Altritaliani

Perché Boccaccio 700 ? L’editoriale del mensile Altritaliani con sommario

lunedì 14 ottobre 2013 di Floriana Calitti, Giovanni Capecchi

Il racconto si aggira per l’Europa. A questa immagine potremmo legare il nostro contributo a Boccaccio 2013, alle celebrazioni della nascita, sette secoli fa, di Giovanni, figlio naturale del mercante Boccaccio di Chellino, detto Boccaccino, e di una donna di cui non abbiamo nessun dato biografico.

Nessuna certezza neppure del luogo di nascita se non che è sicuramente toscano, forse Firenze o più probabilmente Certaldo, se prestiamo fede alla sua firma che oscilla tra l’indicazione del luogo di origine della famiglia «Giovanni di Boccaccio da Certaldo» e quella propria, diretta «Iohannes de Certaldo». Solo gli anni dell’infanzia e i primi dell’adolescenza li vive nella casa del padre, nel quartiere di San Felice, perché poi arriva la decisione di Boccaccino di trasferirsi, nel 1327, a Napoli, la straordinaria Napoli angioina, e di portare con sé Giovanni che, solo nell’inverno 1340-1341, rientra a Firenze dove è sicuramente nel 1348, anno della peste.

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Il mensile Boccaccio a settecento anni dalla nascita 1313-2013

Boccaccio, per vocazione “narratore”, trova nella città partenopea terreno fertile, popolato di “storie” – anche il racconto autobiografico, infatti, tende a risolversi nella narrazione, non solo in prosa (con la maestosa operazione del Decameron e del romanzo in prosa il Filocolo, dal Conte di Floire et Blancheflor) ma anche in versi (Filostrato, Teseida e le rime di cui ci parla qui Roberto Fedi) – e diventa il maestro e il modello della nuova forma del raccontare “breve”. Il Cento novelle antiche come recita il titolo di alcune edizioni a stampa, segna una svolta, un punto di non ritorno, una codificazione del genere che si diffonde in tutta Europa perché in grado di accogliere fonti letterarie e culturali lontane nel tempo (miti, romanzo greco, i lais di Maria di Francia, le leggende popolari, i fabliaux, l’antecedente italiano il Novellino, Apuleio, i romanzi del ciclo arturiano, i romanzi di Tristano) e nello spazio (la ricchezza della tradizione sia orale sia scritta orientale che intreccia con la tradizione medievale europea uno scambio ricchissimo e continuo: le Mille e una notte, il Libro di Sindbad o dei sette savi, il Liber Kalilae et Dimnae nella sua versione mediolatina e così via).

Un mare di storie lontane ma vicine, facilmente accessibili e riproducibili e manipolabili e raccontabili di nuovo, complice la forza dell’oralità, all’infinito. Uno straordinario contenitore, dunque, il Decameron, e per la prima volta un tutt’uno, un manufatto unitario, un “libro” vero e proprio che, a sua volta, diviene motore e propulsore ricchissimo per tutta la narrazione in Europa, dal Trecento in poi. È il modello di temi (come il topos del cuore mangiato), di stile, di lingua e di lessico ( vedi il contributo di Anna Mori che insegna Storia della lingua italiana) quello che vogliamo mostrare, in questo scorcio di celebrazioni (in realtà il momento più ricco e denso, come spesso accade per le ricorrenze in Italia) fino alla fine di dicembre 2013.

Perché Boccaccio è ancora, come allora, grande catalizzatore di polemiche, tutte molto italiane, sui nostri classici della letteratura e sulla loro valorizzazione: da una nuova e recente edizione del Decameron a cura di Amedeo Quondam, Maurizio Fiorilla e Giancarlo Alfano (su cui torneremo in questo mensile), allo scandalo provocato dai manifesti promozionali toscani di Boccaccio 2013 che ritraggono ragazze seminude, anche se per gli ideatori si tratta, al contrario, di performance artistiche, fino all’opera di attualizzazione, “riscrittura” nell’italiano contemporaneo, intrapresa dalla collana dei tascabili Rizzoli (oltre il Decameron, il Principe di Machiavelli, le Ultime lettere di Jacopo Ortis, la Gerusalemme liberata di Tasso), inaugurata, appunto, dalla versione in italiano corrente dell’opera di Boccaccio dello scrittore Aldo Busi, un italiano contemporaneo ma “d’autore” che traduce quel fiorentino trecentesco e letterario (forse è bene ricordarlo), alla base della nostra lingua moderna. In questi giorni la polemica è rovente: studiosi divisi tra possibilisti che aprono varchi a un esperimento che dia una maggiore leggibilità, o addirittura una leggibilità tout court di uno dei nostri più importanti classici (secondo quella triade, Dante, Petrarca, Boccaccio, forse stereotipata ma che rende bene l’idea della grandezza delle glorie con le quali convivere), e chi, invece, grida al sacrilegio perché il rischio del tradimento dell’originale (già implicito in qualsiasi operazione di traduzione) è troppo alto da correre.

Noi confidiamo ancora che possano essere messe in campo tutte le strategie e i mezzi persuasori (crediamo nelle capacità della parola come ci credeva Boccaccio) per poter trovare nella lettura la soluzione. Quella lettura (e quell’ascolto), quel piacere che ne deriva, una vera e propria teoria e pratica del piacere del testo che, ad esempio, l’autore del Decameron metteva in bocca a madonna Oretta, protagonista di quella breve, quanto straordinaria, novella, la cinquantunesima, posta al centro esatto dell’opera (VI, 1), nella quale il saper raccontare storie è il motivo centrale, il cuore vero di tutta l’opera. D’altra parte su quanta importanza rivesta la scrittura di narrazione, soprattutto se ha la capacità di riportare, riprodurre, il racconto, è chiaro fin dal Proemio (e fino alle Conclusioni su cui avremo in uno dei prossimi appuntamenti le pagine di Luigi Surdich) perché lo statuto del “ben raccontare” è condizione essenziale del genere: un manifesto, un intento programmatico che si lega al privilegio accordato da Boccaccio al saper raccontare, come se, nella finzione e nel gioco retorico, “metanarrativo” della novella di madonna Oretta, fosse quasi più importante del saper scrivere.

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Dipinto olio su tela dal titolo "Decameron" di Salvatore Postiglione (Napoli 1861-1906)

È la consapevolezza unica che caratterizza il nuovo narratore Boccaccio, la sua capacità di scrittura e riflessione sulle modalità del linguaggio narrativo con le proprie caratteristiche e regole:

Intendo di raccontare cento novelle, o favole o parabole o istorie che dire le vogliamo, raccontate in diece giorni da una onesta brigata di sette donne e di tre giovani nel pistelenzioso tempo della passata mortalità fatta, e alcune canzonette dalle predette donne cantate al loro diletto. (Proemio 13)

Se, dunque, sin dal suo inizio, quello che intende fare l’autore del Decameron è raccontare (e questa è una certezza esibita con sicurezza; meno, e volutamente, l’oggetto che è più eterogeneo e onnicomprensivo, ancora indistinto o alternativo tra novelle, favole, parabole, istorie) è comprensibilmente inammissibile che il cavaliere della novella VI, 1 si offra di accompagnare a cavallo madonna Oretta, assicurandole di farle pesare meno la fatica del tragitto raccontandole una storia ma dimostrandosi poi talmente incapace di compiere quel compito, da provocare nella donna «un sudore e uno sfinimento di cuore», come se fosse in punto di morte, «come se inferma fosse stata per terminare», tale è il dolore provocato da quello storpiato e straziante novellare.

Floriana Calitti e Giovanni Capecchi
Università per Stranieri di Perugia

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SOMMARIO

LINK A TUTTI I CONTRIBUTI DEL MENSILE BOCCACCIO 700

- Né come Dante né come Petrarca: su Boccaccio rimatore, di Roberto Fedi

- Boccaccio, il Decameron e la questione della lingua italiana, di Anna Mori

- La voce a Boccaccio: Madonna Oretta, Giornata VI, Novella 1, di Floriana Calitti

- Intervista a Giancarlo Alfano. L’intrigante Decameron, tra passato, presente e futuro, di Giovanni Capecchi

- Il Decameron al cinema. Un’opera all’origine di tanti film, di Gianfranco Bogliari

- Boccaccio in Europa. Non solo il Decameron, di Ilaria Rossini

- L’affascinante storia editoriale del nuovo testo del “Decameron”. Intervista a Maurizio Fiorilla. Di Stefania Modano

- Boccaccio e lo straordinario successo del tema del “cuore mangiato”, di Floriana Calitti.

- Intervista di Floriana Calitti ad Amedeo Quondam. Le cose e le parole del mondo nel “Decameron” di Boccaccio.

- Nastagio degli Onesti e l’exemplum della caccia infernale, di Floriana Calitti

- Il dono della sposa. Boccaccio, Botticelli e la pittura del Quattrocento di Anna Maria Panzera

- Boccaccio narratore in versi: Il “Ninfale fiesolano” di Daniele Piccini

- Boccaccio e le “conclusioni del Decameron” di Luigi Surdich

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Brevi indicazioni bibliografiche di riferimento:

-  Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Amedeo Quondam, Maurizio Fiorilla, Giancarlo Alfano, Milano, Rizzoli (in collaborazione con ADI, Associazione degli Italianisti), 2013;
-  Vittore Branca, Boccaccio medievale, Firenze, Sansoni, 1970;
-  Francesco Bruni, L’invenzione della letteratura mezzana, Bologna, il Mulino, 1990;
-  Lessico critico decameroniano, a cura di R. Bragantini e Pier Massimo Forni, Torino, Bollati Boringhieri, 1995;
-  Giancarlo Mazzacurati, All’ombra di Dioneo. Tipologie e percorsi della novella da Boccaccio a Bandello, Firenze, La Nuova Italia, 1996;
-  Lucia Battaglia Ricci, Boccaccio, Roma, Salerno editrice, 2000;
-  Autori e lettori di Boccaccio, a cura di M. Picone, Firenze, Franco Cesati, 2002;
-  Luigi Surdich, Boccaccio, Bologna, il Mulino, 2008;
-  Alessandro Benvenuti legge "Le più belle novelle del Decameron" di Giovanni Boccaccio, in un nuovo audio libro, Emons Audiolibri, 2013.
- Traduction française : Boccace, Le Décaméron, préface de Pierre Laurens, traduction de Giovanni Clerico, Paris, Gallimard, 2006.

Floriana Calitti e Giovanni Capecchi
(Università per Stranieri di Perugia)


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