Altritaliani

70°Anniversario della distruzione dell’Abbazia di Montecassino, baluardo di civiltà.

domenica 2 febbraio 2014 di Michele Santulli

E’ vero che ogni anno centinaia di migliaia di visitatori e di pellegrini scalano le balze del monastero per assaporare e gustare quel qualcosa che la cultura e l’arte occidentali mantengono e conservano ancora vivo e attuale: quell’atmosfera che si respira tutt’intorno, la medesima da quasi quindici secoli: operosità, disciplina, pace e poi bellezza e armonia delle strutture, preghiera e raccoglimento e ordine.

Nel 2014 ricadono due ricorrenze che segnano due momenti cruciali della sua storia: il settantesimo anniversario della sua distruzione, anzi disintegrazione, e il cinquantesimo della proclamazione di San Benedetto Patrono d’Europa.

Il 15 febbraio 1944 alle ore 9,45, l’ora terza canonica, gli aerei alleati iniziano il bombardamento, in tre ondate: apocalisse, pari a quanto compiuto a Dresda, a Lipsia, a Colonia…Alle 15.00 circa, tutto è finito. Furono oltre settecentocinquanta bombardieri. La città di Cassino ridotta in polvere e l’Abbazia completamente annientata, secoli di storia sedimentata e accumulata, semplicemente cancellati, strappati dal libro della vita.

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L’abbazia dopo il bombardamento alleato

Va ricordato, per quanto riguarda in particolare l’annientamento dell’Abbazia, che essa fu voluta e difesa e propugnata dal generale che comandava le truppe neozelandesi e da quello delle truppe inglesi: tale opera distruttiva si dimostrò inutile, immotivata, ingiustificata, solo disastrosa per gli effetti e le conseguenze.
Le spese gigantesche della ricostruzione dell’Abbazia furono sostenute dal popolo italiano, ma bello e giusto sarebbe che queste due Nazioni, Regno Unito e Nuova Zelanda, che erroneamente ne vollero e ottennero l’annientamento, intervenissero finanziariamente quanto meno per la decorazione delle volte e delle cappelle della basilica, oggi ancora vuote e in bianco.

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L’abbazia di Montecassino vista dal cimitero militare polacco

In effetti prima della distruzione la basilica era in ogni suo angolo un florilegio della pittura napoletana del 1600 e del 1700 con opere di Luca Giordano, Francesco de Mura, Paolo de Matteis, Francesco Solimena, Sebastiano Conca, Andrea Vaccaro, il Cavalier d’Arpino, Charles Mellin e tanti altri, di parte delle quali resta documentato il significato e la importanza grazie ai bozzetti conservati ed esposti nel Museo abbaziale. E’ una istanza di cui il Sindaco di Cassino, le autorità benedettine e le associazioni dovrebbero farsi portavoci determinate, in occasione delle ricorrenze celebrative che si stanno mettendo in cantiere.

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San Benedetto

La seconda ricorrenza pure altamente significativa è quella del 24 ottobre che coincide con il cinquantesimo anniversario di San Benedetto Patrono d’Europa, proclamato nel 1964 da Papa Paolo VI, di concerto con le autorità europee. In verità il pur prestigioso riconoscimento non faceva che sancire e ufficializzare una realtà della storia europea iniziata parecchi secoli prima.

Basti rammentare che già nell’undicesimo secolo l’Europa contava oltre mille monasteri benedettini e che il monachesimo era stato una fiaccola ad illuminare tutto il continente tanto che, per esempio, la ‘Regola Benedettina’, dopo la Bibbia, era il libro più letto e studiato. Senza citare i benedettini che hanno particolarmente onorato il loro Fondatore nel corso della lunga storia esaltandone ed evidenziandone la carica evangelica e cosmopolita quali Anselmo di Canterbury, Remigio di Auxerre, François Rabelais, noto specialmente per il suo Gargantua e Pantagruel, Jean Mabillon, studioso e cultore degli antichi manoscritti ed incunaboli di cui grandi quantità acquistò specie in Italia per arricchire le collezioni del suo re e della Francia.

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Dom Pierre Pérignon

Ma forse il seguace di San Benedetto più noto, e più amato di tutti, fu l’umile monaco viticultore e cantiniere del suo monastero nei pressi di Reims in Francia che, dopo innesti e prove varie nei vigneti del monastero e pazienti esperimenti e tentativi nella cantina, nel volgere degli anni, riuscì a scoprire la via per ottenere un vino frizzante ed effervescente che si distinguesse per gradevolezza e appetibilità. E le sue ricerche e sperimentazioni enologiche riscossero tanto favore e successo da divenire, con ulteriori successivi perfezionamenti naturali della fermentazione, quello che oggi si chiama «champagne», dalla regione intorno a Reims in cui crescono i vigneti e in cui si trovava e si trova ancora, il convento di Dom Pierre Pérignon, il monaco benedettino inventore! Cioè l’Abbazia di Hautvillers, oggi divenuta la sede di alta rappresentanza della società che commercializza i marchi più famosi: Veuve Clicquot, Ruinart, Dom Pérignon, Moet et Chandon…. Il vino con le bollicine, ottenuto solo da uve nere, che con varie denominazioni è divenuto il vino più conosciuto e più desiderato del pianeta, simbolo di gusto e di classe: lo champagne, ben al di là delle intenzioni dell’umile monaco benedettino.

Ma questo è solo un aneddoto pur se di grande valore e significato che ben rientra in quel mondo di lavoro e di preghiera e di pazienza e di fiducia nella Divinità che contrassegna la regola di San Benedetto. Quanto indusse e sollecitò il Papa e le Nazioni al patrocinio europeo del Santo fu naturalmente la influenza enorme esercitata dal suo insegnamento e dai suoi seguaci e proseliti nel mondo occidentale per molti secoli, sia attraverso l’opera dello scriptorium cassinese sia attraverso il monachesimo. E un aspetto specifico dell’insegnamento dell’umile monaco di Montecassino attirò e coagulò le attenzioni e gli intendimenti delle Autorità Europee e cioè quel riconoscimento del ruolo del lavoro e perfino della sua sacralità, che San Benedetto per primo proclamò e praticò: il lavoro non più segno di servilismo e di oppressione e di schiavitù bensì quale pratica dell’essere umano che racchiude in sé il segno della approvazione divina.

Michele Santulli


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