Altritaliani

Emma Castelnuovo

sabato 10 maggio 2014 di Giuseppe A. Samonà

ARTICLE BILINGUE: ITALIEN en p. 1 et FRANCAIS en p. 2.

Di passaggio da Roma, il 14 aprile scorso, ho appreso da un amico che era appena morta Emma Castelnuovo. Ho provato una commozione profonda, simile, credo, a quella di tutti coloro che, suoi allievi, l’hanno amata e ne sono stati amati, mai come questa volta sperimentando quanto il tempo, l’età, sia pur come suol dirsi “veneranda” – Emma aveva da alcuni mesi compiuto 100 anni –, non possono far sì che non si senta il rimpianto doloroso di chi ci è caro, di chi è stato per noi importante, la sua mancanza – anzi, nel caso di Emma, i numerosi anni mi hanno reso quel dolore ancor più sbigottito, quasi che per lei, così intelligente, curiosa, viva, la morte non potesse arrivare.

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Emma Castelnuovo

Non l’avevo più incontrata, direttamente, da oltre quarant’anni, dai tempi delle mie scuole medie. E tuttavia non è stata la risorgenza improvvisa e fantasmatica dell’infanzia a commuovermi, come pur può succedere quando scompare un personaggio legato a quegli anni lontani – è stato qualcosa nel contempo di più forte e reale, difficilmente spiegabile, unico: nonostante la distanza, Emma è rimasta per me una presenza luminosa. A lei, al suo insegnamento, mi ha unito in tutti questi anni un filo sottile e indistruttibile, necessario. È questo filo che la sua morte ha reso incandescente, e con esso il mio debito di gratitudine nei suoi confronti.

Questa commozione non mi abbandona. Ho cercato di condividerla con altri amici che, come me, l’avevano avuta come professoressa, e – tramite lei – avevano scoperto un mondo. Con uno di essi, in particolare, abbiamo ricordato dell’ultima volta che l’avevamo vista in foto, in occasione dell’uscita del suo bellissimo Pentole, ombre, formiche. In viaggio con la matematica, nel 1994, “ed era proprio come l’avevamo conosciuta: straordinaria....” E poi ho letto, o riletto, articoli di giornali che sono stati scritti su di lei, antiche interviste, prefazioni di libri, e qua e là qualche pagina, ripercorrendo con trepida emozione la sua storia, che all’epoca del nostro incontro – all’inizio degli anni settanta, quando avevo poco più di 11 anni, e sino ai 14 – non conoscevo, o conoscevo troppo vagamente. (L’ho conosciuta da adulto, e me l’ha fatta amare ancora di più).

Emma, già ai tempi della mia infanzia nota come “l’illustre matematica” che aveva preferito l’insegnamento ai ragazzini piuttosto che una brillante carriera universitaria, viene da una famiglia anch’essa “illustre e matematica”: Guido Castelnuovo, il padre, e Federigo Enriques, fratello della madre, sono infatti figure chiave delle scienze matematiche italiane, e più precisamente della cosiddetta scuola di geometria algebrica, nella prima metà del secolo passato. È discutendo una tesi di geometria algebrica che lei stessa si laurea, nel 1936, cominciando subito dopo a lavorare nella biblioteca universitaria di matematica: ma in seguito alle leggi razziali, promulgate nel 1938, perde il posto, e perde anche la cattreda d’insegnamento alle secondarie, per cui ha vinto un concorso proprio in quell’anno, trovandosi costretta a insegnare nei corsi di studio organizzati dalle comunità israelitiche, sotto il controllo del regime, che accolgono gli studenti ebrei cacciati dalle scuole pubbliche, con tutti i rischi che ciò comporta (nonostante la “benevola” accettazione del regime, allievi e professori sono spesso oggetto di minacce e attacchi da parte delle squadracce fasciste). Sino al 1943, quando arriva l’occupazione tedesca: per Emma e la sua famiglia, che decidono di non lasciare Roma, questo significa condividere la tragica condizione degli altri ebrei rimasti – cambiare nome, dividersi, nascondersi, con addosso il pericolo continuo delle razzie, dei rastrellamenti, della deportazione.

Alla Liberazione, Emma è reintegrata nel servizio, insegnando alla scuola Torquato Tasso, sino al 1979 (anche se poi ha continuato la sua attività didattica, soprattutto grazie ad alcune missioni affidategli negli anni ottanta dall’UNESCO in Niger, a ulteriore riprova della sua insesauribile vitalità). Accanto e dentro quell’insegnamento (da lei scelto, voluto) riprende il suo lavoro di scienziata, la sua ricerca in didattica della matematica, come recita il titolo del suo rivoluzionario libro del 1963 (cui lei si riferiva più semplicemente come “quel mio libretto”...) Ma i luoghi non mancano, più adatti di questo, per trovare o ritrovare tappe, lavori, onorificenze del suo formidabile percorso scientifico, didattico e umano. Io qui, adesso, vorrei solo tornare, più di quaranta anni dopo, sul mio incontro da ragazzino con lei, e sul come e il perché quell’incontro, i tre anni in cui sono stato suo allievo, siano stati fondamentali, per me. Come per tanti altri suoi allievi.

I genitori che negli anni sessanta e settanta iscrivevano i propri figli alla scuola media Torquato Tasso di Roma, nelle sezioni A e B, lo facevano essenzialmente per lei, Emma Castelnuovo, la geniale professoressa che aveva rivoluzionato l’insegnamento della matematica – o, come si diceva più comunemente, la professoressa che faceva amare la matematica. Questo avveniva – così almeno interpreto oggi il mio ricordo di allora – con una sorta di rivoluzione copernicana, per cui invece di partire dall’astratto delle forme geometriche, si partiva dalla loro esistenza concreta, dalla loro necessità, dalla loro funzionalità nella realtà che ci circonda – e per “realtà” è da intendersi la natura, ma anche l’arte, la cultura, la società tutta.

E di più: la realtà è anche quella che noi possiamo produrre, fabbricare. Noi, noi suoi allievi, costruivamo degli oggetti, degli strumenti, da semplici disegni a vere proprie macchine, con il suo aiuto o con quello di studenti universitari – fra di essi l’indimenticabile “mago” Raimondo – che in determinate circostanze vennero ad assistere i suoi corsi, e lavorando su quelle macchine da noi costruite, riflettevamo... Molti anni dopo, a Montréal, spiegando ai miei studenti, in un corso di introduzione alla preistoria, le propre de l’homme, e cercando, anche con i gesti, di far capire quanto era stato determinante agli inizi dell’avventura dell’umanità il pollice opponibile, l’intelligenza che si prolunga e si arma, anche si nutre, nella mano, che fabbrica strumenti, mi sono improvvisamente detto: Ma è Emma Castelnuovo... E in effetti è così che vedo uno dei pilastri della rivoluzione di Emma: avere riportato al centro, alla base dell’istruzione umana, il cosiddetto asse mano-cervello-mano.

(Frammento di ricordo: noi a costruire, con le sue famose striscioline di cartone, triangoli e quadrati, per accorgerci che i primi sono fissi, i secondi si articolano – e poi osservare, passeggiando per la strada, che sono i primi, non a caso, a essere fondamentalmente impiegati nelle impalcature... E noi catturati, ammaliati, vogliosi di saperne di più...)

Questo ovviamente, ragazzino, non lo potevo capire, non in questi termini – ma potevo capire che quell’insegnamento era rivoluzionario, nel senso di completamente diverso da tutto quel che mi era stato insegnato prima, o anche mi veniva insegnato accanto, da pur ottimi professori. E come tanti altri suoi allievi, l’ho capito subito, e me ne sono profondamente innamorato.

Anche, ho intuito, sentito, esperito (e ciò ha alimentato quest’amore, allora, e poi attraverso i decenni) che quell’insegnamento andava ben al di là della matematica (che pure in quegli anni ho amato come non mai), investiva, aiutava tutta la mia capacità di studiare e – ho sentito anche questo – di vivere e crescere pienamente: è con Emma che ho imparato, come altri, ad amare lo studio, ogni studio, e poi l’amore per l’arte, per la storia, la curiosità in generale, e la passione – che sono amore per la vita –, la necessità di non limitarsi a vedere, per sviluppare le proprie capacità di osservare, e da qui quelle di analisi, o se si vuole, più precisamente, esser portati a scoprire, sul campo, che vedere e osservare sono due azioni distinte, e che è solo nel cruciale passaggio dall’una all’altra che nasce la possibilità della conoscenza.

La matematica, in altri termini, serviva a formare dentro e al di là di se stessa. È tramite quella matematica, del resto, che abbiamo costruito cartelloni e diagrammi, per riflettere sulla fame e la sete nel mondo, la mancanza di acqua, o ancora l’analfabetismo (come intitolava un manifesto da noi disegnato insieme a lei: Non ci devono più essere uomini fuori dalla Storia). Perché per Emma la matematica, il suo insegnamento, erano passione civile, strumento necessario per l’emancipazione degli individui, per una società più giusta e libera.

In questo senso, era convinta che nelle sue classi tutti dovessero partecipare, essere protagonisti, tutti potessero imparare – e anche se, pragmaticamente, ammetteva che ci fossero allievi più “deboli” o “incerti” e altri più “bravi”, s’industriava a far sì che questi aiutassero quelli, che si promuovesse uno spirito di gruppo, di solidarietà. Aveva, certo, un forte senso del merito, la convinzione che questo dovesse essere riconosciuto, un’alta considerazione dell’intelligenza – ma anche la convinzione, altrettanto forte, che nessuna “debolezza” fosse immutabile. Se dunque, come qualcuno ha detto, usava la matematica per mettere in competizione gli studenti, questa competizione non era degli uni contro gli altri, ma di ognuno con se stesso, per sviluppare il proprio potenziale, e finalmente ritrovarsi.

Emma è stata insomma nel senso pieno, umanista, del termine, un maestro (e ahimé per esprimere quella pienezza sono obbligato, almeno in italiano, a usare il maschile). Non se ne incontrano tanti, nella vita, a volte non se ne incontrano affatto – a me ad esempio, nel corso dei miei studi ulteriori, sembra di averne incontrati soltanto altri due. Ma Emma ha avuto un’importanza tutta particolare, perché è stata la prima, e perché è arrivata quand’ero ancora un ragazzino. È per questo tanto più significativo che io abbia continuato a trarre profitto dalla sua lezione nei miei studi adulti, di vita, esplorando i mondi antichi e la letteratura, così lontani apparentemente da quella matematica che lei mi insegnava.

Dei tre anni preziosi in cui l’ho avuta come professoressa, il più esaltante è stato sicuramente il secondo, il 1970-71, l’anno dell’ “esposizione di matematica”. Durante tutto l’anno scolastico, nei corsi regolari, la mattina, come in ore speciali che erano state istituite nel pomeriggio, lavorammo collettivamente, in 171, cioè tutti i suoi studenti – nessuno escluso, appunto... –, insieme a lei, e con l’aiuto di quattro studenti universitari (il “costruttore” Raimondo, e poi Lucilla, Daniela, Fulvia), alla preparazione di un’esposizione per il pubblico, su dodici argomenti di matematica, di cui ognuno di noi avrebbe dovuto illustrare una parte. L’esposizione si tenne (ancora ricordo quelle date) il 5, il 6 e il 7 maggio, e fu poi esportata a Milano, da un gruppo più ristretto di ragazzi, nel settembre dello stesso anno.

Cosa raccontarne, in poche frasi? Forse alcune sensazioni, che ancora oggi mi appartengono: l’incredibile desiderio di voler tornare a scuola anche il pomeriggio, l’atmosfera febbrile di quegli incontri, la voglia di capire e imparare, per subito condividere con altri quel che avevo capito, con i miei compagni di avventura, e poi il rumore di quei gradini saliti a quattro a quattro, una rampa di scale dietro l’altra, il primo giorno dell’esposizione, l’emozione di accogliere il pubblico vero, e di discutere con dei “veri” matematici – in particolare, gli universitari Lucio Lombardo Radice e Paul Libois –, il clima di autentica educazione permanente che pervadeva quelle discussioni, con questa idea (altro pilastro della rivoluzione di Emma) che non si finisce mai di studiare, di imparare, e che anche i professori debbano farlo, imparando proprio dai loro allievi. Lei stessa, d’altronde, non me la ricordo dietro la cattedra, ma sempre in movimento, a ragionare fra di noi, con noi, come se se solo insieme, provando, anche tentennando, sbagliando, si potesse percorrere un cammino.

Sì, è stato veramente rivoluzionario quell’insegnamento, nel senso più puro del termine. Del resto, l’abbiamo pensato poco dopo, noi, i suoi allievi, quando finite le medie ci siamo quasi tutti tuffati nel fuoco della “rivoluzione” che ancora agitava i licei italiani, nell’immediato dopo sessantotto: tutto poteva esser buttato sotto sopra, spazzato via, ma non quello che ci aveva insegnato Emma, che a suo modo per prima ci aveva dato il gusto di rivoluzionare (ricordo anche che quando cominciai a scrivere i miei primi tatsebao – i grandi manifesti ispirati alla rivoluzione cinese che tappezzavano i muri della scuola, su cui con disegni e parole esprimevamo le nostre idee collettive di lotta e rivolta – ebbi la sensazione di possedere già un modello: i famosi cartelloni di Emma...). Così, anni dopo ho pensato, e lo penso ancor di più oggi, che quando quella euforia rivoluzionaria è venuta meno, è rimasto il tracciato del suo insegnamento, base di una rivoluzione meno rumorosa, ma più profonda, duratura, perché esalta il senso critico, e di giustizia – e con essi, la conoscenza di noi stessi in quanto individui, la libertà.

Ed è strano: scrivendo queste righe mi rendo conto che, al di là delle senzazioni, di qualcosa che impalpabilmente è parte del mio patrimonio più prezioso, del mio modo di stare nel mondo, di quegli anni e di quell’insegnamento non riesco a dire, in quanto ricordo a tutto tondo, niente di preciso – è come se gli oggetti di studio e gli eventi che caratterizzarono quel tempo fossero stati incenso che noi abbiamo bruciato, e di cui resta solo il profumo, inestinguibile, e qua e là, ma quasi come un residuo casuale, alcuni frammenti : la costruzione dei triangoli e dei quadrati di cui ho detto prima, o ancora le mie mani (sempre loro) che tirano un pezzo di tela elastica su cui ho disegnato un cerchio, e dentro quello un quadrato, con il quadrato che diventa un rettangolo, il cerchio un’ellisse. E su tutti, più completo e visuale degli altri frammenti, un breve episodio, che gli anni non possono sbiadire.

Siamo di ritorno dalla nostra spedizione a Milano. A Firenze, Emma chiede all’autista di parcheggiare. Vuole mostrarci dei capolavori, dei monumenti, soprattutto un certo quadro (non saprei più dire quale, negli anni mi son convinto che fosse di Giotto, e comunque ogni volta che rivedo un quadro di questo pittore, ovunque io sia, mi torna in mente questa scena). È una giornata fredda, piove a dirotto. Noi esitiamo, vorremmo restare in autobus, gli facciamo notare le condizioni atmosferiche infauste. Ma lei non demorde, ci assicura che ne varrà la pena, sarà per noi una nuova scoperta... Ed eccoci in fila indiana, a gruppetti, sotto una pioggia che si è fatta ancor più scrosciante, dietro di lei, secca secca, come sempre inspaventabile, piena di vita ed energia, che con passo svelto sembra attraversare l’acqua, talmente ne cade, avendo come unica difesa un ombrellino – ed anche rivedo quel volto, il suo sguardo, lo sguardo penetrante di questa donna, che ci sembrava e ha continuato a sembrarmi negli anni al di là del tempo, né vecchia né giovane, ma semplicemente magnifica. Lei che per prima ci ha insegnato a pensare.

Quei suoi allievi, quelli che ho conosciuto io, a cavallo dei grandi e terribili anni sessanta e settanta, e di cui ho avuto negli anni successivi notizia, hanno preso mille percorsi diversi: alcuni sono rimasti in Italia, e altri no, alcuni hanno continuato con la matematica, altri hanno intrapreso altri studi, o non hanno studiato affatto, alcuni hanno fatto scoperte importanti, o scintillanti carriere, o ancora vivono vite appartate, curano la gente, viaggiano per il mare, insegnano ai bambini, suonano in un’orchestra o costruiscono mobili, barche, gioielli (alcuni sono anche morti). Ma tutti credo potrebbero riconoscersi in molte di queste mie parole. È per loro, più ancora che per raccontarla un poco a chi non l’ha conosciuta, che ho sentito di doverle scrivere, riuscendo a traversare le reticenze del mio privato più intimo; o meglio: per me insieme a loro, per ritrovarsi come parte di una sorta di comunità – quella di coloro che hanno avuto il privilegio di essere allievi di Emma Castelnuovo e di riconoscersi nel suo insegnamento.

Giuseppe A. Samonà

P.S. Non ricordo neanche come mi chiamasse, né come la chiamassi io – mi verrebbe da dire: Professoressa, e con i miei compagni: la Castelnuovo. Qui, me ne sono accorto solo alla fine, mi è venuto di chiamarla Emma. Quasi che avessi voluto dar corpo visibile al dialogo, alla confidenza adulta che si sono costruiti negli anni, pur nella distanza, nella mancanza di un reincontro diretto – ci sono stati, questi sì, alcuni segni, messaggi, affettuosi, significativi, due compleanni storici a cui son stato sul punto di recarmi, ma poi di nuovo ero troppo lontano... e comunque, soprattutto, c’era sempre il pensiero ricorrente, rassicurante – magico, infantile, forse, ma anche talmente tipico di chi emigra definitivamente, e perde la nozione del tempo laggiù – che a un prossimo viaggio in Italia sarei potuto andarla a trovare. Così, in ultimo, mi sembra di essermi messo a scrivere anche per il rammarico di queste retrouvailles accarezzate nei decenni, e mai avvenute, con la certezza che ormai con lei di incontri diretti, in carne e ossa, non ce ne saranno più. E con l’assurda speranza che in qualche modo queste mie parole le possano arrivare.

VERSIONE IN TRADUZIONE FRANCESE P. 2
(Traduzione di Sophie Jankélévitch)


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