Altritaliani

Foibe ed esodo. Il Giorno del ricordo.

lunedì 9 febbraio 2015 di Fulvio Senardi

Da undici anni, il 10 febbraio, si ricorda il dramma delle foibe e l’esodo dei giuliani dopo l’avvento di Tito in Jugoslavia. Con lo storico triestino Fulvio Senardi cerchiamo di ripercorrere questa storia scomoda, a lungo sottaciuta, e che ancora oggi suscita polemiche e conflitti.

In un estenuato rituale che profuma di retorica, con i labari e le divise, i politici e le figure istituzionali, oggidì in massima crisi di credibilità, e sciami di intellettuali non sempre informati sui fatti siamo giunti nel 2014 alla decima scadenza del “giorno del ricordo”, istituito nel marzo 2004 con consenso bipartisan sollevando finalmente il velo di silenzio che per sessant’anni aveva relegato nell’ambito della storia privata e familiare le vicende del confine orientale italiano all’indomani della seconda guerra mondiale.

Fa da levatrice alla scelta istituzionale di commemorare annualmente la vicenda delle foibe e dell’esodo l’incontro a Trieste nel 1998 tra Violante e Fini, espressione l’uno e l’altro di partiti che miravano a una piena legittimazione nazionale e democratica. Si battono a livello locale perché il ricordo sia legge Stelio Spadaro, uomo di punta dei Democratici di Sinistra triestini, in affanno perché insidiato da politici più giovani che gli rinfacciano un passato di comunista ortodosso troppo ligio agli imperativi del “centralismo democratico” e Roberto Menia, deputato di Alleanza Nazionale proveniente dal Movimento sociale di Almirante (ora nel gruppo di Futuro e Libertà per l’Italia).

La “più bella battaglia della mia vita” che “assicurerà alle future generazioni una pagina importante e triste della nostra storia”, come ha dichiarato Menia in un’intervista pubblica, si svolge così nel segno di una strana alleanza, in un momento di grave crisi identitaria della sinistra e di egemonia politica-ideologica del fronte moderato.

Di conseguenza dal febbraio del 2005 inizia l’inesausto balletto di politici e maître à penser che dal centro alla periferia e dalla periferia al centro si affannano a spiegare nelle più varie sedi istituzionali senso e contenuto del Giorno del Ricordo: quest’anno Trieste, che è certo la città simbolo delle tragedie al confine orientale, oltre che il più vivace epicentro del relativo dibattito storico-politico, ha ospitato il Presidente del Senato, Pietro Grasso, salutato da un’appariscente inserzione a pagamento sul giornale locale, “Il Piccolo”, a cura della Lega nazionale e del Comitato per i Martiri delle fobie, che propone lo slogan “Ricordare le vittime – condannare i carnefici – conservare il ricordo”.

Presenza in città culminata con la deposizione di una corona al monumento all’esodo presso la foiba di Basovizza, alla presenza del sindaco, delle associazioni d’arma e delle associazioni degli istriani, fiumani e dalmati. Il Presidente della Lega nazionale di Trieste, Paolo Sardos Albertini – colui che l’audiovisivo prodotto dal reparto Relazioni estere e comunicazione del Comando generale della Guardia di Finanza per ricordare le foibe e il ruolo avuto in quel periodo dal Corpo, ha promosso al rango di storico ufficiale della Venezia Giulia nella crisi degli anni Quaranta – è stato invece invitato a pronunciare una prolusione nel Salone dei Duecento al Comune di Firenze.

Come si vede il “colpevole silenzio” (questa l’espressione più diffusa) degli anni della prima repubblica lascia il posto a un’orgia di discorsi e celebrazioni di cui sono generalmente protagonisti le associazioni degli esuli, dove è ormai prevalente la seconda o la terza generazione: una miriade di micro-associazioni, spesso di esplicita collocazione politica, il cui collante è rappresentato dalle più varie pratiche sociali oltre che dalla dolorosa liturgia del ricordo, e che hanno coltivato tanto i nobili sentimenti del rimpianto e della nostalgia per i luoghi, le tradizioni, la lingua, quanto, fin troppo spesso, quello ignobile del rancore. Con il rischio per nulla remoto di diffondere disinformazione, per il fatto stesso che dolorose e rispettabilissime esperienze individuali sono state acriticamente trasferite sul piano della conoscenza storica. Che è ben altra cosa della memoria personale.

Dal 2005 il tema delle foibe e dell’esodo ha anche una consacrazione televisiva, fondamentale in un paese di lettori debolissimi (anche di giornali), di esigui investimenti sull’istruzione, con gli adulti in ultima posizione in Europa (lo dice l’OCSE) per quanto riguarda i saperi essenziali.

Su quello schermo che, per molti connazionali, è l’unica fonte di informazione se non la voce stessa della verità è apparsa la fiction Il cuore nel pozzo, assai discutibile quanto a imparzialità storica nonostante la consulenza di Giovanni Sabbatucci. La vicenda di un gruppo di bambini in fuga dai partigiani comunisti permette di giocare la carta del patetico, l’innocenza infantile e la crudeltà cieca degli “slavi” inseguitori guidati dal perfido Novak riattualizza, per un tema che meriterebbe ben altre messe a fuoco, la ricetta manichea del romanzo popolare.

Impari di forze rispetto all’ondata di ideologizzazione del tema delle foibe e dell’esodo (ideologizzazione, si badi, per una certa parte inevitabile, come sempre accade per temi di grande impatto sul sentire collettivo e la cui onda lunga investe e condiziona i contenuti della politica) sono all’opera studiosi e istituzioni la cui finalità è invece la chiarificazione in senso propriamente storico, nel senso più alto e nobile della parola, di momenti particolarmente problematici del passato italiano, fra i quali appunto quello che ci riguarda.

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Foiba di Basovizza

L’Istituto regionale per la storia del Movimento di liberazione di Trieste è in prima linea in questa operazione, come organizzatore di incontri, conferenze, interventi presso le scuole dell’intero territorio nazionale (il campo d’azione più propizio per lottare contro i pregiudizi) che diffondono in ambiti quanto più ampi il risultato del lavoro di ricerca che gli storici, sia quelli in esso incardinati che di estrazione accademica, vanno svolgendo ed hanno svolto negli ultimi decenni. Non ci si deve nascondere che il rischio, inevitabile, è che, “raffreddando” i contenuti emotivi del dibattito, è perfino possibile, con effetto quindi paradossale, che il tema risulti nel suo complesso meno coinvolgente e quindi meno interessante.

Un fatto che il grande Leopardi aveva perfettamente capito, scegliendo per La ginestra un’amara epigrafe giovannea: “E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”. Il ventennio berlusconiano ha mostrato con evidenza cristallina come le menzogne gridate (e penso alla partecipazione ai talk-show televisivi degli esponenti della peggiore classe politica che l’Italia abbia conosciuto dal dopoguerra ad oggi) abbiano sempre una maggiore eco presso l’opinione pubblica che il lavoro paziente e rigoroso degli intellettuali onesti. Rimane il fatto, per tornare al tema che ci interessa, che oggi ci sono gli strumenti per sapere. Chi preferisce le “tenebre” alla “luce” se ne assume la responsabilità.

E veniamo, con la necessaria rapidità e nel limite delle mie competenze, ai fatti della storia. Lungo tutto l’Ottocento, nelle terre mistilingui affacciate sulla parte settentrionale dell’Adriatico e soggette all’amministrazione austriaca (l’“Österreichisches Küstenland” ovvero il “litorale austriaco”: Gorizia e Gradisca, Trieste, Istria), si assiste ad un braccio di ferro politico-nazionale sempre più acceso tra una maggioranza italiana (che è minoranza nel Goriziano e in Istria, esigua minoranza in Dalmazia), la “nazione storica” detentrice del potere politico, economico e culturale, l’interlocutrice privilegiata nel rapporto con Vienna, e i gruppi nazionali sloveno (Trieste e Gorizia) e croato (Istria) sempre più identitariamente consapevoli e risoluti a strappare alla maggioranza dei privilegi (in primi luogo scolastici) sentiti come anacronistici ed ingiusti.

Lo scontro, che alimenta il crescere di opposti irredentismi, conosce momenti molto duri ma è, tutto sommato, arbitrato con una certa equità dal governo austriaco nello spirito sornione del “divide et impera”. Sarà uno shock per gli italiani di Trieste venire a sapere, con il censimento del 1910, che quasi un terzo dei concittadini si dichiarano sloveni (su tutto ciò, con grande latitudine di approfondimenti e dovizia di informazioni: Angelo Ara e Claudio Magris, Trieste - Un’identità di frontiera, I ed. 1982, tradotto anche in francese; Elio Apih, Trieste, 1988).

Diverso il discorso per la Dalmazia, dove una piccolissima minoranza italiana (inferiore, dalla seconda metà dell’Ottocento, al 5% della popolazione complessiva, e concentrata per lo più nella città di Zara) conduce per sopravvivere una difficile battaglia di retroguardia, che la spinge in breve su posizioni radicali (cfr. Luciano Monzali, Italiani di Dalmazia - Dal Risorgimento alla Grande guerra, 2004; Idem, Italiani di Dalmazia – 1914-1924, 2007; Idem, Il sogno dell’egemonia - L’Italia, la questione jugoslava e l’Europa centrale, 2010).

La guerra non semplifica le cose ma semmai esaspera gli antagonismi. La cultura della violenza, l’odio di classe e il rancore dei fuorusciti irredentisti è l’orizzonte sul quale matura a Trieste e in Istria la malapianta fascista. L’incendio del grande palazzo triestino dell’Albergo Balkan, in cui, dal primo decennio del ‘900, trovano sede le associazioni slovene della città, evento cui non cessa di rimandarci Boris Pahor – lo scrittore centenario, sloveno di Trieste, grande testimone del “secolo breve” – è il simbolo della fine dell’età della tolleranza. Francesco Giunta, che guida il manipolo degli incendiari, è destinato a una gloriosa carriera in camicia nera: dal 1923 al ’24 segretario del Partito nazionale fascista, nel 1943 governatore di Dalmazia, quindi nell’ufficio propaganda delle Repubblica sociale.

Il ventennio fascista è periodo di dura persecuzione per gli “alloglotti” della Venezia Giulia: dopo la fase delle violenze squadriste, lunghi anni di oppressione “legale”. Soppresse tutte le organizzazioni slave, cancellati toponimi e spesso mutati i cognomi, impedite le prediche in sloveno e croato, sottoposti al divieto di parlare in pubblico la loro lingua, privati di scuole e di giornali, in molti, fra gli “allogeni” (così il neologismo fascista), scelgono la strada dell’esilio. L’esodo slavo (episodio poco noto, di cui ha scritto per la prima volta in Italia lo scrittore Fulvio Tomizza, testimone illustre ed equilibrato del dramma della sua terra), impoverisce la comunità della sua elite politico-intellettuale: se ne vanno in 100.000 (vedi Marta Verginella, Il confine degli altri: la questione giuliana e la memoria slovena, 2008; 50.000 secondo i dati ufficiali del regno d’Italia) dalle terre mistilingui nel periodo fra le due guerre.

L’aggressione fascista alla Jugoslavia nell’aprile del 1941, che inaugura due anni di duro regime di occupazione, allarga il solco fra i due popoli. Le insurrezioni partigiane vengono represse duramente (Gianni Oliva, “Si ammazza troppo poco” - I crimini di guerra italiani 1940-43, 2006), sloveni e croati di nazionalità italiana inviati al confino o internati, in condizioni di indicibile privazione (Carlo Capogreco, I campi del duce - L’internamento civile nell’Italia fascista, 2004). Viene istituita la “provincia di Lubiana” (targa automobilistica LB), in territorio totalmente sloveno, quasi un simbolo della megalomania dell’Italia imperiale.

Per contrastare la resistenza slovena fucilazioni di ostaggi e rappresaglie sono all’ordine del giorno. Dopo alcuni attentati l’intera città di Lubiana viene circondata nel 1942 da un reticolato militarizzato di 40 chilometri (di cui alcuni tratti si possono visitare ancora oggi) per controllare in modo capillare i movimenti dalla città alla campagna e viceversa (Marco Cuzzi, L’occupazione italiana della Slovenia, 1988; Davide Conti, L’occupazione italiana dei Balcani: crimini di guerra e mito della brava gente, 1940-43, 2008).

Ben note le vicende del 1943, in cui la proverbiale insipienza delle classi dirigenti italiane provoca un disastro senza pari. Esautorato Mussolini il governo Badoglio mantiene la sovranità italiana sulla provincia di Lubiana, poi, dopo l’8 settembre esita a dichiarare guerra alla Germania (ciò avverrà il 13 ottobre 1943) esponendo i militari italiani ai rigori del codice di guerra. Il fuggi fuggi generale (il Tutti a casa del film di Comencini) provoca nella Venezia Giulia, prima dell’occupazione tedesca (che vedrà poi anni di nuova, durissima repressione anti-slava di marca nazi-fascista e la creazione a Trieste dell’unico campo di sterminio in Italia, la “Risiera”, che riduce in cenere 5.000 oppositori politici ed ebrei), un assoluto vuoto di potere, tanto sul piano civile che militare.

È allora che, soprattutto in territorio istriano, ha luogo una prima ondata di violenze anti-italiane. Senza che i partigiani sloveni e croati distinguano, come del resto Mussolini aveva insegnato a fare, tra fascista e italiano. Ragioni politiche, odio di classe, rancore per la lunga oppressione subita formano una miscela micidiale, che non di rado fa trasmodare l’insurrezione partigiana, connotata del resto in questa prima fase da spontaneismo e improvvisazione (anche se i “poteri popolari” cercarono di istruire dei processi, molto spesso sommari), in atti di delinquenza comune. Ecco dunque gli eccidi di settembre e ottobre 1943.

Con una macabra contabilità che fa assurgere le vittime a più di mille, con picchi in Istria e a Fiume (cfr. Raoul Pupo e Roberto Spazzali, Foibe, 2003. Approfitto per ricordare che Raoul Pupo, concentratosi, nella sua ricca produzione storiografica sul tema della questione di Trieste e del confine orientale può essere considerato la voce più autorevole, e quindi lo storico di riferimento, su questi temi).

È in quella occasione che il mondo italiano fa conoscenza di una modalità nuova per l’occidente latino ma ben nota nei paesi balcanici di eliminazione dei nemici e degli oppositori, gettarli cioè morti, feriti o vivi negli inghiottitoi di profonde cavità carsiche (il numero maggiore di infoibamenti ebbe infatti come vittime, migliaia in Slovenia, gli anticomunisti slavi che si opponevano, negli ultimi anni di guerra o subito dopo la sua conclusione, alla presa del potere da parte di Tito). Comunque, ricorda Pupo, “la maggior parte delle vittime delle due ondate repressive del 1943 e del 1945 perì nelle carceri, durante le marce di trasferimento o nei campi di prigionia allestiti in varie località della Jugoslavia”.

L’incubo delle “foibe” conservò nei due anni seguenti nella coscienza collettiva degli italiani della Venezia Giulia il profilo di un incubo minaccioso, andando a confermare la visione intrisa di “orientalismo” (mi riferisco al concetto proposto alla fine degli anni Settanta da Eward Said), per non dire di razzismo che voleva contrapposti all’Occidente razionale, buono, civile, un Oriente slavo, irrazionale, crudele, barbaro, come avevano insegnato i mitologemi forgiati a partire dal II Ottocento dagli intellettuali dell’irredentismo giuliano (Fulvio Senardi, a cura di, Silvio Benco, “nocchiere spirituale” di Trieste, 2010) e subito accolti come utile strumento di lotta politico-ideologica.

La cupa profezia del 1943 sembrò avverarsi nel 1945, quando Trieste fu “liberata” e occupata per 40 giorni dall’esercito di Tito e la Jugoslavia comunista (qui altre armoniche dei pregiudizi del sentire comune), incorporando gran parte della Venezia Giulia, arrivò de facto fino alle porte della città.
Se il destino delle terre perdute rimase per molto tempo sospeso sul piano del diritto internazionale, le autorità jugoslave cercarono subito di determinarne il futuro con eliminazioni mirate, incarcerazioni, deportazioni e violenze che andarono a colpire non solo gli esponenti del vecchio potere, ma tutti i rappresentanti dell’elite politico-economico-culturale italiana (fra i quali anche noti anti-fascisti), coloro che avrebbero potuto rappresentare dei potenziali oppositori all’annessione.

Nel 1945, a Trieste, Gorizia e nelle zone occupate scomparvero migliaia di persone (gli arresti tra Trieste e Gorizia raggiunsero il numero di 10.000), di cui è difficile dire quante venissero eliminate e quante fossero in seguito rilasciate (il libro di Pupo è attento a illustrare il difficile nodo storiografico).

Qui le vere premesse dell’“esodo”, con una prima ondata subito dopo la guerra ed un’ultima posteriore al 1953, successivamente alla crisi italo-jugoslava provocata dal governo Pella, che di fatto annette all’Italia Trieste e la “zona A” del “territorio libero”, contestualmente a ciò che in sostanza aveva fatto la Jugoslavia con la “zona B” (migrazioni in parte condizionate anche dall’oscillante posizionamento della Jugoslavia, prima stalinista, poi anti-sovietica nei confronti del blocco comunista): spartizione sancita dal cosiddetto “memorandum d’intesa” firmato a Londra nel 1954 dai due Paesi interessati.

Una situazione che avrà riconoscimento definitivo sul piano del diritto internazionale solo con il Trattato di Osimo (1975). Anche in questo caso è Raoul Pupo a indicare il nodo storiografico più difficile da sciogliere: “È ancora oggetto di discussione fra gli storici se alla radice dei comportamenti persecutori delle autorità jugoslave nei confronti degli italiani vi fosse fin dalle origini un preciso disegno di espulsione dall’Istria della componente italiana come suggeriscono alcune testimonianze anche di parte jugoslava. Altri riscontri invece sembrerebbero indicare che nei primissimi anni del dopoguerra le autorità jugoslave tesero a integrare nel nuovo stato jugoslavo un nucleo nazionale italiano numericamente ridimensionato […], privato del suo potere economico, e drasticamente epurato sotto il profilo politico […]” (Pupo, 2003; ma si veda anche: Raoul Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l’esilio, 2005).

Mantenendo aperto il discorso sulla natura più o meno forzata della diaspora (dove non può essere l’“io ricordo” o “nonna mi ha raccontato” a dire la parola della verità, ma pazienti ricerche negli archivi di Belgrado e spassionati dibattiti di storici competenti) gli studiosi si domandano quali siano state, anche a prescindere dalle violenze subite e dalla minaccia di nuovi soprusi, le ragioni che spinsero un numero consistente di istriani e fiumani (Zara si era svuotata ben prima, per effetto dei bombardamenti del 1943-44), stimato (per difetto) intorno ai 250.000, ad abbandonare le proprie case (bisognerà però ricordare che un piccolo numero di italiani, stimato intorno ai 30.000 decise invece di rimanere – con concentrazione maggiore nelle cittadine della costa occidentale istriana, a Fiume e a Pola – e rappresenta a tutt’oggi, dopo aver vissuto un periodo durissimo a causa della particolare condizione minoritaria, un nucleo di civiltà orgoglioso e vivace, con proprie scuole, una Facoltà universitaria nella città di Pola, centri culturali e di ricerca, un’emittente radio-televisiva, giornali e riviste, e originali voci di scrittori: un solo esempio, di altissima qualità, Nelida Milani Kruljac).

Si è parlato del radicale sovvertimento delle gerarchie sociali, del senso di isolamento in un ambiente sentito sempre più come estraneo, del peggioramento delle condizioni di vita, della difficoltà di poter conservare la propria identità nazionale e religiosa, ecc. Non c’è dubbio, per altro, che i “profughi” vennero male accolti nella nazione madre, e che dovettero così sopportare una seconda, più dura umiliazione. Etichettati come fascisti o, nella migliore delle ipotesi, sentiti presso le comunità d’arrivo come scomodi concorrenti sul mercato del lavoro o come indebiti beneficiari di forme di assistenza sociale, si dispersero ai quattro venti, in Italia e all’estero, custodendo, come un tesoro nascosto e doloroso di ricordi strazianti e inconfessabili, la memoria della diaspora, senza possibilità di confronto o di sfogo, e, per così dire, coltivando gelosamente il loro orgoglio di vittime come paradossale condizione identitaria.

Questa, a grandissime linee e raccontata di corsa, la storia articolata e complessa (e non semplificabile in un quadro in bianco e nero) della pagina più cupa dell’italianità est-adriatica nel periodo cruciale della guerra e del dopoguerra (e qui cade l’obbligo di ricordare il tentativo, sostanzialmente riuscito ma politicamente scomodo, di offrire un’interpretazione globale e “bilaterale” dei rapporti italo-sloveni dell’ultimo secolo, 1880-1956, compiuto da una commissione binazionale di storici, insediata nel 1993, e che ha prodotto nel 2000 un “rapporto finale” equilibrato e propositivo sul piano culturale, vera pietra miliare e alto modello di elaborazione storiografica comune, ma di cui pochissimo si è parlato e che scarsissima diffusione ha avuto per la dura opposizione, in Italia e in Slovenia delle destre nazionalistiche).

Da tale strettissima catena di fatti, di azioni e reazioni compiute nel segno dell’intolleranza e della violenza, il “Giorno del ricordo” estrapola un episodio, con il suo terribile portato di sofferenze individuali e collettive, ma che, se privato delle premesse e se, come spesso succede, amputato del contesto (a rischio quindi di “negazionismo” o rimozione relativamente alle violenze perpetrate da parte italiana), può risultare la rappresentazione più comoda per l’autostima degli italiani come popolo. Tutto fatto, si sa, di “brava gente” (Angelo Del Boca, Italiani brava gente?: un mito duro a morire, 2005).

Fulvio Senardi
Storico

Articolo pubblicato il 10 febbraio 2014. Ci sembra doveroso riproporlo ai nostri lettori che non lo hanno ancora letto.


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