Altritaliani

Il paradosso dannunziano. La ricerca linguistica del Vate.

mercoledì 2 ottobre 2013 di Carmelina Sicari

C’è un paradosso nel bilancio delle manifestazioni per il centocinquantesimo anniversario della nascita del Vate, D’annunzio.

Ci sarà vicino a Pescara, una mostra nella sala del silenzio. E’ un paradosso; il silenzio per il poeta che ha fatto della parola la sua missione fondamentale

poeta,divina è la parola e il verso è tutto.

In effetti, alla parola specie in alcune raccolte ultime per cosi’ dire del Vate, si è appuntata l’attenzione dei piu’ recenti lettori.

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Le Faville vengono indicate come il filone di una ricerca linguistica,di innovazione stilistica e tipicamente novecentesca, del poeta di Pescara. Ezio Raimondi è su questa linea, ma a parte il bilancio occorre fare una considerazione che mi sembra sufficientemente interessante. Si è tentato da sempre un parallelo con la poesia francese fin dall’epoca delle Cronache bizantine ma senza riuscire davvero a collocarne il nesso storicamente e poeticamente.

Il problema che si pone D’Annunzio, fin dai tempi del bizantinismo romano, è quello di uno sperimentalismo linguistico, di un’internalizzazione della sua fisionomia di poeta.
Da una parte egli guarda alle avanguardie dall’altra ad un pastiche di elementi che lo proponga a livello europeo.

Quello che Croce definiva come dilettantismo delle sensazioni era la ricerca di innovazione e l’altro aspetto del furto di elementi testuali come Praz descrive i prestiti dannunziani era la ricerca di motivi internazionali da inserire nella poesia. _ Come si spiega l’odio-amore che generazioni di poeti ermetici gli tributarono,davvero con la congiura del silenzio o con condanne esplicite?

Si spiega freudianamente con l’idea che bisogna uccidere il padre, il padre della poesia novecentesca. Perche’ D’Annunzio al di là della commistione vita-arte che lo spingeva al ruolo di poeta-soldato,al di là della furibonda attività di amatore e di principe dei salotti, ed insieme di sperimentatore, fu davvero interessato alla ricerca linguistica.

Se ne sono accorti tra i suoi primi critici, Borgese e Serra che Rastignac, pseudonimo di Morello, il critico amico di origine calabrese, ricorda in un suo breve saggio. Anche Benedetti nel suo straordinario saggio sul Novecento ne parla. D’Annunzio nelle Faville del maglio che andava pubblicando dal 1893 al 1936 su il Corriere della Sera, faceva davvero l’esperienza di una prosa felice, multipla, plurale in cui si accumula la musica, elementi mistici , echi di altri autori, memoria.
Il poeta allora abbandona il suo narcisismo per una parola in cui il suo vitalismo,la sua originalità si esprimono con rara potenza.

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Il mio stile è unico - diceva il poeta - mi appartiene” e la compositio di elementi che i suoi detrattori indicavano ricavati da Flaubert a Huysmans a Verlaine, diveniva ricchezza di compositio, inauguravano davvero una nuova retorica cosi’ come ne Il trionfo della morte, il terzo ed ultimo romanzo della rosa, Giorgio Aurispa non è solo il doppio del poeta, né il sacerdote di un nuovo vampirismo sadico e oltraggioso, giacche’ vede la donna amata raggiungere la piena bellezza nella morte.

E’ anche l’artefice senza artificio di una nuova struttura di romanzo, il romanzo- saggio. Ne Il trionfo della morte ci sono inserite pagine di Cosi’ parlo’ Zaratustra di Nietzsche.
La parola allora diviene l’universo nella sua totalità, intende inglobare tutti gli aspetti del reale, non solo indagare stavolta junghianamente l’ombra che esiste nella psiche, in ogni psiche, ma rivelare, penetrare la realtà cosi’ come accadrà nella prosa di Gadda o di Manganelli.

Cio’ che puo’ la lingua nostra, per esprimerci con un’eco dantesca.

E questo aspetto tutt’altro che silenzioso è ancora del tutto inesplorato. Il poeta felice è senz’altro quello notturno, quello del periodo intenso emotivamente della sua cecità ma è anche questo della parola che intende sfidare la grammatica e la retorica tradizionale per cogliere come un frutto tutta la realtà.
Ardita vocazione ed eredità di un grande poeta.

Carmelina Sicari


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