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Al cinema in Italia il 24 ottobre

La vita di Adele

domenica 27 ottobre 2013 di Davide Rossi

Trionfatore inaspettato all’ultimo festival di Cannes, dopo il successo in terra francese, arriva in Italia “La vita di Adele” di Abdellatif Kechiche. Un film d’amore, di raffinato realismo e poesia, dove il corpo e la carnalità femminili appaiono del tutto diverse dall’ipocrita immagine della donna a cui la televisione "spettacolo" ci ha abituati.

“La vita di Adele” di Abdellatif Kechiche non è un capolavoro, ma è un film di forte impatto comunicativo, di sincera bellezza, di grande poesia, vincitore a Cannes nel 2013, sebbene non abbia ad esempio la forza e la coralità di “La Graine et le mulet” del 2007, noto in Italia come “Cous Cous”.

Ci troviamo nel nord della Francia, sul limitare del confine con il Belgio, in un piccolo paesino in tutto e per tutto conformista, triste e freddo, come quella regione d’Europa tanti ne regala da ambo i lati del confine.

Adele si innamora con passione potente e incontenibile di Emma, vincendo i giudizi, o meglio i pregiudizi, del mondo che la circonda.

La loro storia è travolgente, totale, sincera, anche se non reggerà l’urto del tempo. Le scene di festosa carnalità sono semplici, vere, sincere, molto più brevi di quel che la stampa ha raccontato, forse troppo brevi, perché quando l’amore si esprime libero, la passione rende l’incontro tra i corpi decisamente più intenso e lungo. In ogni caso sono immagini toccanti e non urtanti, come troppi benpensanti hanno scritto e detto, assolutamente necessarie al film e ragionevoli dentro il progetto narrativo.

Alla luce di ciò la censura che lo vieta ai minori è assurda. Il film è una potete, prepotente storia d’amore. Vietarla, quando si pensa che si mettevano in fila gli scolaretti delle materne per buttarli in pasto alla violenza gratuita e falsa della passione di Gibson, non è semplicemente irragionevole, è decisamente idiota.

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Negare l’amore, quando ogni immagine che ci regala la televisione trasuda di un sesso subdolo e meno vero e profondo di quello di Adele ed Emma, è la conferma del prevalere nella nostra società di una triste ipocrisia omologante.

Léa Seydoux nella parte di Emma è bravissima, ma è chiaro che il regista si è esageratamente innamorato, certo con ragione, di Adèle Exarchopoulos, protagonista assoluta, totale, forse troppo inquadrata, sempre sullo schermo per tutte e tre le ore del film, ma di una bellezza tanto semplice e adolescenziale, quanto di debordante, trascinante euforica vitalità, sempre e comunque, sia rida, pianga, sorrida, goda,

La storia di questo film è l’indagine permanente di ogni sua emozione, scandagliata fotogramma dopo fotogramma, tuttavia non siamo noi a penetrare in lei, ma lei a penetrare nello spettatore, con il suo corpo e con la sua anima. Il regista è certamente riuscito nel suo intento: farci perdere in lei, con lei, dentro di lei, dentro i suoi sogni e i suoi desideri.

Davide Rossi

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