Altritaliani
Per non dimenticare di ricordare...

Nella camera oscura di Wilhelm Brasse a Auschwitz: il n° 27129.

martedì 27 gennaio 2015 di Marina Mancini

E’ stato pubblicato un libro sulle immagini di Wilhelm Brasse, il fotografo del lager di Auschwitz. Guardando le sue immagini come quelle della piccola Krystyna, viene da ricordare un celebre libro di Susan Sontag: “Davanti al dolore degli altri”. Ecco un esempio di questo rapporto, che nella società delle immagini è divenuto inquietantemente frequente. Qual è allora il nostro rapporto con il dolore degli sconfitti, quelli di ieri e quelli di oggi?

Sfogliavo un giornale. Certe immagini più di altre colpiscono l’animo e il cuore. Mi soffermo su questa foto, ci giro un po’ intorno, faccio veramente fatica ad accantonarla come tutto il resto, visto e catalogato, si passa ad altro.
Non riesco a farlo con lei, quel suo sguardo mi obbliga a non chiudere il mio. Non è l’articolo che mi interessa, le parole questa volta non c’entrano. Ma sono i suoi occhi, la sua bellezza, l’espressione del suo volto che rivela e accende l’assurda tragedia che la travolge.
Tre foto in bianco e nero, la stessa ragazza. Bambina immortalata in tre immagini, tre immagini che raccontano lo stesso sgomento, tre immagini della stessa paura.

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Krystyna Trzesniewska

Il vestito che indossa, prima ancora di leggere la storia che rappresenta, urla il disastro, la sciagura. Cerco di capire, di sapere qualcosa di più di questa bambina spaventata.
Voglio sapere qualcosa di più perché questa volta, almeno lei, non sia solo un immagine di passaggio, un lascia che sia, un piccolo tonfo al cuore in un elettrocardiogramma distratto, pretendo che quel meraviglioso volto divenga umano, che racconti una storia.

Allora provo a cercare quel numero che le compare accanto insieme al luogo dove è stata scattata questa immane violenza.
Digito su un motore di ricerca dal mio computer: 27129, Auschwitz.
E la tragedia, in tutta la sua consistenza e pesantezza, prende forma.

Quel volto ha un nome, Krystyna Trzesniewska, un’età, 13 anni. Il suo lavoro, normale, per la sua delicata età era quello della studentessa. Che pretendi da una ragazzina? Sarà stata brava a scuola? Sicuramente.
Che cosa le è accaduto?

Nacque in Polonia, l’8 dicembre del 1929 e poi, su di lei, è passata la storia, quella folle degli uomini pazzi, razionali, violenti, che l’ha travolta, deportata e tradita.
Non voglio pensare alla sua morte, con le lacrime agli occhi rifletto, invece, sulla sua vita, mi ci voglio aggrappare con tutta la mia fantasia, penso ai suoi impegni di bambina, la scuola, i compiti nel pomeriggio, gli amici, le confidenze con le amiche, i primi dolcissimi amori, le corse per non fare tardi a scuola oppure ad un appuntamento per andare a mangiare un gelato o al cinema.
Magari le prime calze di nailon messe per la festa o il primo reggiseno, il vestito carino comprato, dopo estenuanti preghiere ai suoi, che cedono per sfinimento e la fanno felice. Le chiacchiere e i pettegolezzi tra ragazzine. Bella fanciulla.
Era felice? Stabilisco, imponendo questa mia verità sul passato, che lei lo fosse.
Perché qualcosa la vita e la storia le deve risarcire e restituire.
Lei era felice.

Dovremmo essere obbligati tutti, come un dovere verso la nostra umanità, a ricordare la sua morte, partendo dalla sua vicenda umana personale, per non perdere la percezione esatta, la comprensione profonda della sua vita strappata. Di tutte le storie umane vilipese e derubate.
Per non smarrire il senso reale del peso e del significato della perdita di tutte le vite consumate tra le impressionanti tragedie passate e recenti.

Krystyna era una ragazzina bellissima, lo sappiamo, i criminali non sono riusciti a scalfire la sua bellezza, nonostante i capelli corti e il camicione troppo largo.
Krystyna era una bambina bellissima, lo sappiamo, la conosciamo ormai e abbiamo visto i suoi occhi disperati, umani, dolcissimi.
I suoi occhi che chiedono spiegazione alla stupidità e assurdità che la circonda.
Assurdo come i muri d’odio che circondano e isolano altre vite e altri uomini.

Diceva Primo Levi, e spero di ricordare bene, che quello che non erano riusciti a fare i nazisti con lui era spogliarlo della sua umanità, quello che non erano riusciti a fargli era renderlo un animale.
Non erano riusciti a farlo diventare un essere senza senso e senza dignità come erano loro.

Ma gli occhi di Krystyna, come quelli di Anna, come quelli di Mohammed Al-Dura (Palestina), come quelli dei bambini Siriani, come quelli dei bambini che attraversano l’orizzonte, aggrappati ai genitori ed ad una speranza disattesa, per poi ritrovarsi sepolti, a causa del fato e di una legge atroce, sul fondo di un mare siciliano, di tutte le bambine e i bambini spaventati e assassinati in ogni luogo e tempo, i loro occhi, condannano per sempre gli aguzzini all’immoralità e alla disumanità. Criminali per sempre, senza appello.

Ma Krystyna, questa fanciulla, la sua umanità, la sua poesia, la sua meraviglia, erano uno specchio spietato, mostrava loro, con precisione, quello che mai sarebbero stati e che avevano irrimediabilmente e crudelmente perso.
Forse era questo che non tolleravano? Che, nella loro pazzia, volevano distruggere? L’immagine di quello che lei era, un essere umano meraviglioso, come loro non sarebbero mai stati. Mai più.

Marina Mancini

Vedi anche l’articolo di Repubblica: Wilhelm Brasse, il fotografo del Lager. L’uomo che documento’ il male

(Articolo pubblicato il 23 ottobre 2013. Lo riproponiamo ai nostri lettori in questo Giorno della Memoria)


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