Altritaliani
Due stili, due registri linguistici diversi.

Renzi e Cuperlo: L’analisi del discorso di un leader.

martedì 3 dicembre 2013 di Rosa Chiara Vitolo

Si aprono le scuderie del PD: su quale cavallo puntare alle prossime primarie dell’8 dicembre? L’analisi del linguaggio dei due candidati favoriti nei sondaggi per la segreteria, ci aiuta a capirne la personalità e le idee. Ci dà una mano Rosa Chiara Vitolo, ricercatrice con esperienze in diverse università e non solo in Italia.

Il prossimo 8 dicembre si vota per eleggere il nuovo segretario del Partito Democratico. La sfida, di fatto, è tra due cavalli di razza: Cuperlo e Renzi. Cuperlo è colto e saldo e usa un linguaggio del passato. Renzi è giovane e tenace e usa, a suo modo, un linguaggio del passato. Recente, ma sempre passato. Un esempio?

Cuperlo si rivolge al “nostro popolo”, ma basta leggere le statistiche per capire che a sinistra votano prevalentemente pensionati, insegnanti, impiegati e professionisti. Che “popolo” è? In più è evidente una certa incapacità di appello diretto al pubblico medio con discussioni sostenute che inevitabilmente coinvolgono i pochi presenti (Tonelli, Venerdì di Repubblica, 15 novembre 2013).

Renzi ha sdoganato il termine leadership a sinistra, parla al “suo popolo”, ma bisognerà capire se l’oligarchia al potere lo rafforzerà o tenterà di divorarlo di nuovo. I temi cari al sindaco di Firenze, dalla trasparenza del curriculum degli eletti, ad un uso della rete più chiaro non suonano certo di prima audizione (vedi programma del Movimento 5 stelle).

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La scuderia cuperliana: “Per la rivoluzione della dignità. Bello e democratico, il tuo PD per il Paese di tutti”. Questo lo slogan del primo candidato. Un futuro all’insegna della dignità fa venire in mente, di contro, un passato caratterizzato da bassezze e viltà. Piccoli indizi di stile moraleggiante che appesantiscono il messaggio iniziale.

Cuperlo punta sulla condivisione della passione politica a più livelli: comitati di quartiere, associazioni, volontariato, radicalità cattolica. Interessante risulta il riferimento alla necessità di una formazione per gli iscritti tesserati e alla differenziazione fisica e identitaria tra partito e strutture governative («Costruire un nuovo partito vuol dire ribellarsi alla dittatura del presente, alla gestione ordinaria del potere, alla tendenza a occupare la società anziché rappresentarla»).

Nell’affrontare l’aspetto della “segreteria”, il triestino usa un lessico medico parlando di «degenerazioni» correntizie che rappresentano oggi «malattie» gravi del PD. Tra le parole chiave troviamo ricambio vs. permanenza dei comitati elettorali, distinzione vs. unificazione delle figure e dei ruoli di potere. Un certo ritorno alla spazialità è riscontrabile anche nella proposta di una rete che sia non soltanto strumento di scambio o propaganda, ma una «formidabile opportunità per ripensare i luoghi fisici», ovvero i circoli. La rete rimane un luogo immateriale da cui attingere soprattutto partecipazione periferica da riportare sempre all’indirizzo reale della sede del Partito.

La natura moraleggiante e paternalistica del messaggio di Cuperlo emerge con evidenza sull’argomento dei doppi incarichi. Sobrietà dei singoli, trasparenza nelle nomine, onorabilità nell’esercizio di una funzione pubblica scivolano su un auspicio dal lessico poetico: «Ma la parola che più ci è necessaria è forse la più scontata di tutte, e anche la più negletta dai nostri tempi: onestà».

Sull’architettura costituzionale, gli elettori incontrano una dose massiccia di concetti complessi a rivestire un’ idea in realtà snella: il presidenzialismo è un modello estraneo alla storia italiana. Si fanno capriole invece in mezzo al «solco di quel presidenzialismo che non è la risposta ai problemi dell’Italia», «barra della manutenzione costituzionale», «modello del cancellierato e superamento del bicameralismo paritario». Un linguaggio per quale popolo?

Un altro nodo del discorso cuperliano è costituito dalle larghe intese. No alla strategia del portone aperto a tutti, sì ad una moderna democrazia dell’alternanza, fondata sui grandi partiti di tipo europeo. Cuperlo scomoda il patto sociale quando chiama in causa un sindacato che si faccia trait d’union di tutte le forze del lavoro.

Sulle politiche sociali però il portone aperto ricompare come soglia di inclusione off limits («Bisogna pensare a un programma mirato al pieno inserimento economico, sociale e culturale delle persone disabili. Dal superamento delle barriere architettoniche alla valorizzazione di un patrimonio straordinario di capacità e umanità, l’Italia deve diventare anche su questo terreno il paese dell’inclusione, dell’accoglienza, di una piena e matura cittadinanza»).

Sul debito pubblico e la politica fiscale il ritornello evidenzia ciò che non è moralmente accettabile: gli esodati, le pensioni d’oro, la tassazione dei pensionati medi. Non manca il richiamo alla spiritualità cattolica a proposito dell’immigrazione e dell’asilo politico: «Dobbiamo raccogliere e fare nostro l’appello di Papa Francesco per vincere la globalizzazione dell’indifferenza».

Le note finali sulle politiche economiche interne al Paese, vedono il ricorso all’esercizio della moralità da opporre a false ideologie, secondo le quali il privato sarebbe più efficiente del pubblico.

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La scuderia renziana: “Cambiare verso” è lo slogan usato da Renzi per il suo ritorno sui palcoscenici del Partito Democratico. Bisogna ammettere che l’agenzia barese Proforma ha continuato a lavorare sodo, se si pensa che anche i simboli e le campagne di Monti e Vendola portano la sua firma. Il claim si presta a una duplice interpretazione: il verso è l’oggetto del verbo cambiare o un avverbio di luogo lasciato in sospeso volontariamente? Comunque lo si legga, il messaggio, centrato sul ’cambiare’, funziona.

Sull’organizzazione del partito sul territorio, Renzi usa la metafora sportiva della squadra e dei giocatori coordinati da un capitano. Il lavoro di quest’ultimo sarebbe la somma degli sforzi dei singoli e viceversa. Ripreso strumentalmente il verbo “rottamare” («rottameremo innanzitutto le correnti, perché le buone idee non sono un monopolio di qualcuno e non ci possiamo permettere un segretario che sia semplicemente punto di equilibrio tra gruppi diversi»), insiste sulla necessità di trovare una forma di collaborazione tra amministratori, circoli e parlamentari che colleghi le periferie al centro senza interruzioni e ammanchi di sorta.

Sull’organizzazione dei vertici del partito (e quindi sulla segreteria stessa) si sofferma sul bisogno di adeguamento del modus operandi pubblico del politico ai nuovi mezzi di comunicazione a disposizione e della formazione necessaria per affrontare il compito civile: come si scrive un’interrogazione o una delibera, come si partecipa a un dibattito e come si veicola un messaggio su un social network.

Sulle regole etiche, ovvero i doppi incarichi fuori e dentro il partito, propone la rendicontazione continua (aggiornamento on line) delle spese degli eletti e dello Stato in generale. L’opinione pubblica in questo modo potrebbe monitorare condotta e coerenza dei propri rappresentanti. Una piattaforma tecnologica sarebbe il mezzo ottimale per la discussione in diretta tra le parti sociali.

Per la legge elettorale, si mostra convinto di presentarne una dall’architettura semplice e chiara, fatta in modo tale da far capire subito al cittadino chi ha vinto e chi ha perso, chi è dentro e chi è fuori.

Il punto interessante mi pare però relativo al progetto di alleanze elettorali: il PD deve raccogliere tutti e da tutte le direzioni. Centrodestra, Grillo, astensionisti inclusi, senza scandalo. Il partito deve dimostrare di essere capace di proteggere sotto le sue ali le speranze tradite di chi ha creduto in un progetto e lo ha visto sfumare («Le speranze non hanno bollini, non hanno etichette»).

Sulla politica industriale, si conferma che tutto ciò che si otterrà dal recupero dell’evasione fiscale dovrà essere utilizzato per la riduzione delle tasse, senza produrre ulteriore spesa. Allo stesso modo, la dismissione del patrimonio dovrà essere impiegata per ridurre il debito senza altri scopi.

Il discorso renziano non evita di toccare la questione dei rapporti con mamma Europa: fra le cure proposte, unificazione federale, esercito e scuola di diplomazia unici, Banca Centrale Europea come custode della moneta unica sul modello della Federal Reserve americana.

Due scuderie, due cavalli, due stili e due registri diversi?

Limitandoci ad un esercizio di stile, possiamo tentare alcune considerazioni di tipo teorico.

Aristotele delinea una distinzione basata sui fini del discorso politico e distingue tra discorsi deliberativi, che hanno come scopo la decisione politica, e quindi l’utile; discorsi giudiziari, che hanno lo scopo di discutere le cause e servono alla determinazione di ciò che è giusto, e infine discorsi epidittici, ovvero la determinazione di ciò che risulta bello o brutto nella performance dell’oratore.

Nel 1960 Austin, con la teoria degli atti linguistici, si lega alla scuola neoaristotelica con la visione di un agire linguistico che diventa tipo particolare di azione. In questa nuova veste, la parola può essere performativa o constatativa. Semplificando, una frase del tipo: «Prometto di occuparmi del problema esodati», rimanda all’esecuzione di un atto, mentre «Mi occupo del problema esodati» rappresenta la descrizione, la constatazione di un’azione.

Cuperlo e Renzi, nei loro discorsi programmatici, non usano verbi performativi; piuttosto constatano, con l’uso degli infiniti, ciò che deve essere fatto. Almeno abbiamo un dato incoraggiante, se confrontato con propagande passate in cui le promesse abbondavano. Una seconda considerazione riguarda la finalità del discorso: chi ascolta discorsi deliberativi e giudiziari è chiamato a giudicare sull’utile e il giusto, dunque è chiamato ad intervenire.

Chi assiste a discorsi epidittici è spettatore passivo nei confronti dell’azione e attivo nella valutazione estetica e morale. Il discorso di Cuperlo, tutto teso alla morale, rende di fatto bene la metafora dell’oratore-educatore e dello spettatore che viene formato. Il discorso di Renzi invece sembra giocato su un rapporto tra pari, in cui lo spettatore entra a far parte della scuderia e dei suoi meccanismi interni. Uno è centralista, l’altro sembra più aperto a unire in costellazione luci lontane fra loro.

Entrambi però continuano la tradizione di una sinistra che parla alla testa e non alla pancia e pertanto colpiscono poco se paragonati, ad esempio, agli slogan di Grillo. Niente di nuovo, dunque, sotto il sole.

Rosa Chiara Vitolo


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