Altritaliani
Italy. L’editoriale di Emidio Diodato.

Anatomia di un discorso. Letta alle Nazioni Unite

giovedì 26 settembre 2013 di Emidio Diodato

Il 25 settembre 2013, il Presidente del Consiglio italiano Enrico Letta ha tenuto un discorso all’assemblea annuale delle Nazioni Unite. Dopo un brillante intervento del Presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy e uno sbiadito discorso del Primo ministro del Kuwait - durante il quale si sono visti i morsi della fame negli occhi dei pochi delegati presenti -, Letta si è presentato con una cravatta cangiante e impeccabile per pronunciare un discorso nuovo e importante. Nei giorni precedenti era intervenuto a Wall Streat e al Council on Foreign Relations, aveva inoltre rilasciato interviste sul nuovo “mantra” che accompagna l’Italia nel mondo, che non è più credibilità bensì instabilità. Forse per questo il suo discorso all’ONU è passato quasi inosservato. Del resto la lingua della diplomazia, per tipologia poco o punto esortativa, né drammatizzante o emotiva, poco attrae i media, soprattutto se a Roma c’è un Berlusconi insonne ed eversivo che attende il ritorno del Primo ministro.

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Il discorso di Letta può essere suddiviso in quattro parti, che possiamo considerare, e da ciò deriva la sua importanza, come singoli capitoli della politica estera italiana, ovviamente secondo la dottrina-Letta: 1) sviluppo sostenibile; 2) sicurezza regionale; 3) internazionalismo; 4) politica europea.

Sul punto 1) Letta ha ricordato i Millennium Development Goals, come imponeva la sede; quindi ha evocato la Fao, che ha sede a Roma; per poi mettere al centro del problema dello sviluppo sostenibile la questione del cibo, intorno a cui ruoterà l’Expo 2015 di Milano. Fin qui è stato molto diplomatico. Ma poi ha legato lo sviluppo sostenibile alla fine della crisi economica internazionale, ormai “a portata di mano”, quindi a una priorità del suo governo, vale a dire la lotta alla disoccupazione giovanile, nonché al più ampio argomento delle migrazioni internazionali. Il tema è radicalmente politico, ma Letta ha declinato lo sviluppo sostenibile non in termini di politiche economiche e migratorie, bensì in termini morali, citando non casualmente Papa Francesco e la globalizzazione dell’indifferenza.

Sul punto 2) il Primo ministro è stato più concreto e realista, elencando alcuni paesi che disegnano il perimetro geopolitico entro cui l’Italia ha interesse ad intervenire: la Siria, con l’impegno economico per l’assistenza umanitaria, un dato che rappresenta un segno della scelta di campo dell’Italia; la Somalia, con il sostegno al governo centrale per “gettare le basi” per un Stato federale; la Libia, per favorire la transizione democratica; il Mali, per sostenere le iniziative dello Special Envoy of the Secretary General for the Sahel, Romano Prodi.

Sul punto 3) Letta ha ricordato la partecipazione italiana a 10 missioni internazionali di peace-keeping e il generoso contributo economico del paese alle Nazioni Unite, tornando su due tasti tradizionali dell’azione internazionalistica dell’Italia, la riforma del Consiglio di sicurezza e l’abolizione della pena di morte, quindi aggiungendo il tema della persecuzione dei cristiani.

Sul punto 4), trattato alla luce del semestre di presidenza italiana nella seconda metà del 2014, Letta ha ribadito la convinzione italiana di governare il semestre sovrapponendo le agende politiche nazionale ed europea, quindi si è pronunciato a favore di una maggiore apertura dell’Europa al mercato globale.

È una bella immagine quella di un Primo ministro italiano dall’aspetto piuttosto giovane, capace di esprimersi con alta competenza e senza incertezze in inglese. Non si può rimproverare a Letta di non essere stato più coraggioso, vista la debolezza del suo governo. Ma la nuova immagine dell’Italia, che è emersa pur se solo per accenni, ossia quella di un paese ispirato dalla Chiesa, dovrebbe far riflettere. Credo nessuno rimpianga le barzellette di Berlusconi, e quanto alla serietà di Monti occorre ammettere che si trattò di un reagente chimico. Ma a cosa vogliamo approdare? Alla politica estera della pietà e della devozione?

Emidio Diodato
- Professore associato di scienze politiche
- Università per stranieri di Perugia


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