Altritaliani

90 anni dalla fondazione del giornale di A. Gramsci: l’Unità.

lunedì 3 marzo 2014 di Gaetanina Sicari Ruffo

L’Unità, il giornale fondato da Antonio Gramsci, compie quest’anno 90 anni. La prima volta che il quotidiano del partito comunista italiano venne pubblicato fu infatti il 12 febbraio 1924.

Oggi

L’ anniversario è stato ricordato in Italia da un corposo dossier dal titolo 1924-2014, annesso al giornale del 12 febbraio del corrente anno e subito esaurito.

Nell’attesa dei prossimi dieci anni significativi per il computo del centenario si comincia a fare un bilancio degli avvenimenti della politica nel nostro paese, tra alti e bassi sempre vissuti con l’ardimento della lotta e il coraggio della testimonianza per la ricerca d’una verità a volte scomoda. Sono stati anni di radicali e talvolta drammatici cambiamenti che nessuno avrebbe potuto mai anticipare con l’immaginazione: fine di stati, caduta di muri che hanno segnato un’epoca, assassinii, terrorismi di vari colori, congiure, strategie mistificatorie, processi truccati, ma anche episodi di speranza e di esaltazione collettiva come il Concilio Vaticano II, il compromesso storico, il dono della vita e della libertà di Mandela, l’elezione di Obama alla Presidenza degli Stati Uniti. In tutti questi anni l’Unità è stata sempre vigile a commentare e a diffondere i suoi comunicati. Solo per un anno è venuta meno la sua pubblicazione per difficoltà economiche, dal 28 luglio 2000 al 28 marzo d 2001, un collasso temporaneo da cui s’è miracolosamente ripresa per continuare a registrare l’iter nazionale di sfide ai progetti.

Ieri

L’idea della sua fondazione fu di A.Gramsci. Lo testimonia una sua lettera del 12 settembre del 1923, indirizzata al Comitato Esecutivo del Pc d’Italia, nella quale sono ben chiariti gli intenti programmatici:“Dovrà essere un giornale di sinistra, della sinistra operaia, rimasta fedele al programma e alla tattica della lotta di classe, che pubblicherà gli atti, le discussioni del nostro partito ...Propongo come titolo l’Unità”.

L’intellettuale sardo alludeva con questo titolo all’alleanza tra operai del nord e contadini del sud per spezzare il blocco agrario che s’era formato intorno al governo e risolvere in questo modo la questione meridionale che immobilizzava lo sviluppo del paese. Ricordava con questo titolo “non solo il problema di rapporto di classe, ma anche e specialmente il problema territoriale, cioè uno degli aspetti della questione nazionale”. Era convinto che la borghesia settentrionale avesse soggiogato l’Italia meridionale e le isole e le avesse ridotte a colonie di sfruttamento, per cui il proletariato settentrionale, emancipando se stesso dalla schiavitù capitalistica, avrebbe emancipato le masse contadine meridionali asservite alla banca e all’industrialismo parassitario del Settentrione, progetto lungimirante, ma irrealizzabile.

L’Unità avrebbe dovuto essere un giornale senza alcuna indicazione di partito, una Repubblica federale degli operai e contadini, accetto alla maggioranza dei lettori, redatto “con continuità e sistematicità”, di lunga durata, per creare una coscienza storica e civile. L’idea fu accettata ed il primo numero vide la luce il 12 febbraio del 1924. Nel 1925 ci fu l’Atto Costitutivo con un Consiglio di Amministrazione diretto da Alfonso Leonetti. Altri componenti furono G. Amoretti, Fr. Buffoni, G. Germanetto, O. Zamboni.

La sede era in via Napo Torriani, a Milano, la stessa in cui aveva preso alloggio Gramsci, durante il suo soggiorno milanese, specie dal ’25 al ’26, per seguire la discussione per il terzo Congresso del partito a Lione. Aveva abitato lì in una modesta stanza dell’appartamento occupato per altro dalla famiglia di Aladino Bibolotti, detto Bibo. Il giornale non era illegale, nè clandestino fino alla promulgazione delle leggi speciali, ma subì ben 126 sequestri tra il ’24 ed il ’26, segno delle attenzioni delle squadre fasciste. Gramsci era stato eletto deputato nelle elezioni politiche del ’24, lo stesso anno del delitto Matteotti, per cui prese posizione in Parlamento contro Mussolini. Fu sorvegliato speciale specie dopo il fallito attentato al Duce, finchè non fu arrestato l’8 novembre del 1926, accusato di “cospirazione contro i poteri dello Stato, istigazione alla guerra civile, eccitamento all’odio di classe, propaganda sovversiva”, sulla base di alcuni volantini di propaganda sequestrati ad alcuni corrieri del PCI alla stazione di Pisa [1]. Relegato prima a cinque anni di confino ad Ustica fu poi condannato dal Tribunale Speciale a venti anni e cinque mesi di reclusione e trasferito in un carcere di Turi presso Bari.

Sopravvivenza dell’Unità

Nonostante il lungo periodo di sospensione e di clandestinità all’estero fino al 2 gennaio del ’45, la sua creatura, l’Unità, sopravvisse in modo assolutamente eccezionale, data anche la grande eco destata dalla tragedia del suo fondatore, ed è giunta fino a noi, oggi .

Ci trasmette un messaggio ineludibile: un grido, non più solo una voce, di libertà e di giustizia che s’incarna quotidianamente nelle istanze di cittadini umili e provati dalle quotidiane contingenze, desiderosi d’aiuto e spesso demoralizzati.
Su questo giornale hanno scritto formidabili intelligenze del dopoguerra: E. Vittorini, I.Calvino, P. Paolo Pasolini, E. Morante e negli anni a noi più vicini: Sandro Veronesi, Vincenzo Cerami, Dacia Maraini insieme a tanti altri. Dalla carica etico-morale di Vittorini e dall’impegno sul rapporto cultura-politica, si è passati alla discussione sugli anni della resistenza cui partecipò il giovane I. Calvino che trasse ispirazione per il suo romanzo: I sentieri dei nidi di ragno (’46) e i racconti: Ultimo viene il corvo (’49). Seguì la testimonianza di donne coraggiose come Morante e Maraini che, superando il secolare conflitto di genere che ha registrato tante battaglie, si sono proposte con determinazione ed originalità all’attenzione dei lettori con sensibiltà rinnovata e in luce moderna.

L’Unità conserva tutta l’eredità del pensiero di Gramsci nel bene e nel male, sia quando si fa portavoce di contestazioni, sia quando suggerisce programmi d’innovazione e di cambiamento, sia quando si atteggia a giudice severo dei poteri più alti, perchè il tempo, per dirla col poeta, traveste le vestigia del passato, ma non potrà mai estinguere il desiderio della verità che ha sede in ciascuno di noi.

Gaetanina Sicari Ruffo

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[1Luciano Canfora, Gramsci in carcere e il fascismo, Salerno editrice, 2012.


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