Altritaliani

Memoria di Marguerite Duras, scrittrice e sceneggiatrice.

lunedì 14 aprile 2014 di Gaetanina Sicari Ruffo

A cento anni dalla sua nascita a Saigon nel 1914, diverse iniziative la ricordano. Inquieta ed estrosa, anticonformista e creativa, vissuta nel culto della libertà per cui partecipò anche alla resistenza. Cosi era la grande narratrice francese Marguerite Duras. Una vita divisa tra scrittura ed arte cinematografica, certe volte entrambe strettamente intrecciate, tanto da identificarsi.

Il Novecento ci ha fatto conoscere movimenti e indirizzi letterari ed artistici di grande varietà, avanguardie spericolate visitate dal vento della rivoluzione che ogni volta s’innova e tramonta, personalità straordinarie di acuta sensibilità che hanno dato della realtà una lettura criptica o drammatica senza paragoni.

Dentro queste linee innovatrici s’inserisce la scrittrice e sceneggiatrice francese Marguerite Duras (1914-1996), inquieta ed estrosa, vissuta nel culto della libertà per cui ha anche combattuto, durante la resistenza e per l’amore forte ed irresistibile che a nullo amato amar perdona, a dire di Dante. La sua vita risulta così divisa tra scrittura ed arte cinematografica, certe volte entrambe strettamente intrecciate, tanto da identificarsi.

Erano stati i nostri D’Annunzio e Pirandello, con intendimenti diversi, nella letteratura italiana dell’inizio del Novecento, ad insegnare come arte (l’arte del teatro) e la vita potessero strettamente congiungersi fino a far vivere quasi in simbiosi l’una nella riproduzione dell’altro.

Ma dalla Duras sono state toccate frontiere inconsuete, dentro cui ha mostrato la forza e la caparbietà del suo carattere indomito, erigendo spesso le sue barricate per affrontare meglio la lotta. Ora tutta una serie di ricostruzioni della sua vita e persino romanzi, a cento anni dalla nascita, sono nelle librerie e nella rete per affrescare il tempo del suo vissuto. Una sua pièce è in scena a Parigi, recitata da Fanny Ardant, una biografia romanzata di Sandra Petrignani, edita quest’anno da Neri Pozza, in Italia, desta grande interesse per la cura delle ricerche con cui è stata condotta.

La sua attività

La Duras, il cui vero nome era Marguerite Germaine Marie Donnadieu, Margot per gli amici, appare come una mattatrice di successo del secolo appena trascorso, con molti aspetti inediti tutti da scoprire. Aveva esordito nel ’42 con Gli Impudenti.
Tra i suoi numerosi romanzi successivi: Una diga sul Pacifico del ’50 che da Elio Vittorini fu giudicato il più bel romanzo francese del dopoguerra e che le diede il primo successo. Da esso fu tratto il film omonimo del grande regista René Clément, recitato da Silvana Mangano e Anthony Perkins e poi Pioggia d’estate, Il marinaio di Gibilterra e soprattutto Moderato cantabile del ’58 che inaugura il nuovo modo di scrivere sullo schema del nouveau roman, Il viceconsole del ’65. Essi hanno la tipica impronta del suo carattere vivace ed insoddisfatto, tratteggiati con una scrittura rapida e fulminea, senza lentezze e tardive quiete atmosfere, ma dal tratto fortemente convulso che sorprendono il lettore e lo chiamano in causa per una sua compresenza necessaria a stabilire i ponti formali che vengono sistematicamente elusi.

Il tema ricorrente della sua opera è l’amore: L’amante inglese (1967), L’amour (1971), Storie d’amore estremo (1981) in un viluppo di situazioni che richiamano eventi e luoghi di straordinaria bellezza. Dietro i caratteri umani, cesellati con grande attenzione e studiati nelle loro pieghe segrete, il motivo della seduzione è riferibile spesso ad un soggetto femminile narrante, ma si presta a tutta una gamma di allusioni e reiterazioni con pause cadenzate, stacchi di monologhi, vuoti di silenzio opportuni ed intermittenti. E di intermittenza del cuore si può parlare per definire i sentimenti più che i fatti reali in una filosofia dell’esistenza rovesciata rispetto al normale senso comune. I nomi stessi sono appena utili all’identificazione dei personaggi. Quello che più conta è l’essenza dell’uomo e della donna: lei sognante, smarrita in un suo universo, lui inafferrabile, ma tormentato, dinamico e vivo, in un confine che minaccia pericolo e morte, quando non è la follia ad insidiarlo.

E’ stato giustamente notato che si può parlare dei romanzi della Duras come d’una costellazione, con tanti punti luminosi che, messi insieme nella vastità del cielo della letteratura, vengono a formare una lunga scia di luce nuova. Sembra che tutti insieme mimetizzino l’errare della condizione umana sulla terra, alla ricerca d’una verità sconosciuta di cui l’amore è sempre la quintessenza. Letteratura labirintica la sua che gioca con la cinemato- grafia, ne confeziona le immagini e ne condivide il linguaggio, ammiccante e poeticamente sospeso, in una dimensione quasi onirica per cui i personaggi possono scambiarsi il ruolo con gli attori.

Lei inizialmente si lamenta di avere poco successo e di non essere abbastanza apprezzata. In realtà il suo nome viene conosciuto dal vasto pubblico internazionale con il romanzo L’amante del 1984, che merita il premio Goncourt nello stesso anno, una storia che fa scandalo, a carattere autobiografico, che narra l’amore nell’Indocina francese (l’attuale Vietnam), di una quindicenne con un ricco giovane cinese, in un’atmosfera esotica degli anni ’30. La vita giornaliera sembra impastata con le sensazioni, i ritmi, i rumori, i profumi d’una provincia lontana e si stenta a comprendere proprio l’età più difficile dell’adolescenza e della formazione se non interrogandosi e riflettendo sulla famiglia e sull’individualità.
I particolari di quell’esperienza sono autenticamente resi senza ombra di riserve e pudori e formano oggetto di successivi studi psicanalitici. Da questo libro bestseller, tradotto in 22 lingue, viene girato pure un film e dopo qualche tempo la vicenda viene di nuovo trattata dalla scrittrice nel romanzo: L’amante della Cina del Nord.

L’esperienza più significativa di sceneggiatrice della Duras però si realizza con Hiroshima, mon amour, del grande regista Alain Resnais, con cui poi in seguito lei rompe, anche se tenta invano di riannodare le fila della prima collaborazione. Lunga è pure la scheda di soggetti per films e lungometraggi che lei compose dal Diario di Roma del 1982 a Les enfants dell’84 e tanti altri.

La sua femminilità è tutta nell’anticonformismo che adotta quasi come una rivalsa all’acquiescenza di molte altre donne ed alla loro docilità. Lei impersona il vero spirito dell’epoca che va contro ogni barriera, che si frappone alla libera espressione ed all’azione decisa.

L’impegno politico

La voglia di Marguerite di farsi valere e di lottare in prima persona si espresse pure concretamente in politica. Rientrata diciottenne dall’Indocina in Francia nel ’32, si sposa e con il marito, lo scrittore Robert Antelme, partecipa alla resistenza nei gruppi organizzati da Mitterand. Robert viene catturato e, pur senza essere ebreo, viene deportato a Dachau, mentre lei si adopera fino allo spasimo per farlo liberare. Da quest’esperienza nasce il libro Il dolore, 1985 (tra l’altro, ultimo lavoro recitato a teatro da Mariangela Melato), che comprende, sullo sfondo gli echi della seconda guerra mondiale, due racconti immaginari e quattro tratti dal vero.

Il suo impegno politico si espresse pure con la militanza nel Pcf da cui però fu espulsa nel 1950 per la condotta irrequieta. Rievocano quegli anni i Quaderni della guerra, in numero di 4 e altri quaderni inediti, pubblicati da Feltrinelli nel 2008.
Si ricorda che Marguerite combattè con gli studenti del’68 sulle barricate.

Dopo la liberazione avrà il figlio Jean dal suo compagno Mascolo, un altro in precedenza le era morto.
Così le è stata concessa pure l’esperienza di madre.

Si può dire che la scrittrice abbia assaporato tutti i frutti della vita, forse dapprima acerbi, ma che una volta maturati, hanno dimostrato il suo grande coraggio e la sua energia.

Resta nell’immaginario collettivo il simbolo della libertà e della creatività muliebre.

Gaetanina Sicari Ruffo


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