Altritaliani

La piccola grande rivoluzione di Renzi. Fisco e lavoro. Fare, e non dire solo, cose di sinistra.

lunedì 17 marzo 2014 di Nicola Guarino

Dopo il si’ alla Camera sulla controversa legge elettorale, Renzi aggredisce per il rilancio economico del paese. Tagli IRPEF ed IRAP ed azioni che danno il senso di un progetto di sinistra per l’Italia e l’Europa. C’è chi dopo aver parlato di Renzi il Magnifico oggi azzarda il paragone con Cesare. Anche Renzi dovrà vedersela non solo con i nemici esterni, ma anche con i novelli Bruto interni al suo partito, che sono pronti a pugnalarlo alla prima occasione utile.

Paragonato, non senza eccessi, ad un novello Cesare, con incluso il rischio dei congiurati, il premier italiano si appresta, dopa aver incassato il si della Camera sulla riforma elettorale, a far partire il suo piano per il lavoro e per il fisco presentato in quello che alcuni commentatori hanno chiamato il “Super mercoledi” di Renzi. Riflettiamoci su.

Il super mercoledi di Renzi, come molti giornali l’hanno definito, con i soliti pedanti toni da politica spettacolo, che prevedeva l’approvazione alla Camera della nuova legge elettorale e la presentazione del piano economico del lavoro che segnerà i prossimi cento giorni di questo governo, offre numerosi spunti di riflessione e prospettive interessanti per l’Italia e vedremo in qualche misura per l’Europa. Una foresta di temi su cui non è facile districarsi e per tanto ci soffermeremo, per sintesi e chiarezza, su alcuni aspetti dovendo per necessità sacrificarne alcuni altri che anche avrebbero meritato attenzione.

Una premessa è necessaria. A poco più di due settimane dal suo insediamento, il governo è riuscito a proporre seriamente, dopo anni di promesse e parole, una legge elettorale che sostituisca l’iniquo ed inutile porcellum (inutile in quanto con troppa difficoltà puo’ garantire la governabilità), indicando anche le linee guida dello jobs act. Si tratta di un piano organico per il rilancio economico ed il contrasto non più solo passivo (con la cassa in deroga) ma di prospettiva per un forte impulso all’occupazione (è bene ricordare che è dal dopoguerra che l’Italia non presenta numeri cosi sconfortanti per il lavoro).

Partiamo dall’Italicum, la nuova legge elettorale.

Dodici giorni di ritardo per l’approvazione alla Camera dell’Italicum, nella paradossale Italia di oggi, c’è finanche chi è arrivato, ad onta di un decennio passato in vano, a rimproverare al leader fiorentino questo ritardo. Si tratta di una legge che è stata fortemente e temo strumentalmente contrastata dai nemici interni al nuovo corso del PD. Per questo “fuoco amico” si sono adottate argomentazioni in sé nobili per cercare, nei fatti, d’impedire l’approvazione di una legge che era frutto di un inevitabile (politicamente) compromesso tra il PD e Forza Italia, il maggiore partito di opposizione (I Cinque Stelle come al solito si sono chiamati fuori da qualsiasi dialogo). Sostanzialmente due punti sono stati proposti per modificare e quindi impedire di fatto (dato l’altolà di Berlusconi ad ulteriori modifiche del testo concordato) l’approvazione della legge.

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Le preferenze, argomento caro alla destra di governo (Alfano e il suo NCD), ma non solo, si sono alzate anche voci a sinistra in tal senso (cosa insolita data la tradizione di quell’area politica) e le quote rosa (argomento caro alla sinistra, ma non solo, dato che alla fine si è mosso anche un fronte trasversale per invocare la parità di genere). Sul primo tema non c’è stata possibilità di mediazione con l’opposizione (quando parliamo di opposizione evidentemente ci riferiamo, a questo punto, naturalmente alla sola Forza Italia. E’ bene ricordare che nell’accordo con Berlusconi, Renzi ha ottenuto cio’ che non era mai parso ottenibile, ovvero il doppio turno di votazione, strumento che tradizionalmente ha sempre favorito le liste di sinistra; naturalmente in cambio il cavaliere ha preteso di poter nominare i suoi eletti. Per il PD non è un gran problema dato che il partito si muove nel solco di scegliere almeno in parte, le sue candidature attraverso il metodo delle primarie. E, in ogni caso, imporre le preferenze sarebbe significato, nella migliore delle ipotesi, realizzare l’ennesima legge elettorale, con la sola maggioranza di governo. Un’ipotesi che non fa bene alla democrazia se è vero che le regole, come l’impianto istituzionale dello Stato, dovrebbero essere condivise, con il più ampio consenso parlamentare possibile.

Sulle quote rosa e la parità di genere, si è mosso un fronte trasversale fatto specialmente, da donne (e non solo) che hanno invocato una legge che permettesse la parità nel numero di eletti fra maschi e femmine. Si è finanche invocato la legge del 2011, che imporrebbe nelle imprese e nella pubblica amministrazione la parità uomo/donna (uso il condizionale, perché come spesso accade nella nostra sofferta Italia anche questa legge è sovente disattesa). Debbo dire che capisco che molte donne si sono mosse su un principio etico e di civiltà d’indubbio valore di principio, tuttavia, personalmente trovo un po’ ipocrita che, in un paese che è finanche incapace di garantira la pari dignità tra uomo e donna nel lavoro (prevedendo finanche trattamenti economici diversi a parità di mansioni), solo le parlamentari dovrebbero essere privilegiate. Piuttosto, va considerato che una delle grandi novità di una moderna sinistra sta nel riconoscimento del merito. Il vero punto qualificante dovrebbe essere quello di avere una classe politica selezionato più che per il sesso, per la sua capacità e competenza. E se, come credo, molte parlamentari sono più capaci e competenti dei colleghi uomini allora, non occorre la parità ma bisogna selezionare ancor più a favore delle donne. Voler imporre per legge i criteri di candidabilità, deresponsabilizza ulteriormente i partiti e finisce per essere l’ennesima operazione d’immagine senza sostanza.

Si dirà che in assenza di preferenze saranno i partiti e i segretari di questi a selezionare le candidature. Un’obiezione che è segno dei tempi, perché da sempre le candidature sono selezionate, nel rispetto delle prerogative costituzionali, dai partiti. Chi altri, se non i partiti, dovrebbero proporre i candidati? La rete? Abbiamo già dato e non è il caso d’insistere. Piuttosto è rilevante il dato delle primarie che tuttavia più che sulle candidature sembra efficacie specialmente per scegliere il leader politico o i sindaci per i Comuni.

E’ inquietante che questo tema “nobile” sia stato utilizzato dai parlamentari antirenziani del PD per cercare di affossare Renzi, per ucciderlo nella culla, prima che potesse mantenere le sue promesse, cosa che ne aumenterebbe largamente la popolarità e il consenso, innescando nei fatti una nuova fase nella rottamazione della vecchia classe politica che è stata solo avviata e che probabilmente andrebbe perseguita con più forza. Il problema è che esiste una profonda discrasia tra l’attuale direzione del PD, uscita dalle primarie, a maggioranza Renzi, e gli eletti in parlamento, nominati in buona misura dalla passate e catastrofica gestione Bersani. Non è un caso che tra i più accesi sul “nobile” tema, vi fosse Rosy Bindi e al “pronunciamentos” di questa si sono aggiunti con toni bellicosi quelli della Finocchiaro, nonché di Bersani e del suo delfino Cuperlo.

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Questa operazione, dai propositi “poco nobili” (perché ai tempi di Bersani o prima ancora, nessuno si è battuto, tranne alcune donne, seriamente per la parità di genere in parlamento?), vorrebbe indurre a far credere che Renzi e i suoi siano contro la parità di genere. I fatti dimostrano il contrario se è vero, come è vero, che Renzi da Sindaco, aveva una giunta a maggioranza di donne, che nella segreteria del partito vi è una maggioranza di donne e che tra i ministri del suo governo esiste la perfetta parità. Ma nell’Italia della “grande bellezza” si arriva al paradosso che la vecchia sinistra disfattista sottolinea che non c’è parità tra i sottosegretari. Verrebbe da ridere, se non fosse in luce il dramma di un paese, che anche grazie a questa vecchia sinistra è arrivata all’orlo del baratro sociale, economico e culturale.

I dodici giorni di ritardo si spiegano cosi. Se la sinistra fosse stata compatta e coesa come la direzione del partito anche nella Camera, i tempi sarebbero stati rispettati. Deve essere chiaro a tutti che c’è una combattiva parte minoritaria del PD che si occupa più che del paese, di come riprendersi le poltrone del comando. Si tratta di quella parte che rifiuta di assumersi la responsabilità di un fallimento ventennale caratterizzato dall’assoluta assenza di un progetto politico, favorendo cosi l’attuale drammatica condizione del paese. Una sinistra che dopo aver perso tempo per anni inseguendo in vano Berlusconi, non riesce oggi nemmeno a felicitarsi di aver occupato (con Renzi) finalmente il centro dell’azione politica del paese.

Paradossalmente, oggi i maggiori rischi per il capo del governo provengono dal fuoco “amico” del PD. Dato che Berlusconi, in crescente difficoltà data la presenza finanche scenica di Renzi, che non gli permette più di avere lo spazio di cui aveva goduto, è costretto a fare l’opposizione moderata anche per evitare di dare troppo lustro al NCD, che potrebbe giovarsi del successo del governo assumendosene i meriti. Lo stesso Alfano, anche se su alcune cose non è favorevole (anche in tema di legge elettorale) non puo’ tendere troppo la corda nel timore che un repentino insuccesso di Renzi possa avere ripercussioni elettorali già nelle prossime europee che per il Nuovo Centro Destra costituiranno il battesimo del fuoco elettorale. Quindi sono più fiori che critiche. Gli altri sono troppo deboli e finanche la lega sembra meno virulenta di quanto siano i bersaniani.

Ma veniamo alla sferzata su fisco e lavoro presentata da Renzi.

Il supermercoledi si è concluso con la sorprendente conferenza di presentazione del Jobs act e delle misure economiche a sostegno della crescita.

La prima riflessione è che per la prima volta si ha un premier che impone un timing alle riforme. Va da se che si tratta di un rischio grosso sul piano della credibilità del premier. L’operazione è di quelle a tutto campo. Si va dal pagamento dei crediti di impresa sulla pubblica amministrazione che dopo i miliardi versati da Letta si completa con una quarantina di miliardi che verrano dall’abolizione imminente del vincolo di bilancio per i comuni e da un prestito della Cassa depositi e prestiti, come ha confermato in queste ore il suo presidente Bassanini al taglio dell’IRPEF entro maggio in pratica dieci milioni d’italiani avranno cira 80 euro in più al mese, in una misura permanente e non “una tantum”, fino al taglio del 10% dell’IRAP per le imprese come incentivo al rilancio produttivo e dell’occupazione. Per l’IRPEF occorrono dieci miliardi e come tutte le cronache hanno raccontato per concretizzare questa cifra si lavora sul differenziale dello spread, ai circa tre miliardi che saranno ricavati dai tagli della spending review ed infine dal differenziale del “Fiscal compact” ovvero sul deficit pubblico che consente un margine dello 0,2/ 0,3 che ci lascerebbe ancora sotto la soglia imperforabile del 3% che l’Europa ci impone.

Renzi non è Mandrake, come ironicamente sostiene Brunetta di Forza Italia, ha semplicemente raccolto i frutti dei molti sacrifici imposti dal governo Monti e del lavoro da cesellatore di Letta che hanno riportato i conti in maggiore ordine, soprattutto ricreando una maggiore fiducia sull’Italia nei mercati avviando anche l’individuazione dei tagli sulla spesa pubblica. Renzi non è Mandrake, ma un giovane e coraggioso primo ministro che sta investendo quei frutti sulla crescita, non credo molti avrebbero fatto altrettanto, indicando anche un duro scadenziario sui tempi per questi investimenti.

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Renzi fa un’altra cosa di sinistra, dopo aver messo il PD nel gruppo europeo del PSE (Partito socialista europeo), cosa che in precedenza appariva problematica se non impossibile, ha aumentato le imposte sulle rendite e non sul lavoro. Alzandole. Tanto per abbassare l’IRAP sul lavoro del 10%, un’operazione che riporta la tassazione sulle rendite finanziarie finalmente a livello europeo con un ricavato che sarà versato a favore del lavoro con un alleggerimento di quella tassazione che oggi è la più alta di Europa. Va aggiunto che il ministro alla difesa, Pinotti, sostiene, in queste ore, che è probabile, per ricavare altri soldi un taglio sull’acquisto dei caccia F35, una misura invocata più volte dalla sinistra del PD e da SEL. Si tratta di una risistemazione fiscale che da il senso della trasformazione culturale della sinistra, una sinistra che finalmente si dimostra capace anche di governare con scelte responsabili e non solo per ipotesi avventuriste e protestataria.

Qualcuno come lo studioso economico, Oscar Giannino ha definito Renzi, il nuovo Cesare (per la cronaca ha anche aggiunto che deve temere i Bruto interni al suo partito) un riformatore, rivoluzionario che dopo aver cambiato la cultura obsoleta della sinistra, puo’ oggi arrivare a rottamare decenni di farragine italiana che ha reso questo paese un paese bloccato, in recessione, incapace di essere responsabile, arrivando ad essere un luogo dalla dubbia etica, insomma una democrazia malata che Renzi potrebbe far diventare una democrazia sana. Più semplicemente, evitando paragoni improponibili, con umiltà il premier si ripropone obbiettivi concreti e di buon senso (merce rara nella politica del Paese) come nell’impegno alla risistemazione dell’edilizia scolastica e del territorio che avviata da Letta vede oggi anche una maggiore e più congrua previsione di spesa.

La conferenza di Renzi è stata significativa, perché il premier sembra conscio dei limiti dell’attuale classe politica, sfruttando, come già fece, al Senato e alla Camera presentando il governo, il circo mediatico per parlare direttamente ai cittadini. Una serie di slides rendevano più semplice l’identificazione dei punti programmatici del piano fiscale e del jobs act. Renzi è consapevole che in questa fase, questa classe politica è di passaggio, dovendo poi essere profondamente rinnovata, a partire dal suo partito, nelle prossime elezioni, a riforme fatte; pertanto predilige il rapporto con i cittadini che sente essere dalla sua parte e che hanno speranza, a questo punto, in lui.

Non è una scelta populista. Diversamente da Berlusconi, per fare un esempio di populismo, non propone un milione di posti di lavoro senza dire quando, come, dove. Il suo piano appare congruo, certo bisognerà vedere alla prova dei fatti, ma lo stesso timing che si è imposto e che impone, da il senso che questa volta non siamo al solito fumo. Se stesse bluffando non sarebbe un buffone ma un pazzo, data la soglia di credibilità politica, che di questi tempi, si è conquistata.

Non è una scelta populista perché il suo piano incontrerà molti nemici e le resistenze saranno forti sia all’interno del suo partito, dove l’ala bersaniana mastica amaro, e dove i puristi della demagogia non mancano, come saranno di sicuro i “radical chic” che storceranno il naso, per i suoi metodi e per l’assenza di politichese dal suo registro linguistico, ma soprattutto si farà nemico buona parte delle lobby e del potente apparato burocratico che tiene legato il paese. Già si sentono i primi lamenti dalla RAI che non vuole riorganizzare le sue sedi locali per favorire il risparmio richiesto dal commissario alla spending review Carlo Cottarelli, i super manager dovranno rinunciare ai loro lauti compensi (altra cosa di sinistra) essendo ritenuto inconcepibile che abbiano attualmente, in molti casi, stipendi superiori a quello del Capo dello Stato. Finanche i carabinieri si lamentano per la razionalizzazione prevista sempre in tema di tagli alla spesa pubblica sulla loro presenza nel territorio. Insomma, inevitabilmente i tagli necessari, faranno numerosi scontenti, cosa che avverrà anche con l’abolizione di numerosi enti pubblici a partire dall’obsoleto CNEL e poi i tagli della politica che culmineranno nel taglio della spesa del Senato (che sarà sostituito da una camera dei rappresentanti delle regioni e delle provincie autonome) per arrivare all’abolizione delle Provincie.

Ancora una volta i ritardi potranno esservi causati da un contesto politico che non si rassegna all’idea che il ventennio berlusconiano sia finito, che c’è un’intera classe politica che dovrebbe collaborare e partecipare a questa opera di rinnovamento per favorire, come giusto in democrazia, l’apertura di una fase nuova e magari finalmente di rilancio del paese.

Paradossalmente, questa presa di coscienza sembra avviene più a destra che nella sinistra, almeno nelle parti minoritarie del PD. C’è della stampa di sinistra come il Manifesto, ma finanche alcuni editorialisti di Repubblica che continuano a soffermarsi sul folclore, ironizzano sugli slides, intessendo pagine d’inchiostro per commentare le canzoncine che i bambini dedicano al capo del governo, sono insofferenti verso le mani in tasca del premier nel suo discorso d’insediamento al parlamento, dando argomenti ad una sinistra moribonda per ripetere le dinamiche che furono del berlusconismo/antiberlusconismo, in un tedioso ed inutile renzismo/antirenzismo.

Ancora una volta la sinistra attraverso i suoi apparati, e i suoi canali culturali ed informativi, si accingerebbe ad un nuovo suicidio. Non cogliendo l’evidente difficoltà della destra. Una sinistra che invece di marciare con la gente convintamente con il suo leader, preferisce fargli la guerriglia, disorientando i già disorientati (da venti anni di nulla) cittadini.

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Il perché è nel mancato completamento della rottamazione, strada da non abbandonare. Quelli che sono saltati sul carro di Renzi oggi non sono i nuovi e forse interessati amici, ma quelli della vecchia nomenclatura come Bersani, Finocchiaro, D’Alema, Bindi ed altri che pure essendo ostili a Renzi non accettano alcuna lealtà, invocando quella libertà di manovra che appena due anni fa non veniva riconosciuta alla allora minoranza renziana (a tal proposito il renziano Giachetti ha ricordato l’episodio della sua mozione per il mattarellum, che venne impedito dall’allora segreteria Bersani).

Quella nomenclatura che non accetta la fine del proprio tempo che non si arrende alla storia che li ha giudicati e condannati. Costoro, restano attaccatialle seggiole del parlamento, pronti a divorarsi Renzi e il paese alla prima occasione. L’altra minoranza (quella di Civati) pur rifiutata con sputi ed urla dai grillini resta abbarbicata ad una sinistra estremista che nel paese non rappresenta più nulla. La sinistra di SEL e di Vendola che ha i suoi guai giudiziari (ed è bene dire senza ipocrisie, che i guai giudiziari sono uguali sia per chi è a destra come per chi è a sinistra e non si possono fare sconti etici per etichette politiche), cosi che le ragioni etiche e di comportamento di quel frammento del PD finiscono per essere francamente, poco credibili.

Gli stessi apparati sindacali, specie nella CGIL, sono sconcertanti, minacciando lo sciopero generale contro il governo prima ancora di conoscere il programma sul lavoro e fisco, poi applaudono, poi nemmeno 24 ore dopo riprendono l’attacco duto al governo.

E’ evidente che il sindacato difende i suoi iscritti (a maggioranza pensionati e pubblico impiego) infischiandosene dei precari che sono solo 70 mila su quasi 6 milioni d’iscritti. Ma se è cosi non sarebbe giusto fare un’altra cosa di sinistra, ovvero dare ascolto a Landini (segretario della FIOM) ed invocare una legge sulle rappresentanze sindacali, che devono essere più conformi alle realtà ed esperienze produttive, che prenda atto che gli attuali sindacati figli del dopoguerra, oggi non corrispondono più alla realtà relazionale, istituzionale e politica di quel tempo e che quindi occorrerebbe che fossero enti riconosciuti per legge (oggi sono associazioni non riconosciute o meglio riconosciute solo sulla base di un presunto consenso popolare) e sottoposti a tutti i vincoli che sono per le associazioni riconosciute, compreso la trasparenza degli atti e dei bilanci. Faraone responsabile welfare del PD (renziano) ha, a mio avviso, ragione quando invoca più regole democratiche nel sindacato e il diritto degli iscritti ad eleggere i loro rappresentanti e segretari, magari con una sorta di primarie.

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L’informazione italiana dopo anni di delusioni sembra scettica, non mancano gufi e rosiconi (specie alla presunta sinistra di Renzi) che alla finestra attendono, finanche speranzosi che “l’equilibrista” cada dal filo delle speranze che ha costruito con anni di gavetta e di impegno politico. C’è chi lo irride e deride, ma questa volta per i rischi presi non si puo’ fallire. Renzi deve vedersi, come Cesare, dai congiurati guidati dai novelli Bruto e Cassio, vedersi dagli interessi privati e particolari di alcuni di loro, da chi abbagliato da un’ideologia fuori dalla storia continua a parlare di cose che non esistono più, da chi semplicemente è mossa da invidia, per la sua giovinezza, per le sue capacità politiche e comunicative.

Un fallimento sarebbe letale non pero’ solo per lui, ma per l’Italia intera, mettendo a rischio la stessa tenuta dell’Europa che non a caso sembra sempre più disposta ad incoraggiarlo e sostenerlo nella sua opera di svolta, che per certi versi è davvero rivoluzionaria. Anche Draghi, pur con le dovute cautele specie in tema di rispetto del Fiscal Compact e di coperture, sembra sostenere lo sforzo del neo primo ministro.

Anche le prossime europee ci diranno quanto in Italia questa ripartenza sia o meno apprezzata, ma certamente bisognerà farsi sentire anche nelle sedi politiche della Comunità europea e Renzi sembra voler mettere al centro dell’azione del governo il Mediterraneo, un contenuto quasi dimenticato a Bruxelles e che invece costituisce il cuore delle problematicità, ma anche delle speranze europee, speranze che non possono essere soffocate dai soli vincoli di deficit pubblico, nel preciso intento di far crescere fiducia e un senso della cittadinanza europea che sia comune e condiviso.

Volendo seguire Giannino nel suo paragone eccessivo tra Cesare e Renzi, possiamo dire che qui non è in ballo il passaggio dalla repubblica all’impero, ma più umilmente e concretamente il passaggio tra la seconda e la terza repubblica. Un passaggio a cui non si puo’ rinunciare.

Nicola Guarino

Nelle foto dall’alto in basso: Giulio Cesare, Matteo Renzi, Roberta Pinotti (ministro della difesa) Davide Faraone (responsabile welfare del PD).


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