Altritaliani

Cultura della legalità: La corruzione ai tempi dello scandalo petroli.

domenica 3 novembre 2013 di Mario Vaudano

Mario Vaudano fu il giudice istruttore che a Torino indago’ sullo scandalo Petroli negli anni settanta. La storia di questo scandalo è l’immagine plastica di un paese che fatica a trovare una solida cultura della legalità, tema oggi aggravato da venti anni di berlusconismo. In quello scandalo vi fu di tutto: servizi segreti deviati, mafia, massoneria, spionaggio, politici corrotti ed altro ancora. Il protagonista di quel tempo prova a raccontarcelo in attesa della prossima uscita di "Pétrole et Corruption" della scrittrice Marion Morellato.

L’origine dello scandalo petrolifero.

Il gigantesco traffico clandestino di prodotti petroliferi che si protrasse dal 1973 al 1979 e che interessò l’intero Nord - Italia (dalla Lombardia al Veneto, dal Piemonte alla Liguria) e si estese fino al centro della penisola, arrecando allo Stato un mancato introito di molte migliaia di miliardi di lire cagionato dall’evasione fraudolenta delle Imposte di Fabbricazione previste dalla legge sui derivati del petrolio, in tanto venne - pur tra mille difficoltà ed ostacoli - scoperto dalla Magistratura di Torino e di Treviso [1], in quanto essa poté contare sull’abnegazione di quei valorosi sottufficiali e ufficiali della Guardia di Finanza che,nonostante le pesanti pressioni della loro stessa gerarchia ed a livelllo politico - le prestarono una collaborazione rivelatasi decisiva per l’accertamento e repressione di quei gravissimi fatti di reato.

L’Articolazione della corruzione.

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L’organizzazione aveva forma monolitica: ogni elemento perturbatore era prontamente isolato con severe normalizzazioni su chi - operatore economico o personale subalterno - non stava al gioco e costituiva un pericolo. I comandi centrali e quelli periferici territoriali della Guardia di Finanza e della Direzione Generale delle Dogane, che erano stati orientati in quella direzione, eseguivano le incombenze di copertura ai vari livelli. La presenza discreta ma temibile dell’Ufficio I, il potente servizio segreto di informazione della Guardia di Finanza, garantiva il controllo pieno di ogni devianza: complicità, tolleranze, autorizzazioni, concessioni, nomine, trasferimenti, avevano un prezzo ed erano profusi sempre dietro adeguate gratificazioni purchè rientranti nel quadro di compatibilità con il sistema di frode. Il meccanismo di protezione si articolava ai vari livelli con il c.d. ombrello protettivo mediante la violazione del dovere di fedeltà, segretezza, imparzialità vigilanza che garantiva il riparo da azioni ostili e la copertura delle aziende in base al ruolo di comando esercitato ma anche con il compimento di singoli atti od omissioni idonei a portare alla normalizzazione emergenze non previste con interventi mirati.

Entrambi i profili, profumatamente remunerati secondo le specifiche convenienze ed intese, convergevano all’unico scopo di preservare l’impianto complessivo che avrebbe assicurato la continuità del saccheggio del pubblico danaro. La potenza dell’organizzazione criminale “si manifestò con la forza e la consapevolezza di un contropotere in grado di resistere ad ogni contraccolpo e di condizionare gli stessi magistrati inquirenti che timidamente muovevano i primi passi verso l’accertamento dei fatti. Molti componenti dell’organizzazione risulteranno affiliati alla P2 di Licio Gelli.

Si tentò di ostacolarne l’opera attraverso denuncie ed istanze di ricusazione. Dal dicembre del 1979 a tutta l’estate del 1980, nei mesi in cui le istruttorie in corso a Treviso e a Torino rendevano palesi le dimensioni e coperture del contrabbando petrolifero, il Capo dello Stato, il C.S.M., diversi ministri, le procure della Repubblica di altri centri del nord d’Italia e di Roma, vennero letteralmente sommersi di esposti anonimi tesi a costruire una sorta di “controprocesso” che trovò anche la via per essere accreditato come tale, dopo che la Procura Generale di Venezia, seguita da altri uffici, trasmise gli atti alla Corte di Cassazione, con richiesta di indicare l’autorità giudiziaria competente. Venne designata la magistratura di Modena ma i procedimenti in atto a Torino e Treviso non si arrestarono. Il Giudice Istruttore di Modena, prosciolse da ogni accusa”. [2]

Magistrati indicati negli esposti, iniziò un procedimento per calunnia incriminando il Generale Lo Prete ed il suo avvocato Wilfredo Vitalone (ndr: fratello di Claudio Vitalone, noto magistrato romano legatissimo a Giulio Andreotti e poi passato alla politica nella corrente andreottiana della D.C. negli anni 80).

Nel tirare, a trent’anni di distanza, le somme di quella stagione giudiziaria, dobbiamo soffermarsi su un duplice ordine di considerazioni: da un lato si accertò che una così lunga e imponente attività criminosa era stata resa possibile attraverso la creazione di un fitto reticolo di strutture operative (raffinerie, depositi petroliferi, imprese di distribuzione e di commercializzazione, società di comodo, aziende di autotrasporti, ecc.) allestito con l’attiva partecipazione di ex appartenenti alla stessa Guardia di Finanza che avevano messo l’esperienza acquisita nel complesso settore della lavorazione degli oli minerali al servizio di un sistema occulto di evasione talmente ramificato da rendere assai difficile un penetrante controllo di legalità, diventandone essi stessi i diretti beneficiari.

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Dall altro lato è stato provato che per mantenere per così tanto tempo quel sistematico sistema frodatorio al riparo dalle indagini e per ritardarne conseguentemente l’accertamento fu decisiva la comprovata copertura che allo stesso venne fornita da alcuni apparati istituzionali dello Stato: partiti politici (percettori di rilevanti sovvenzioni), uomini di governo, servizi segreti, altissimi ufficiali della Guardia di Finanza, dirigenti degli uffici finanziari, quasi tutti cementati da una comune adesione a quell’organizzazione eversiva che faceva capo alla loggia massonica P 2. Basterà ricordare che, nominato nel luglio del 1974 comandante generale della Guardia di Finanza scavalcando con la protezione di alcuni politici di primo piano altri generali che lo precedevano per meriti di servizio, il generale Raffaele Giudice subito si attivò nel favorire quell’immenso traffico, partecipandone agli utili e rimuovendo quegli ufficiali che rischiavano di ostacolarne i profitti illeciti: dal colonnello Salvatore Florio (allontanato dal servizio informazioni del corpo) al colonnello Aldo Vitali (che con un suo dettagliato rapporto aveva per primo aperto un velo sull’organizzazione criminosa) e al generale Arturo Dell’Isola (sostituito, nell’incarico di capo di stato maggiore della Guardia di Finanza, da un suo uomo di fiducia: il generale Donato Lo Prete, anch’egli intimamente compromesso con gli artefici del traffico).

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In un simile contesto, le indagini della Magistratura consentirono di far emergere in tutta la sua inquietante gravità una vicenda che già in quello stesso anno 1974 - e cioè agli inizi dell’organizzazione criminosa - aveva profilato la collusione del generale Giudice e del suo entourage con i contrabbandieri petroliferi. Tra il settembre 1974 e il maggio 1975, il servizio “D” del SID, allora diretto dal generale Gian Adelio Maletti, alle dipendenze del generale Vito Miceli, su precise disposizioni impartitegli dall’allora ministro difesa Giulio Andreotti (e cioè di colui che aveva a suo tempo caldeggiato la nomina del generale Giudice a comandante generale della Guardia di Finanza), che era preoccupato per la nascita di un partito (Nuovo Partito Popolare) che si poneva in competizione con la Democrazia Cristiana, aveva effettuato dei controlli occulti (pedinamenti, intercettazioni) nei confronti di un certo Mario Foligni, promotore di tale movimento e in stretto contatto con monsignor Paul Marcinkus, presidente dell’ Istituto per le Opere di Religione (IOR), la banca del Vaticano.

In esito a tali controlli era tra l’altro risultato che il generale Giudice e il generale Lo Prete erano associati con Licio Gelli, fondatore della Loggia P2; e che tutti questi personaggi stavano organizzando l’importazione dalla Libia di ingenti partite di petrolio, da avviare poi sul mercato clandestino.

La scelta del Mifobiali.

La scelta di analizzare,sopratutto da un punto di vista della corruzione nazionale ed internazionale, il lungo dossier dei servizi segreti militari italiani (all’epoca denominato Servizio informazioni difesa /SID) denominato Miceli Foligni Libia (secondo la tesi piu seguita) o M.FO.BIALI non e stata casuale.

Nel corso nostre conversazioni amichevoli con il prof. Alessandro Giacone dell’Universita di Grenoble, io avevo infatti accennato alla mancanza di analisi e riflessione su questo “pezzo di storia” italiana che puo definirsi unico, a causa della natura e particolarità del documento ed della sua assoluta unicità [3] nel panorama delle “scoperte” giudiziarie in Italia, in un periodo storico estremamente tormentato tra il 1970 ed il 1975.

Si tratta infatti di un documento sulla cui autenticità non ci sono dubbi,e che per di più e stato oggetto di analisi e conferma giudiziaria pagina per pagina, nel corso di una lunga istruttoria penale per gravissimi fatti di corruzione economico – finanziaria e che ha toccato i più alti vertici dello stato, sia civili che militari.

Si tratta inoltre di un documento che è stato acquisito giudiziariamente tra mille difficoltà, dopo l’assassinio nel 1979 del giornalista che lo deteneva illegalmente, grazie a contatti ambigui con parte degli stessi vertici dei servizi segreti italiani, ed in particolare il cosidetto “ufficio D” del SID diretto dal gen. Gianadelio Maletti.

Il tutto nell’ambito di una lotta tra “branches” degli stessi servizi, una capitanata dal gen.Miceli e l’altra dal Gen.Maletti, a loro volta legati a diversi “sponsor” politici nell’ambito del partito dominante in Italia di quell’ epoca e cioè della Democrazia cristiana.

L’acronimo M.FO.BIALI avrebbe per l’appunto indicato il nome e il cognome del Foligni e, anagrammato, il nome dello stato africano; mentre secondo un’altra interpretazione la lettera “M” avrebbe addirittura indicato il generale Miceli, anch’egli implicato nel traffico. Tutto ciò era andato a finire nei cassetti dei politici, restando così coperto dal più totale segreto, come poi risultò dai fatti e come fu poi dettagliatamente spiegato dallo stesso generale Maletti, allorché venne interrogato nel 1981 dai giudici istruttori torinesi Piergiorgio Gosso, Mario Vaudano e dal Pubblico Ministero Vittorio Corsi, presso il consolato sudafricano di Johannesburg dove aveva trovato rifugio. “L’unica persona che ne aveva fatto cenno sulla sua rivista “OP” (Osservatore Politico) nel 1979, era stato il giornalista Carmine Pecorelli, misteriosamente ucciso proprio in quello stesso anno da ignoti sicari,dopo che pochi giorni prima aveva avuto un incontro riservato con persone (tra cui due alti magistrati romani) direttamente legati a Giulio Andreotti.

Se da quei controlli fossero state tratte a tempo debito le necessarie conseguenze istituzionali, con la promozione di specifiche iniziative amministrative e disciplinari e con una puntuale informativa all’autorità giudiziaria, il contrabbando interno di prodotti petroliferi sarebbe stato stroncato sul nascere.
Ma tutto questo, una certa politica in allora imperante non poteva evidentemente permetterli”
 [4].

Il ministro della difesa e poi del bilancio Giulio Andreotti, che risulto’ aver ordinato e seguito passo pasa le attività del SID confluite nel dossier Mi Fobiali senza poi denunciare in alcun modo i gravi fatti di corruzione che erano emersi, fu anche a opera dei giudici torinesi posto a diretto confronto con il nuovo capo del SID ammmiragli Casarsi che gli confermo’ in faccia le sue responsabilità. Il parlamento, cui allora spettava la messa in stato di accusa dei ministri tramite la Commissione parlamentare d’inchiesta, rifiuto’ all’epoca di agire penalmente contro Giuglio Andreotti, nonostante la prova documentale dell’illecito [5].

La lettura del dossier MI.FO.BIALI, ancora oggi, è quindi estremamente utile e spiega i metodi che tuttora s’impiegano per ricattare e diffamare i “nemici” ovvero per ricattare organi dello stato “utili” al potere personale di uomini corrotti al vertice e delle istituzioni. Per dirlo con le parole del mio collega Piergiorgio Gosso, ”se è lecito ricavare un qualche insegnamento dall’esperienza del passato, è dunque lecito augurarsi che la parte sana della nazione sappia costantemente e responsabilmente vigilare, ad ogni livello, affinché non abbiano a ripetersi altre nuove e nefaste collusioni tra pubblici poteri e illeciti arricchimenti clandestini” [6].

Petroli, riciclaggio e criminalità anche mafiosa.

Fu a seguito delle indagini in Svizzera e della scoperta di filoni comuni tra il riciclaggio del denaro della corruzione con quello del denaro di persone legate al traffico di stupefacenti ed a Cosa Nostra che iniziò poi nel 1986 la mia collaborazione con il P.M. di Milano Ilda Boccassini e di Firenze Lamonica e Cassano, nonché con l’allora Giudice Istruttore Giovanni Falcone, che continuò fino al 1988. A seguito del ramo d’inchieste torinese fu scoperto anche il caso del ministro della Giustizia svizzero dell’epoca signora Elisabeth Kopp, il cui marito avvocato Hans Kopp era il socio di copertura “svizzero” nella “Shakarko trading” insieme al principale capo della mafia turca in relazione con “Cosa Nostra” e cioè Yasar Musullulu, ed accertato un importo di circa un miliardo di dollari nel 1986 di denaro riciclato [7].

Per questa inchiesta ebbi non solo modo di collaborare con alcuni giudici svizzeri (rafforzando la fiducia e stima reciproca), ma anche di essere testimone nella commissione parlamentare d’inchiesta svizzera. Fiducia che determinò gli svizzeri a consegnarmi copia di una lettera “privata” dell’allora Presidente del consiglio Bettino Craxi che patrocinava la non estradizione di un personaggio del riciclaggio legato all’alta finanza milanese di origine siro-ebraica, tale Albert Shammah, poi fuggito in Israele e non più estradato grazie alla legge del “ritorno” vigente in quel Paese.

Non sembra inutile ricordare che alcuni dei protagonisti della corruzione nella GdF sono ritornati in evidenza nel 1992-1998 all’epoca dell’inchiesta di Mani Pulite, questa volta come avvocati e consulenti “tecnici” nell’ambito delle più importanti vicende corruttive (tra questi, con, condanne ormai definitive, l’allora capitano Giovanni Acampora, divenuto poi l’avv. Acampora , intermediario in numerose operazioni delittuose per corruzione anche di magistrati romani e milanesi ormai accertate con sentenza passata in giudicato).

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Non e possibile infine dimenticare che nell’affare “petroli” e poi ancora in seguito in numerose vicende di corruzione si è iniziata per la prima volta l’esperienza del processo in parallelo tra giudice penale e procura della Corte dei Conti, che poi diede luogo grazie alla sensibilità di Giovanni Falcone che accettò e propugnò nel 1991 quale Direttore generale degli affari Penali al Ministero della Giustizia, il testo proposto dal viceprocuratore generale della corte dei conti Giorgio Aterno (prematuramente deceduto l’anno scorso) e da me per la nuova norma dell’art.125 comma 3 e 3bis delle disposizioni attuative del nuovo codice di procedura penale. Modifica legislativa che permise poi anche la creazione di nuclei speciali della Guardia di Finanza stabili presso le Procure della Corte dei Conti.

Collaborazione e processi paralleli amministrativi e penali che hanno poi trovato, ancora oggi, uno sbocco a livello europeo negli accordi di cooperazione tra OLAF (Ufficio europeo per la lotta antifrode) e Procura Generale della Corte dei Conti, che dopo molte difficoltà si è riusciti a concludere nel 2006 e rinnovare ed estendare nel 2013.

Non potevo quindi lasciar cadere l’occasione preziosissima di mettere a disposizione i documenti ormai pubblici (perché oggetto di dibattimento davanti al Tribunale di Torino a partire dal 1987) da me conservati e poco o per nulla conosciuti, ed ancor meno analizzati e studiati da un punto di vista storico e politico.

Il volume di Marion Morellato.

Marion Morellato, con grande spirito di umiltà e con enorme pazienza ed altrettanta capacità intellettuale, ha quindi, nel corso di lunghi mesi, letto e consultato documenti, li ha messi a confronto con i documenti originali di archivi da lei reperiti in Italia presso gli archivi di varie Commissioni Parlamentari d’inchiesta (in specie la Commissione d’inchiesta sulla Loggia massonica di Licie Gelli denominata P2) ed è giunta persino a completare il dossier MiFobiali con la parte iniziale che mancava dagli atti giudiziari torinesi.

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I contatti continui e minuziosi, le discussioni di persona e per via informatica, si sono moltiplicati e distesi per oltre un anno, e Marion ha voluto sempre e costantemente verificare con me ogni punto ed ogni possibile inesattezza o carenza di riscontro. Il lavoro che ne è stato il risultato, oltre a meritare il massimo riconoscimento in sede universitaria, è un vero e proprio “romanzo storico”, che tutte le persone interessate dalla storia d’ Italia ed anche europea di quegli anni, dovrebbero leggere e meditare.

Non solo per il quadro di quel passato di intrighi, corruzione e malcostume civile e politico che ne esce; ma anche perchè solo prendendo effettiva conoscenza di questi fatti storicamente e giudiziariamente provati in modo definitivo (il che e già cosa eccezionale, perchè la coincidenza tra storico e giudiziario non è sempre ovvia) si puo’ arrivare a comprendere anche la situazione attuale italiana, a mio avviso.

Conoscere e studiare gli avvenimenti e le condotte di cosi numerosi soggetti pubblici e politici che sono attori del dossier Mifobiali illumina le premesse quasi inevitabili del successivo ulteriore degrado politico e civile degli anni 1990 e l’avvento del ventennio Berlusconiano con il suo carico ulteriore di incultura e corruzione quasi “santificata” dal voto popolare.

Ma aiuta anche a discernere quei lumi di speranza e di riscatto della società civile presente in quella minoranza numerosa degli italiani di buona volontà e di grande onestà e spirito di sacrificio che si battono oggi per risollevare l’Italia repubblicana dal baratro in cui è caduta, e da cui puo’ e deve risollevarsi. Insieme alla Francia e tutta l’Europa.

Infine, da tutte queste vicende mi sembra che si debba assolutamente, pur in tempi certamente cupi, trarre un messaggio comunque di speranza ed incitamento, al fine di non rendere vano l’esempio ed il sacrificio di coloro che per questi valori hanno sacrificato spesso carriera, famiglia e talora la loro stessa incolumità personale.

La condotta ed il coraggio di tutti coloro che hanno collaborato nell’inchiesta Petroli, e prima di tutti gli ufficiali di P.G. miei diretti collaboratori (marescialli Francesco Balbi, Bruno Celotto e Vittorio Zanardi prima di tutto, ma ancora poi l’allora Cap. Raoul Angelone, e tanti altri tra cui tutti coloro che collaborarono alla cattura del Gen. Loprete e del petroliere Musselli in Spagna quali l’allora t.col. Italo Pappa, il cap. Natalino Lecca e tutti gli ufficiali e sottufficiali del nucleo polizia tributaria di Firenze, Roma, Venezia, Torino, Milano ed altrove) sono un esempio ed uno stimolo per andare avanti, nonostante tutto.

Probabilmente un giorno ci verrà chiesto che cosa ha fatto ciascuno di noi e in un momento difficile come questo: dobbiamo essere in grado di dire che tutto il possibile è stato fatto e che noi abbiamo fatto fino in fondo la nostra parte.
Il lavoro di Mario Morellato, sotto la direzione attenta ed intelligente di Alessandro Giacone, è una piccola ma non per questo meno importante pietra posata in questa direzione.

Mario Vaudano
Magistrato italiano, all’epoca Giudice Istruttore del Tribunale di Torino e successivamente membro dell’Ufficio Europeo Antifrode (OLAF).

Nella seconda foto in alto Mario Vaudano. Nell’ultima in basso, il delitto Pecorelli.

[1Si tratta dei Giudici Istruttori di Torino Mario Griffey, Piergiorgio Gosso e dello scrivente Mario Vaudano; e del Sost. procuratore della Rep.ca Domenico Labozzetta e del Giudice istruttore Felice Napolitano del Tribunale di Treviso

[2Cosi si esprime Domenico Labozzetta a pag. 28, all’epoca dei fatti sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Treviso, nel volume “Scandalo Petroli – Corruzione elevata a sistema e collusioni con poteri criminali ed occulti”; edito a cura dell’osservatorio veneto sul fenomeno mafioso e dalla Fondazione Berro -Castelfranco Veneto- 2011.

[3L’autenticità del dossier MI.FO.BIALI fu provata nel corso dell’istruttoria del G.i. di Torino, mediante la diretta testimonianza del suo autore reale, il col. Demetrio Cogliandro dell’allora SID (deposizione nel proc.349/81 rg G.i. davanti al G.i. M. Vaudano,1981)

[4Pier Giorgio Gosso, Giudice Istruttore di Torino, volume citati “Scandalo Petroli”, pag.13. Castelfranco Veneto, 2011.

[5Per chi fosse interessato, tutti gli atti inviati dai GGII di Torino (Gosso e Vaudano) di denuncia di reato contro gli on. Andreotti e Tanassi sono rinvenibili integralmente negli allegati alla relazione On. Anselmi sulla Loggia P2, sul sito del Senato e/o Camera deputati.

[6Pier Giorgio Gosso, pag.14 del volume citato su “Scandalo Petroli”, Castelfranco Veneto, 2011.

[7Si veda il rapporto, anche in italiano, del Parlamento federale svizzero nel 1989, sull’”affare Kopp” che porto’ alle dimissioni ed incriminazione della signora Kopp e di suo marito l’avv. Hans Kopp, anche se poi condannati solo ad una modesta ammenda. Tale rapporto è facilmente reperibile su internet. Per una telefonata effettuata dal suo ufficio, in cui aveva consigliato al marito di dimettersi dal consiglio di amministrazione di una ditta sospettata di riciclaggio di denaro, nell’autunno del 1988 Madame Kopp fu stata accusata di violazione del segreto d’ufficio. L’affare assunse le dimensioni di uno scandalo politico, ponendo precocemente fine alla sua carriera politica. Madame Kopp in data 12.1.1989 si dimise con effetto immediato dalla carica. Nel novembre dello stesso anno fu stato pubblicato il rapporto della commissione parlamentare svizzera di inchiesta, che definiva le dimissioni una misura inevitabile.


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