Altritaliani

Legge elettorale in attesa delle europee.

venerdì 17 gennaio 2014 di Nicola Guarino

Ore decisive per la legge elettorale. Tra le tre proposte di Renzi, sembra obbligata, se non si vuole commettere un errore di sottovalutazione, la scelta per il doppio turno di coalizione. Questa volta bisogna farcela se si vuole avviare la ricostruzione del rapporto tra partiti e società, specie in vista dell’importante elezione europea di quest’anno.

Se è vero che indubbiamente, non si creano posti di lavoro o incentivi all’impresa e all’economia, né si migliora la qualità delle nostre scuole ed università (per fare qualche esempio) con la riforma della legge elettorale, è altrettanto vero che questa è la chiave per normalizzare il quadro politico e permettere in un futuro prossimo di avere un governo coerente e solido per poter apportare quelle riforme che dovranno rilanciare il paese.

La realtà è che chi dice che l’emergenza non è la legge elettorale, nasconde e male, una certa ipocrisia. In un paese, bloccato per venti anni da un sistema politico che da proporzionale ed instabile è passato ad un maggioritario per coalizioni, spesso non omogenee, e che politicamente è stato chiuso in una stagnazione economica che ci ha fatto perdere numerose occasioni di rilancio, chiusi per due decenni dall’emergenze giudiziarie di Berlusconi, con le conseguenti leggi ad personam che hanno occupato intere legislatiure ed in un conflitto culturale e politico senza fine tra berlusconismo e antiberlusconismo, in cui si consumavano oltre che le risorse economiche e le energie del paese, anche gli stessi principi e valori ispiratori della nostra democrazia, In un contesto tale, il cambio della legge elettorale è l’emergenza. E’essenziale avere un sistema elettorale che coinvolga i cittadini e che ridia ruolo sul territorio ai partiti.

L’ultima riforma elettorale, orchestrata dal governo Berlusconi sul finire del suo mandato, fu la riforma Calderoli, il celebre “porcellum”, con cui si cerco’, non senza successo, d’impedire al subentrante governo di centrosinistra, a guida Prodi, di poter contare su una larga maggioranza e quindi su un’agevole navigazione per il suo governo.

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Il monstre “porcellum” è stato, con colpevole ritardo, sconfessato dalla Consulta che con le motivazioni, recentemente pubblicate, ne ha rilevato la incostituzionalità in più punti senza con cio’ delegittimare l’attuale parlamento. In realtà la Consulta, depurando la riforma Calderoli dei suoi punti d’incostituzionalità, consentirebbe un ritorno sostanziale al proporzionale con indicazione delle preferenze.

Ma è del tutto evidente che il ritorno al modello proporzionalista della prima repubblica, ovvero favorendo il multipartitismo esasperato che caratterizzo’ la politica della prima repubblica, ripristinerebbe da un lato l’instabilità governativa e spesso parlamentare che fu tipica di quegli anni ed inoltre smentirebbe la volontà popolare largamente favorevole al maggioritario come emerse nel celebre referendum proposto da Mario Segni nel 1993.

E’ vero che spesso e volentieri, nel paese dei populismi, come quelli di Berlusconi e Grillo o della Lega Nord, la consultazione referendaria è stata smentita senza vergogna in sede parlamentare. Basti pensare al tema del finanziamento pubblico dei partiti o alla responsabilità civile dei magistrati, ma in questo caso il ritorno al proporzionale non potrebbe che drammatizzare ulteriormente la crisi di fiducia tra società e politica.

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Del resto, a meno a parole, nessuna delle forze politiche si è schierata decisamente per questo vecchio sistema, nemmeno il Nuovo Centrodestra di Alfano ed invero neanche Scelta Civica, forze che ne avrebbero un indubbio vantaggio, come del resto SEL e tutte le piccole formazioni politiche che ancora popolano il parlamento.

Dopo la sentenza della Consulta, s’impone quindi una nuova legge. Una legge che è diventata un punto d’onore per il PD, che in realtà vorrebbe fosse solo l’inizio di una più radicale e complessa riforma che coinvolgerebbe il bicameralismo, che è di tutta evidenza ormai anacronistico in questa forma, arrivando alla soppressione del Senato che verrebbe sosttuito da un organo di raccordo (anche in chiave federale) composto dalle Regioni. Per la verità già nel 1978 ed ancora nel suo ultimo celebre discorso del 1998 Nilde Iotti, dell’allora PDS, aveva chiesto che il Senato divenisse una Camera delle regioni (sembra incredibile che siano passati tanti anni vanamente).

Pare che forse finalmente ci siamo ad una Camera delle regioni che avrebbe una funzione meramente consultiva e federativa, un po’ come in Germania. Tutto questo in un quadro di rivoluzionamento delle istituzioni politiche che prevederebbe la soppressione delle provincie, nonché una corposa riduzione dei parlamentari alla Camera oggi 660, e con tagli alla politica a partire dalla già approvata abolizione del finanziamento pubblico dei partiti con efficacia definitiva a partire dal 2017. Sempre sperando che il futuro parlamento non ci faccia ulteriori ed irrispettosi scherzi.

Entro il 27 del mese è stato calendarizzato il dibattito per arrivare all’approvazione di una nuova legge elettorale. La cosa suscita molte preoccupazioni a partire dal governo Letta e dall’ancora tutor di quel governo, ovvero il Presidente Napolitano. Il timore è che fatta la legge venga meno la ragion d’essere del governo e si possa andare a votare subito, magari a maggio, con una election day che abbinerebbe le elezioni nazionali con le attese e temute europee.

Naturalmente, l’uscita di scena del cavaliere, le frammentazioni di quello che un tempo si diceva quadro politico con la nascita di un nuovo gruppo di destra, se ne contano ormai almeno 5 di partiti a destra, induce Forza Italia ma lo stesso partito di Alfano a frenare, essendo oggettivamente del tutto impreparati ad una nuova tornata elettorale.

Berlusconi ha perso la scena e quindi fatica a controllare i suoi consensi, Alfano ha finora ottenuto troppo poco dal governo Letta e quindi potrebbe avere, nelle urne, consensi veramente mediocri. Lo stesso centro si dibatte tra frammentazioni, conflitti e contraddizioni ed è ancora alla ricerca di una sua nuova ricomposizione che non appare semplice.

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Probabilmente qualche dubbio si sta insinuando nella presidenza della repubblica, che avverte come l’arrivo di Renzi potrebbe avere un ruolo chiarificatorio favorendo il formarsi di maggioranze autosufficienti e piuttosto omogenee.

I grillini, respirano aria di disfatta, al di là delle promesse dei sondaggi che prevederebbero una sostanziale tenuta, ma obbiettivamente un gruppo politico cosi poco costruttivo e cosi contraddittorio tra democrazia diretta ed imperativi dell’accoppiata Grillo-Casaleggio, non consente chiarezza e certezza di proposta e si sa queste cose nelle urne si pagano.

Effettivamente, l’unica forza che in teorie potrebbe trarre vantaggio da immediate elezioni è proprio il PD che puo’ oggi presentare proposte chiare ed essenziali, uscendo da quei troppi equivoci di progetto politico che l’hanno logorato nei decenni. Semplificando e con le dovute cautele, a Renzi converebbe un accordo con Berlusconi o chi per lui (è veramente indecifrabile lo stato dell’arte nell’attuale Forza Italia), per puntare ad un bipartitismo all’americana. Ma se il PD si lanciasse su questa opzione, commetterebbe, a mio avviso, un errore grave. Sarebbe un perdere di vista della realtà italiana di oggi e, per la verità, anche di ieri.

Su questo ha ragione Cicchitto del NCD, quando rileva che la natura dei sistemi politici non puo’ essere imposta per legge. Ma solo attraverso l’evoluzione dei processi politici. Inoltre, si schiaccerebbe la nuova destra di nuovo su Berlusconi e si offrirebbe il fianco al ripristino, con la conseguente caduta del governo, al ritorno del proporzionale. Una vera sciagura.

Pertanto, fermo restando che le leggi elettorali sono parlamentari e non del governo, va tuttavia considerato che questo è un governo politico e non di tecnici e quindi ha già una maggioranza di partenza che propone una delle opzioni renziane (il doppio turno o se preferite il sindaco d’Italia) che costituirebbe una buona base di partenza da proporre anche alle forze di opposizione.

Personalmente, resto fedele, per quel che puo’ contare, a questa ipotesi ovvero il doppio turno di coalizione. Anche perché finalmente oggi si potrebbe lavorare ad una coalizione che non sia semplicemente la somma degli antiberlusconiani, ma fondata su un progetto condiviso per il futuro dell’Italia, costruendo, con chi ci sta, un programma comune e concreto da realizzare senza quei defatiganti e continui compromessi che furono per Romano Prodi. E la stessa destra potrebbe, finalmente, cercare una strada futura che non si fondi solo sul sempiterno cavaliere ma su quegli uomini e donne che dalle retrovie scalpitano per arrivare alla prima linea del confronto politico. Ed infine, il doppio turno porterebbe all’inevitabile fine del tripolarismo, ennesima anomalia del nostro anomalo paese.

E’ vero che il rinnovamento in atto nel PD non ha avuto ancora seguito negli altri partiti, forse è troppo presto, ma il rischio è che la vecchia classe politica cerchi in ogni modo di sopravvivere a se stesso anche a costo di portare il tentativo del PD all’insuccesso, con indubbi danni per lo stesso neoleader, cercando a sorpresa d’imporre nei fatti il voto con il proporzionale. Essendo questa l’ipotesi più grave e da scongiurare ad ogni costo. Del resto la mancata elezione di Marini e Prodi dimostrano che il parlamento di sorprese ne puo’ dare ancora.

Finanche forze di presunta rottura con il “sistema” come i 5 stelle sembrano oggi favorevoli al proporzionale (il nuovo che avanza), affidandosi poi all’incognita del voto in rete che francamente per le sue forme e le sue sostanze continua a lasciare perlomeno perplessi.

La battaglia del 27 ha tuttavia, il sapore del confronto decisivo. Per gli equilibri interni al PD, per risolvere in qualche modo le inevitabili tensioni tra i due indiscussi protagonisti del PD di oggi e di domani, ovvero Letta e Renzi, ma è decisiva anche per segnare un punto per recuperare i cittadini al voto e alla partecipazione politica.

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I timori di chi, anche a sinistra, guarda all’intesa tra Berlusconi e Renzi sono fonadati, visti i tragici precedenti e molti commentatori sui giornali hanno ricordato i nefasti trascorsi, tuttavia mi permetto di far notare che il Berlusconi di oggi non è quello di 15 o anche 7 anni fa, è un uomo provatissimo, che sulla scena politica ormai non gode dell’appeal di una volta, ha troppe condanne in corso e definitive, a breve dovrà andare ai servizi sociali, per non contare la sua veneranda età. E poi, lo stesso PD non è più quello di D’Alema o del buonista Veltroni e nemmeno di Bersani.

E’ un partito che impone l’agenda che ha un’idea vincente, al di là di quelli che poi saranno i risultati effettivi. Renzi è l’espressione di una sinistra comunicativa, capace di ascoltare ma dalla risposta franca e rapida, non ha timore dei suoi equilibri interni e la scelta di aderire al PSE oppure il suo piano lavoro, le proposte per il sindacato, lo dimostrano. Anche per questo credo che a sorpresa Renzi non accetterà soluzioni “spagnole” è lui in testa ed è lui che deve imporre il gioco.

A proposito del PSE, la riforma della politica, a partire dalla legge elettorale, potrebbe essere un viatico fondamentale per recuperare terreno per le europee. Forse anche per questo i populisti ed antieuropeisti, frenano, non vogliono perdere il vantaggio acquisito, dopo anni di gestione dell’Europa, quanto meno sciagurata.

Non puo’ bastare. Subito dopo, mentre il governo dovrà offrire riforme serie, personalmente non sono certo dell’automatica caduta del governo all’indomani della nuova legge elettorale, il PD dovrà lavorare duramente per le elezioni europee, presentando una serie di proposte concrete sul funzionamento del Parlamento europeo e per accellerare il processo di unificazione, mettendo in discussione le eccessive sovranità nazionali che concretamente rendono ogni direttiva, specie le più significative inattuate ed inefficaci. Si tratta di una battaglia culturale, prima che politica e certamente occorre un ricambio politico anche in quella sede, recuperando i principi fondativi dell’Europa delle nazioni.

Nicola Guarino

Nelle foto dall’alto in basso: Renzi e Letta, Angelino Alfano, Nilde Iotti.


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