Altritaliani
L’eredità di Dante

La lettura afro-americana della Divina Commedia.

mercoledì 12 ottobre 2016 di Valerio Cappozzo

Anche nel “Nuovo Mondo”, dagli inizi dell’Ottocento, la Divina Commedia fu appassionante strumento per riflessioni culturali e finanche politiche da parte degli autori afro-americani che cominciarono a trovare una relazione tra la loro propria storia e il percorso politico e morale di Dante.

Chiunque citi Dante per denunciare la disuguaglianza sociale non fa altro che potenziarne il messaggio. Non c’è niente di più dantesco che cantare la libertà dall’oppressione, dalla corruzione, dall’ingiustizia.

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Dante e Virgilio nell’Inferno, di William Adolph Bouguereau - 1850

Gli schiavi deportati dall’Africa nei campi di cotone sudisti e convertiti al cattolicesimo già dalla prima metà del 1600, si avvicinarono alla letteratura cristiana cantando versetti della Bibbia negli Spirituals, in particolare quelli dell’Esodo, metafora della liberazione dalla schiavitù.

Ma è nel 1828 che gli afro-americani cominciano a leggere la Divina Commedia grazie al museo delle cere di Cincinnati che quell’anno inaugurò un’esposizione permanente dei tre regni ultraterreni dove compariva, tra i dannati imprigionati nel ghiaccio del lago di Cocito, la figura di un «poor old negro».

Per Dante le «anime più nere» sono quelle che occupano i cerchi inferiori dell’Inferno e così questa citazione assume un significato più sociale che filologico visto che Cincinnati rappresentava a quell’epoca il passaggio verso l’emancipazione del nord-est. Le tensioni razziali che andavano crescendo in Ohio diedero all’istallazione del museo delle cere ancora più risonanza. Nella Divina Commedia gli autori afro-americani cominciarono a trovare una relazione tra la loro storia e il percorso politico e morale di Dante.

Avvicinandosi alla data storica del 1865, anno in cui la schiavitù fu definitivamente abolita, il movimento protestante, per la maggior parte composto di fedeli afro-americani, cominciò a crescere esponenzialmente. Trattandosi di un movimento in cui la spiritualità religiosa si unisce alla politica e al sociale in difesa dei diritti umani i protestanti, leggendo Dante, ne assimilarono la lezione prendendone la struttura narrativa al fine di esprimere la condizione disperata e infernale dell’uomo di colore nella società dominata dai bianchi e dall’ingiustizia razziale.

Nel 2011 è stato pubblicato l’interessante libro del professor Dennis Looney grazie al quale ci rendiamo conto di poter aggiungere alla lista degli estimatori del sommo poeta anche gli afro-americani. In Freedom Readers: the African American Reception of Dante Alighieri and the Divine Comedy (University of Notre Dame Press, Notre Dame 2011), si passano in rassegna i vari scrittori che hanno usato l’opera dantesca come ispirazione strutturale, metrica e morale delle loro opere.

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William Wells Brown

William Wells Brown è considerato il primo romanziere afro-americano e nel suo romanzo Clotelle, del 1864, Dante viene citato sia come poeta d’amore che per la sua sfortunata vicenda politica, diventando così esempio per il protagonista Jerome che sente di condividere con il poeta italiano la condizione di esule e peregrino. Brown pubblicò il romanzo a Londra perché era uno schiavo fuggitivo, e come tale si era auto-esiliato in Inghilterra. Questa condizione personale gli permetteva di capire sino in fondo la requisitoria politica che è parte integrante dell’opera dell’esule fiorentino.

Henrietta Cordelia Ray, un’insegnante di New York, nel 1885 scrisse una poesia proprio dal titolo Dante dove raffigura il poeta come un abolizionista che combatte per l’uguaglianza dei cittadini fiorentini, come un intellettuale pubblico e un paladino che lotta contro le ingiustizie sociali. Grazie alla Ray, Dante autore e personaggio diventa adattabile anche alle problematiche razziali che il nuovo mondo stava vivendo ormai da tempo.

Verso la metà del Novecento alla letteratura si affianca la nuova arte cinematografica. Il regista indipendente Spencer Williams gira nel 1944 un film dal titolo Go Down, Death!, riduzione cinematografica dell’italiano Inferno di Padoan e Bertolini del 1911. Williams è uno dei primi afro-americani ad aver debuttato sul grande schermo da regista e attore. Nel suo film usa l’opera di Dante in un modo nuovo nella cultura afro-americana, infatti il personaggio principale Jim Bottoms vive la sua personale esperienza nell’infernale segregazione sociale raccontata secondo la logica che coordina la cosmologia morale dantesca.

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La ricerca della propria identità e di un posto nella società, che è anche la tematica del romanzo Invisible Man, di Ralph Waldo Ellison pubblicato nel 1952, e ancora di The System of Dante’s Hell, scritto da Amiri Baraka nel 1965. In questo ultimo romanzo la struttura infernale dantesca è presa in prestito per mostrare l’inferno vissuto in terra, in quell’America definita «a hell run by devils», diavoli bianchi fautori della segregazione degli anni Trenta e Quaranta e del sistema razziale dagli anni Cinquanta ai Settanta, durante il periodo che attraversa la Black Revolution. Per Ellison come per Baraka l’Inferno dantesco altro non è che uno stato mentale dei neri che con tutti gli sforzi sono destinati a essere invisibili in un mondo di bianchi, sentendosi esuli in quella che loro malgrado è diventata la propria terra.

In Linden Hills di Gloria Naylor, del 1985, oltre alla modulazione narrativa del tono dantesco, c’è l’utilizzo della metrica del poema sacro, la terza rima. Protagonisti sono due artisti ventenni che vengono dal ghetto dietro alla collina, che allude ai vari gironi infernali, e richiamano il viaggio di Dante parlando dei loro desideri legati all’emancipazione sociale e culturale. Sulla loro scuola, molto mal frequentata, c’è scritto: «Abandon ignorance, ye who enter here», dove il celebre «abbandonate ogne speranza» si trasforma in un inno all’emancipazione perché solo attraverso l’educazione scolastica si può uscire dalla disperata vita del ghetto.

Grazie alla lettura afro-americana della Divina Commedia vediamo come l’ascendenza dantesca da scenografica diventi nel corso del Novecento strutturale e metrica, mantenendo un’unica costante, quella che ha portato gli stessi autori afro-americani ad adottarlo come scrittore politico in nome della sua lotta per la verità e l’uguaglianza tra gli uomini.

Alighieri si mostra perfettamente integrabile anche nel Nuovo Mondo, offrendo ai suoi lettori uno strumento in più verso la libertà, facoltà di cui «le creature intelligenti, /e tutte e sole, fuoro e son dotate», o almeno così dovrebbe essere.

Valerio Cappozzo
Assistant Professor of Italian
University of Mississippi


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