Altritaliani
Coppa Italia Fiorentina-Napoli 3 maggio 2014

Il calcio: amore non stupro.

Vergogna nello stadio Olimpico di Roma. Scontri tra Ultras.
martedì 6 maggio 2014 di Armando Lostaglio

Non c’è nulla al mondo / che l’entusiasmo dell’imbecille / non riesca a degradare”. Questo aforisma di Nicolàs Gomez Dàvila (filosofo colombiano) forse meglio dei fiumi di parole e di immagini di questi giorni, riassume la volgarità nella quale, ancora una volta, questo Paese sprofonda. Lo spettacolo offerto dallo stadio Olimpico di Roma, sabato scorso, diventa teatro-ossimoro di antichi gladiatori al cospetto dell’Olimpo di uno sport che non si sa più amare.

La bellezza del calcio raccontata da scrittori come Osvaldo Soriano e da Gianni Brera, da poeti eccelsi come Umberto Saba e Pasolini (giocava benissimo da ala), è alla mercé di un manipolo di poveracci che non hanno mai letto una pagina di questi autori, che non sanno della geometrica avvenenza di uno schema prima che il pallone vada in rete, di quei gesti atletici che incantano da sempre lo spettatore, i bambini e i sognatori. Non sanno dell’eleganza dentro e fuori il campo di calciatori come Scirea, della pregnanza del tiro di Riva, e poi di Rossi e di Baggio; non sanno perché, poveretti, sanno solo del campo di calcio come di un campo di guerra, dove predomina la legge muscolare e tatuata del più forte.

L’agonismo di gara mutuato in spranghe e catenacci per far male. Non è colpa loro se la partita di calcio diventa uno stupro e non un atto di amore. Il calcio più che come “metafora della vita” (come talvolta lo si identifica) può diventare invece metafora dell’amore: la bellezza del gesto e della geometria collettiva contro lo stupro e la violenza dell’arrogante prepotente.

Questo scriveva Saba nella “Tredicesima partita”: Sui gradini un manipolo sparuto /si riscaldava di se stesso. / E quando / - smisurata raggiera - / il sole spense /dietro una casa il suo barbaglio, / il campo schiarì il presentimento della notte. / Correvano sue e giù le maglie rosse, / le maglie bianche, in una luce d’una strana / iridata trasparenza. Il vento deviava il pallone, / la Fortuna si rimetteva agli occhi la benda. /Piaceva / essere così pochi intirizziti /uniti, / come ultimi uomini su un monte, /a guardare di là l’ultima gara.”

Siamo dunque all’ultima gara, al finale di partita o c’è ancora speranza che il pallone vada in rete come in un rito d’amore?

Armando Lostaglio


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