

Seconda stazione

Punticino di mondo, brulichio
di attimi nani o giganti
fiorir di stille in infiniti abissi
ma incubi, quaggiù,
da cuori mai propensi, assoggettati

Questo solo ho difeso
contro il tuo feroce calvinismo
passeggiando sul primo
tappeto d’autunno,
nel nome di un’etica biochimica delle passioni,
gli occhi a brillare distanti
con le loro pagliuzze dorate,
quella mano protesa a sfiorarti
di troppi anelli brillante

O bocca lacerata che prorompi
e non so più se lacrime o parole
saranno il finimento che si rompe
la banda bianca sciolta
nel trotto sbilanciato

Ogni arrivo, un calvario

E fuori silenzio, mio corpo
in povertà assoluta
dopo più di trent’anni di lavoro
a lume spento
e tutto in amore devoluto
per il gusto di pioggia
che ogni tanto rubo
al catrame, quando torno

Tutto in libri sprecato, cene, cavalli,
qualche regalo. Carità di rado, benzina
per l’altrove quotidiano

E subito tu a parlare, Stefano
di cinismo-lenimento
o crisi d’esperienza provocata
da un troppo amore di sé
e colpe, ancora colpe
d’essere stato con qualcuna felice
nel buio di un portone senza nome?

(Così, appena forse tollerabili
i nostri vent’anni
dove il privato era politico
ma mai il contrario
e dove quasi quasi ho praticato
l’unico sesso non masturbatorio
con l’eskimo o il montgomery addosso
come bandiere continuando a portarli
ogni buio d’inverno)

E poi
delle mie corna prese e date
- uso apposta il termine volgare
fra compagni da non usare –
non so proprio più di tanto angosciarmi
resta solo
questo tendere nostro
all’idea, al tempo-sfacelo
dove tutto volentieri butto via
meno i pochi baleni di parola
uomo-donna, Proust,
certi riflessi di Venezia
di cui insieme parlare

Solo un velo di cenere
sugli abiti e nei sogni
io che nemmeno fumo

*****

Da: Un teatro senza animali

Un piccione

Anche se alla fine non ci vado
amo i posti che non chiudono presto
o non chiudono proprio
dove stirarsi, trastullarsi fino all’orlo
di piena dei bicchieri, della gente
che lotta per le cose come stanno
e prova pena del piccione morto
un filo di sangue nello scolo
fra strada e marciapiede capovolto

Brucia, città, torna nel bosco
è il messaggio che ascolto
e ripeto distorto
quando contro me stesso
gioco sporco, imbroglio
le analisi, mi vendo
al peggior spargitore di vuoto
e fumo nelle orecchie
il vento un mezzo pandemonio
e il suo nome sepolto
nel dilemma di che posto
quale ruolo tenere in rapporto
alla frusta micidiale delle ere
se francamente non conta, non importa molto
che noi, sì, siamo cambiati
ma non nel mondo il nostro posto

La nostra piccolezza, la nostra
insignificanza e natura mortale,
il nostro avere perso un altro giorno
nella certezza che niente fa ritorno
mai e con lei l’adolescenza
in fiamme, quella forza
irresoluta e fiera
di sbattersi a contatto con le cose
tutte le cose, la superficie piena
fosse pure la luna
che di colpo risorge dopo la violenza
della notte di pioggia, scorza
di consapevolezza che tutto attorno muore
proprio come quel piccione sul dorso
anche lui sfrecciato via sotto le rose
fino all’ultimo tremito dell’ala
sul selciato sotto casa
che anche domani calpesto
sempre più incerto, malfermo
io pure nel pensiero
sepolto alla fine di tutto
dal gelo

*****

Mia madre

Mia madre non è
uno scoiattolo né un topo
dunque di lei non posso parlare
con leggerezza o schifo

Mia madre male che vada piange
quando sono lontano
e con gli anni, le ore, peggiora
pensa che io non vivo

*****

Ave Maria

Semplicemente non voglio esserci
a rovistare nella carne di mia madre
le mani nel mucchio del suo corpo
nudo, brutale, scomposto

Temo sia questa
la mia sola religione
questo obbligo filiale di toccare
gli escrementi, in lei
raccogliere gli stracci
di ogni essere Madre

E il rigo implume del suo ventre
l’insulto dell’utero macchiato
quel taglio da cui sono sbucato

dicono che il Senso generale
è una pura questione di olfatto
e di tatto alla bocca dello stomaco
il contatto con lo sporco
che s’incide nel volto
d’ogni grazia vuoto

e frutto del suo seno

Cinzia Demi

P.S. “MISSIONE POESIE” è una rubrica culturale, curata da Cinzia Demi, per il nostro sito Altritaliani. QUI il link. Chiunque volesse intervenire con domande, apprezzamenti, curiosità può farlo tramite il sito cliccando su “rispondere all’articolo” o scrivendo direttamente alla curatrice stessa all’indirizzo di posta elettronica: cinzia.demi@fastwebnet.it

[1Spunti e riflessioni ricavate da: G.M. Anselmi e G. Fenocchio su coordinamento di E. Raimondi in Tempi e immagini della letteratura, Il Novecento, Mondadori, Milano 2011.

[2Stefano Tassinari è nato a Ferrara nel 1955 ed è morto a Bentivoglio nel 2012. Da un punto di vista artistico è stato uno scrittore, drammaturgo e sceneggiatore. Ha pubblicato diversi romanzi e suoi racconti sono presenti in una decina di antologie italiane e straniere. Autore di testi teatrali, letture sceniche e di programmi radiofonici per Rai Radio 3, è stato ideatore e direttore artistico di varie rassegne letterarie, tra le quali La parola immaginata e Ritagli di tempo (ITC Teatro di San Lazzaro). È stato autore di documentari televisivi girati, oltre che in Italia, in Nicaragua, Spagna, Francia, Portogallo ed ex Jugoslavia. Ha curato la messa in scena di decine di opere letterarie di scrittori italiani e stranieri, collaborando con attori e registi Vicepresidente dell’Associazione Scrittori Bologna, ha scritto di letteratura su quotidiani e riviste. È stato direttore e fondatore di Letteraria (rivista semestrale di letteratura sociale).


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