Altritaliani

Gerusalemme Liberata (canti VIII- XII): Sveno, Clorinda e il «rivolgimento dell’impresa».

venerdì 20 giugno 2014 di Vincenzo Allegrini

Le simbologie e le similitudini poetiche del poema epico e cavalleresco di Torquato Tasso. Il passaggio attraverso le similitudini tra la fine di Sveno e Clorinda. Alcuni retroscena di uno dei poemi più celebri e meno celebrati della nostra letteratura.

Secondo l’ormai classica interpretazione di Ezio Raimondi, l’intera struttura della Gerusalemme Liberata può essere pensata come l’unione di cinque blocchi, oppure, se si preferisce, di cinque atti, costituiti rispettivamente dai canti I-III, IV-VIII, IX-XII, XIII-XVII e XVIII-XX. In tale simmetria, al critico non solo è parso di veder un riflesso della carica e della tensione drammatica che percorre l’intero poema, ma anche una possibilità, se non proprio di illuminazione, per lo meno di chiarimento sul senso nascosto di quello che egli definisce l’intrico confuso degli eventi.

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Rinaldo e Armida, di Francesco Hayez

Adottando tale suddivisione, si noterà che il secondo atto della Liberata costituisce – sia a livello strutturale sia a livello narrativo – un passaggio cardine per lo scioglimento dell’intreccio, dal momento che esso, aprendosi con il concilio infernale, dà avvio al disturbo dell’impresa e genera così un allarmante movimento centrifugo. In altre parole, nei canti IV – VIII viene inscenato il prevalere delle istanze personali, delle deviazioni – nonché erranze – dei cavalieri e, necessariamente, del romanesque sul racconto e sulla missione epica. Così, dunque, il demone Aletto può esortare Argillano: «Fuggi, Argillan; non vedi omai la luce?/ Fuggi le tende infami e l’empio duce» (VIII, 60, 7-8), quando, dopo la fuga dei soldati che si fanno paladini di Armida, dopo l’allontanamento di Rinaldo e l’erranza di Tancredi, nel canto VIII, sembra prospettarsi più che mai la minaccia e il concreto pericolo dello “smembramento” delle forze cristiane, attraverso una sedizione interna che insedia direttamente Goffredo.

Tuttavia, è proprio da questo grave episodio in poi che, fallita la congiura ed evitata la sommossa, si potrebbe intravedere l’inizio di un progressivo avvicinamento alla meta e, dunque, i primi segnali di una conversione del poema da cavalleresco ad epico. In verità, come sappiamo da una lettera scritta da Tasso a Scipione Gonzaga nel 1575, ciò avviene soltanto a partire dal canto XIII, ma l’indicazione dell’autore di per sé non esclude che dei segnali già possano essere contenuti all’interno dei canti precedenti. Segnali di questo tipo, se a volte sono piuttosto espliciti, come nel caso della descrizione della conversione e della morte di Clorinda nel canto XII – chiara anticipazione del mutamento del poema stesso – altre volte, invece, risultano meno espliciti e declinati in una serie di rimandi infratestuali che meritano particolare attenzione. È il caso, ad esempio, della gloriosa morte di Sveno, che, a ben guardare, presenta delle analogie con quella di Clorinda, della cui funzione anticipatrice è stato appena detto.

Il «garzone invitto» è diretto alla città santa, non si svia in erranze e, anche se egli non raggiungerà mai il «gran sepolcro», raggiungerà però, a differenza e prima degli altri personaggi, la Gerusalemme celeste, vera meta ultraterrena dell’azione e dell’ideologia crociata.

Dunque proprio tale conseguimento della beatitudine è chiamato a prefigurare quella stessa beatitudine alla quale perviene Clorinda che, come una martire, dopo aver cancellato con il battesimo i peccati del passato, esce di scena con una morte eroica nel segno della cristianità, della pace e della concordia: «S’apre il cielo; io vado in pace» (68, 8) sono le sue ultime parole «in atto di morir lieto e vivace» (68, 7). In altre parole, il cambiamento di fede di Clorinda simbolicamente rappresenta l’inizio della nuova fase che, preannunciata dall’episodio di Sveno, troverà completamento a partire dal canto XIII e che vedrà, con il prevalere delle forze cristiane sulle forze pagane, dell’azione divina su quella demoniaca, il ritorno di Tancredi, di Rinaldo e della coesione, anche teleologica, all’interno del campo crociato.

Per comprendere più chiaramente come la fine del principe dei Dani possa lasciare intravedere l’inizio di quello che Paul Larivaille chiama il «rivolgimento dell’impresa» è utile osservare più da vicino le analogie fra i passi che descrivono le due morti. Risulta subito chiara un’ affinità di atmosfera, resa evidente anche dall’utilizzo iniziale della stessa formula di virgiliana memoria:

Nox erat, et placidum carpebant fessa soporem
corpora per terras silvaeque et saeva quierant;
(Aen. IV, 521-522)

Era lo notte ancor ne la stagione
ch’è più del sonno e del silenzio amica,
allor che d’urli barbareschi udissi
romor che giunse al cielo ed a gli abissi
(VIII, 16, 5-8);

Era la notte, e non prendean ristoro _ co ‘l sonno ancor le faticose genti _ ma qui vegghiando nel fabril lavoro _ stavano i Franchi alla custodia intenti _ (XII, 1, 1-4).

Domina dunque l’oscurità della notte e l’impossibilità del sonno, interrotto, nel primo caso, dall’attacco rumoroso degli Arabi guidati da Solimano, non permesso, nel secondo caso, dall’ intenso lavorio dei due campi, che si accingono alla battaglia ormai imminente. _ Nella notte risuona anche lo stesso grido:

Si grida «A l’armi! A l’armi!» […]
(G.L., VIII, 17, 1);

«All’arme! A l’arme!» in alto suon raddoppia
(XII, 44, 2).

Clorinda e Argante, protagonisti della sortita notturna che apre il canto XII, condividono con Sveno anche un simile stato d’animo ansioso e “fero”, un impaziente desiderio di spargere eroicamente il sangue dei nemici:

Questo parlare al giovinetto fianco
del fero Sveno è stimolo sì forte,
ch’ ogn’ora un lustro pargli infra pagani
rotar il ferro e insanguinar le mani.
(VIII, 10, 5-8);

Lor s’infiamman gli spiriti, e ‘l cor ne bolle
ne può tutto capir dentro a se stesso:
gli invita al fuoco, al sangue un fero sdegno.
(XII, 43, 5-7).

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Tancredi visita la salma di Clorinda di Michelangelo Grigoletti

Ancora più emblematica è, inoltre, la postura di Sveno ormai morto, che presenta delle affinità con lo sguardo e l’atteggiamento di Clorinda morente:

Giacea, prono non già, ma come vòlto
ebbe sempre alle stelle il suo desire,
dritto ei teneva inverso il cielo il volto
in guisa d’uom che pur là suso aspire.
Chiusa la destra e ‘l pugno aveva raccolto
e stretto il ferro, e in atto di ferire;
l’altra su ‘l petto in modo umile e pio
si posa, e par che perdon chieggia a Dio.
(VIII, 33);

D’un bel pallore ha il bianco volto asperso,
come a’ gigli sarian miste viole,
e gli occhi al cielo affisa, e in lei converso
sembra per pietate il cielo e ‘l sole;
e la man nuda e fredda alzando verso
il cavaliero in vece di parole
gli dà pegno di pace. In questa forma
passa la bella donna, e par che dorma.
(XII, 69).

Si osservi come Tasso si soffermi qui sugli stessi particolari; oltre allo sguardo, o al volto, significativamente rivolti al cielo, la postura delle mani, che, nel caso di Sveno, sono una «in atto di ferire», l’altra posata umilmente sul petto, mentre, per quanto riguarda Clorinda, la mano si soleva leggermente in un estremo gesto di pace. Non è un casuale, dunque, che i due episodi, come si avviano attraverso la descrizione di un’identica atmosfera, condividano anche l’utilizzo della stessa formula conclusiva:

[…] e par che perdon chieggia a Dio (Sveno);
[…] e par che dorma (Clorinda).

Inoltre, se è l’oscurità che domina la battaglia di Sveno con gli Arabi e la scontro fra Clorinda e Tancredi, in entrambi i casi, simbolicamente, alla morte dei due eroi segue immediatamente l’alba:

Ma poi ch’accesi in oriente scorse i raggi del mattin purpurei e d’oro
(VIII, 42, 3-4).

Già dell’ultima stella il raggio langue al primo albor ch’è in oriente acceso
(XII, 58, 3- 4).

L’alba, la nascita di un nuovo giorno è la manifestazione naturale che diventa simbolo di una dimensione ultraterrena e di una nuova vita celeste, alla quale sono chiamati, in anticipo rispetto agli altri, Clorinda e Sveno.

Concludendo, ancora potrà sembrare non privo di significato il fatto che anche nel canto XIII, proprio prima dell’intervento diretto di Dio, serpeggi di nuovo il rischio della sedizione interna e si insidi il desiderio di fuga, acceso dall’orazione di Tatino, duce dei greci; ma ora le lusinghe delle ricchezze terrene e il furore della sedizione non possono più avere spazio: ormai i tempi sono maturi e gli eventi destinati al «novello ordine di cose» (73,1).

Vincenzo Allegrini

Bibliografia:

T. TASSO, Gerusalemme Liberata, a c. di F. Tomasi, Milano, Rizzoli, 2010.
VIRGILIO, Eneide, a c. di R.Calzecchi Onesti, Torino, Einaudi, 1974.

E. RAIMONDI, Poesia come retorica, Firenze, Olschki, 1980, pp. 71-202.
P.LARIVAILLE, Poesia e ideologia. Letture della Gerusalemme Liberata, Napoli, Liguori, 1987.
C. GIGANTE, Tasso, Roma, Salerno Editrice, 2007.
F. TOMASI, (a cura di), Lettura della «Gerusalemme Liberata», Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2005.


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