Altritaliani
10 febbraio. Il Giorno del Ricordo.

Foibe e esodo giuliano-dalmata: La nostra storia finalmente uscita dall’ombra.

lunedì 10 febbraio 2014 di Claudio Antonelli

Un amico del nostro sito, Claudio Antonelli detto Antonaz, ci scrive dal Canada per ricordarci il valore di questo Giorno del Ricordo delle Foibe, del dolore a lungo dimenticato dell’esodo di decine di migliaia di giuliani che dall’Istria e la Dalmazia, partirono, malvisti dagli stessi italiani chiusi tra omissioni, ipocrisie e pretesti ideologici. Un esodo che si è espanso nel mondo. La testimonianza di un emigrato istriano che, col tempo, giunge finalmente ad una certa pace e catarsi.

Finalmente!

Grazie anche al Giorno del Ricordo, finalmente la nostra storia è uscita dall’ombra. Abbiamo aspettato per anni di poter ristabilire per gli altri, almeno in parte, il nostro passato. Quel passato che nell’Italia ufficiale per troppo tempo è stato ignorato o falsificato. Il risultato di questo divario, anzi di questa opposizione tra la versione omologata dei fatti - da un lato - e la nostra esperienza diretta, o acquisita tramite la testimonianza e l’esempio dei nostri genitori e parenti - dall’altro - è stato da tanti anni un sentimento di dolore e anche di incredulità. Possibile – mi chiedevo - che ci sia una Storia, inventata da noi, che in realtà non è mai esistita?

È possibile che i miei genitori – mi dicevo – così civili, così umani, così idealisti, nascondano un passato turpe di odio antislavo, di sopraffazione etnica, di persecuzione ai danni di quelli che – così sembravano e sembrano dirci tutti – sono i veri figli di quella terra, mentre la nostra gente sarebbe giunta lì da colonizzatrice, finendo poi coll’essere ricacciata verso i luoghi d’origine? Possibile che i nomi Ragusa, Zara, Pola, Fiume, Rovigno, Pisino, Parenzo, che in Italia in pratica solo noi usiamo, e che gli altri italiani ignorano a beneficio del nome slavo, siano in fondo il risultato di un’operazione di snazionalizzazione, condotta tra le due guerre mondiali dal governo italiano usurpatore?
Io sapevo che ciò non era possibile, e rimanevo incredulo di fronte all’enormità della cosa. Ma c’era ben altro. Vedevo celebrare la tragica disfatta dell’Italia, di tutta l’Italia, mutilata dal trattato di pace, come se si fosse trattato di una vittoria. Vedevo il presidente italiano Pertini esaltare Tito, suo amico fraterno e da lui considerato esempio incomparabile di progressismo socialista e creatore di una nuova società dove i tristi antagonismi nazionali, frutto di una mentalità borghese e reazionaria, erano stati definitivamente eliminati. Almeno così gli spiriti illuminati ci dicevano.

Vedevo la classe politica italiana rinunciare definitivamente alla zona B nell’indifferenza generale del Belpaese e addirittura tra il tripudio della stampa, felice che l’Italia e la Jugoslavia fossero riuscite a superare gli “stretti egoismi nazionali”. In Jugoslavia, in realtà, gli egoismi etnici sarebbero ben presto esplosi, con la riedizione delle nostre foibe e con altri massacri, anche più spettacolari; perché, cosa volete, nella Jugoslavia progressista vi era pur stato un certo progresso… Aspettavamo che ci si accorgesse di noi perché l’indifferenza degli organi d’informazione ci faceva male. E se i giornali, la radio o la televisione s’interessavano a noi, lo facevano con un’assoluta mancanza di sensibilità e con un’incredibile ignoranza.

Il giorno è arrivato. “Il popolo che non esisteva” è uscito dall’ombra. C’era chi aspettava questo giorno con ansia. Ho un ricordo doloroso. Sono passati tanti anni. Ero in un salone funebre, a Montreal, per un estremo omaggio alla signora Rina Zuliani, istriana. Osservavo una sua giovane nipote, nata qui, che sopraffatta dall’emozione era china sul volto della defunta, esposta nella bara com’è usanza.

All’improvviso, questa giovane, rivolgendosi a me, esclamò tra le lacrime, amara ed accorata: “Signor Antonelli, ma perché non si legge mai nulla sulla gente come mia nonna? Mi ha raccontato delle storie orribili… Ha tanto sofferto… Una volta ho parlato di queste cose all’università. Ma nessuno mi ha creduto. Perché non parlano né scrivono mai di noi? Non ci sono libri sulle foibe? Perché?… Perché?…” No, allora non c’erano libri sulle foibe. O forse ce n’erano, uno o due – quello di padre Rocchi, per esempio – ma non di più. E conosciuti da quasi nessuno, anche perché non tradotti in altre lingue. Noi eravamo il popolo che non esisteva. Nessuno parlava di noi. E se non lo faceva nessuno in Italia, figuriamoci qui in Nord America… Ma finalmente il nostro passato è riemerso: intitolazione di strade e piazze ai nostri morti, i francobolli sull’esodo, il Giorno del ricordo… Il geniale, meraviglioso Simone Cristicchi con il suo "magazzino 18"… Ciò giunge a ristabilire i fatti, a dar voce a chi è stato per tanto tempo silenzioso. È vero, tanta nostra gente è morta. Penso a mia madre. Ma non solo a lei. Ad altri: al mio amico fiumano Nereo Lorenzi, a mio zio Oliviero Bresciani, morto a Buenos Aires, a mio cugino Bruno Gherbetti - morto ad Edmonton - figlio di quel Lino trucidato a Pisino dai partigiani titini perché colpevole di essere italiano. Articoli, libri, cerimonie possono dare conferma ai figli di ciò che i genitori dissero loro.

I figli ci garantiscono la continuità biologica; qui all’estero molto meno quella culturale e quasi per nulla quella “storica”. Parlo di noi che, decidendo di andare a vivere all’estero - ma ormai non è più “estero” per noi - abbiamo inconsapevolmente accettato di assistere alla fine, nei nostri figli, nei nostri discendenti, dell’identità nazionale: l’identità italiana, strenuamente difesa dai nostri antenati nell’aspra terra dei Balcani. Non intendo parlare per gli altri. Parlo per me, di mio figlio nato da una mamma orientale. Anni fa gli mostrai il libro scritto da me sui giuliano-dalmati. Allora egli mi rispose, nel suo italiano approssimativo che i miei infiniti sforzi avevano fin li’ prodotto, quale fosse il titolo, come si leggessero insomma quelle righe sulla copertina… E me le indicava con il ditino. Allora pensai che un giorno avrebbe letto il mio libro – "Fedeli all’Istria, Fiume, Dalmazia – Noi profughi-emigrati". Ma non provai un sentimento di gioia piena. Anzi provai un dubbio. Perché non è giusto trasmettere ai figli il trauma dell’ingiustizia e dello sradicamento. Ma è anche giusto che il proprio figlio sappia, o almeno intuisca, il passato del padre, perché così potrà continuare idealmente una parte, sia pur minima, di ciò che noi fummo.

È di moda, ormai da anni, parlare di nuove formule di aggregazione delle società nazionali capaci di andare al di là dello stato-nazione, non solo, ma persino della memoria comune. Il fenomeno dell’immigrazione massiccia, dei matrimoni misti, della caduta, vera o presunta, delle barriere culturali grazie a nuovi sistemi di comunicazione, le politiche del multiculturalismo, le nuove entità supranazionali - in gran parte economiche - il mito del mondialismo e della globalizzazione, i fattori interculturali sempre più diffusi suscitano l’idea di nuove formule di aggregazione e di organizzazione sociale che prescindano dai condizionamenti del passato nazionale ed accettino ogni differenza. Non sarò certo io, che ho sposato una donna di una razza molto diversa dalla mia e che “pratico” quotidianamente il multiculturalismo, a contestare il superamento di certe barriere. Permettetemi nondimeno di essere scettico su certe formule alla moda, che non si basano su un effettivo allargamento dei propri confini spirituali, della propria umanità, ma solo su idee di “social engineering”, cioè di pura "sperimentazione sociale".

Credetemi: è molto difficile divenire nell’anima “multiculturali”. I tragici avvenimenti della Jugoslavia, questo laboratorio-caserma di nuovi rapporti interetnici esploso nel sangue, ce ne danno la conferma estrema. E non basta adottare una formula, che oggi è “aboliamo lo stato nazione”, per credere di poter entrare finalmente in una nuova era. Anche il tribalismo è all’opposto dello “stato nazione”, ma rispetto ad esso non costituisce certamente un passo avanti, anzi è rimasto bloccato al paletto di partenza nell’evoluzione di popoli e nazioni. Le civiltà non accettano corsi accelerati, sul modello dei cosiddetti “brain storming” in voga tra i managers di società o tra gli addetti alle vendite; l’animo umano evolve con estrema lentezza. Io credo che solo partendo dall’amore per coloro che il destino ci ha collocato più vicino si potrà giungere all’amore per gli altri, più lontani.

Solo riandando alla ricchezza del nostro angolino di partenza si potrà apprezzare il lungo viaggio che ci ha condotto dove adesso siamo. Solo curando le radici potremo avere rami più ampi e possenti. Solo ben conoscendo e amando l’idioma di partenza si potranno imparare bene altre lingue. Ecco perché io credo che attraverso l’attenzione che finalente ci è stata rivolta noi potremo rivolgere uno sguardo più umano anche a chi è lontano da noi. Non si tratta, quindi, di toccare all’infinito la corda della nostalgia e del rimpianto allo scopo di comporre un monotono e doloroso salmo, ma piuttosto di giungere ad una certa pace, ad una certa catarsi.

Quella catarsi che attendevamo da tanto tempo, e che il silenzio e l’indifferenza degli italiani intorno alla storia delle nostre terre ci avevano tenuta, per anni ed anni, lontana.

L’invecchiare fa sì che il misterioso legame con la terra dei padri riaffiori e si faccia doloroso. D’altro canto i nostri figli hanno visto la luce in una terra che possiede un’altra lingua, altre memorie nazionali, altri miti fondatori, altre pagine di storia, un altro destino. Di qui un inevitabile rapporto tormentato nelle anime più sensibili con l’idea che chi ci continua non potrà continuare la parte più profonda di noi, le nostre fedeltà, il nostro passato, la nostra particolare sensibilità plasmata dai drammatici avvenimenti bellici e postbellici.

“Dovremmo fare come gli ebrei!” è l’incitamento che si ode spesso nella comunità italiana. Esso è volto ad incitare gli italiani ad affermarsi come presenza più forte nel multiculturalismo canadese. Il riferimento agli ebrei, naturalmente, è fortemente ammirativo. Viene spontaneo pensare che a più forte ragione noi, istriani, fiumani e dalmati, rispetto agli altri italiani, dovremmo aderire all’invito “Facciamo come gli ebrei!”, anche perché noi, a differenza degli altri italiani, abbiamo un rapporto ormai più ideale che fisico con la nostra terra d’origine.

Questa infatti è stata travolta dalle forze distruttrici della storia, che ne hanno irrimediabilmente alterato equilibri, profili, identità. In molti casi solo le pietre rimangono, testimoni muti di un passato travisato. No – io dico - noi non potremmo mai fare come gli ebrei, perché noi non siamo come loro. Alla base del nostro essere vi è il rapporto con la terra.

Ed è questo amore particolare per la terra che ci ha dato i natali a spingerci ad accettare e a capire e ad incoraggiare - nel caso di chi, come nostro figlio, è nato qui - il sentimento di amore e di lealtà nei confronti del paese che la nascita ha fatto per lui assurgere a patria. Quella stessa legge che ci spinge ad amare la terra che ci ha visto nascere, noi dobbiamo riconoscerla e rispettarla anche nei nostri discendenti. La lealtà verso il paese che ci ha accolto è un dato essenziale nel nostro sistema di valori identitari dal forte orientamento patriottico. Ciò farà sì che i nostri discendenti non saranno mai degli eterni transfughi, per il profondo sentimento di attaccamento alla nuova terra che abbiamo loro dato.

Il paese nel quale si è nati è per noi una terra reale, e non un fatto religioso, profetico, mitico, anche se da lontano questa terra può venir trasfigurata e sublimata grazie a quel fatto potente e misterioso che è la trascendenza che dà l’esilio. Ovidio e Dante ci hanno già mostrato che l’esilio sa aprire certe misteriose porte dell’anima che prima si ignoravano. Questo è in fondo l’arricchimento più prezioso della nostra esperienza di profughi- emigrati. Ma di questo non è facile parlare, perché cosa troppo intima, che ci ispira pudore.

Finalmente il giorno è arrivato. Esso ci riporta il nostro tormentoso passato, il passato di una gente che per tanti anni non è esistita – ufficialmente – in un’Italia ignara e indifferente. Un passato nel quale noi ci auguriamo che un giorno tutti gli Italiani possano riconoscersi, grazie ad un nuovo sentimento di unità e fratellanza nazionale, di continuità, e di pacificazione capace di andare al di là della fosca palude fatta di risentimenti, divisioni, faziosità nella quale la nostra Patria da troppo tempo imputridisce. Perché il "Giorno del ricordo" in fondo, lungi dall’esaltare una differenza di storia, identità e destini, è la celebrazione della nostra antica fedeltà e del nostro tenacissimo amore per la Patria italiana.

Claudio Antonelli (già Antonaz)

Nella foto in alto vittime italiane disseppellite dalle foibe. Al centro esuli Giuliani al loro arrivo a Milano.


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