Altritaliani

Dibattito sulla Costituzione: Diamo fiducia al semi-presidenzialismo

lunedì 7 ottobre 2013 di Enrico Sama

Continuiamo il dibattito sulla Costituzione, un tema reso ancora più caldo dall’attualità politica. Mentre sembra più prossima la fine della seconda repubblica, la politica si domanda come riconquistare la fiducia e la partecipazione dei cittadini. Il semi-presidenzialismo offre delle garanzie di stabilità e potrebbe rispondere meglio alle moderne esigenze italiane.
Il 12 ottobre è prevista una grande manifestazione a Roma in difesa della Costituzione, un’iniziativa, ha detto Stefano Rodotà, che non deve essere percepita “come una zattera per naufraghi ma come l’inizio di un lavoro”.

Il quadro politico uscito dalle urne il febbraio scorso ha evidenziato il malcontento degli italiani nei confronti della classe politica. Per risolvere una tale crisi di legittimità e favorire la stabilità governativa, limitarsi ad una riforma elettorale non è sufficiente. A questa, va affiancata una revisione costituzionale, il cui compito non è quello di mettere in discussione principi e valori, ma di mettere mano alla Seconda parte della Costituzione per risolvere alcune disfunzionalità. La più rilevante di queste è il bicameralismo paritario, vera anomalia italiana. Non esiste in nessuna democrazia occidentale un governo legato fiduciariamente a entrambi i rami del Parlamento.

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Come evidenziato nella Relazione finale redatta dalla Commissione dei Saggi, voluta dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, vi sono tre modi per uscire dall’impasse. Il primo è il modello della Quinta Repubblica francese post-2000 per intero, con doppia elezione maggioritaria a corta distanza. Il secondo è una forma di parlamentarismo razionalizzato. Il terzo è un mix tra i due precedenti, sintetizzabile con la formula di Governo del Primo ministro, caratterizzato da un possibile ballottaggio nazionale tra le prime due forze (o coalizioni) e i relativi candidati premier.

Personalmente, ritengo che l’adozione del modello francese rappresenti la migliore soluzione per il caso italiano, attualmente caratterizzato da un sistema dei partiti molto indebolito, una situazione simile a quella della Quarta Repubblica francese. Un cambio di forma di governo, con l’introduzione dell’elezione diretta del vertice dell’esecutivo, rappresenterebbe un forte segnale nei confronti di un’opinione pubblica disincantata dai fallimenti della Seconda Repubblica e da decenni di riforme mancate.

Per questo motivo ho apprezzato molto le recenti aperture di alcuni esponenti del centrosinistra (Prodi, Veltroni, Letta) a questo modello. Ma non si tratta di una repentina conversione. Non va dimenticato che la tesi numero uno dell’Ulivo del 1996 prevedeva, oltre a un rafforzamento del Primo ministro, un’apertura all’elezione diretta del Capo dello Stato. E qualche giorno dopo la vittoria dell’Ulivo, l’ex-Presidente della Commissione europea, il francese Jacques Delors, in un articolo su “Repubblica” intitolato “Ora vi serve un Presidente”, invitava il centrosinistra a stabilizzare le istituzioni in senso semi-presidenziale, avvisando che le tradizionali istituzioni deboli non avrebbero consentito un riformismo efficace.

Delors aveva ragione, ma dal 1996 non è stato dato atto ai suoi consigli. La debolezza delle nostre istituzioni, frutto del compromesso del ’48, è stata volutamente trascurata e difesa, anche in questo frangente, da un fronte conservatore.

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Tra i pregi della forma di governo della Quinta Repubblica vi sono la garanzia dell’alternanza e la stabilità anche in caso di coabitazione, anche se dopo la riforma del 2000 è più difficile che si verifichi. Inoltre, il sistema elettorale maggioritario uninominale a doppio turno presenta il vantaggio di dare il massimo potere all’elettore nella scelta del proprio rappresentante, risolvendo il problema delle liste bloccate tipico del Porcellum ed evitando il poco trasparente sistema delle preferenze.

Enrico Sama

Nelle foto: Romano Prodi e Jacques Delors.


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