Altritaliani
Dibattito sulla riforma costituzional: E’ il turno di Gian Carlo Zanon

La Costituzione in pericolo? Se lo è dobbiamo difenderla!

sabato 21 settembre 2013 di Gian Carlo Zanon

Continua sul nostro sito il dibattito sulle riforme della Costituzione, dopo che i 35 saggi hanno depositato le loro conclusioni. In particolare il dibattito si concentra sull’art.138 e sul tema della laicità dello Stato. Il 12 ottobre è prevista una grande manifestazione a Roma in difesa della Costituzione, un’iniziativa, ha detto Stefano Rodotà, che non deve essere percepita “come una zattera per naufraghi ma come l’inizio di un lavoro”.

Il dibattito sulla riforma dell’art. 138, che regola le leggi di revisione della Costituzione italiana prosegue intenso anche sulle pagine di Altritaliani. Alcuni famosi Costituzionalisti si oppongono adducendo moventi che alcuni definiscono conservatori, altri, come è stato scritto anche da queste pagine, rivendicano un non ben specificato “diritto di inventario”. In tutto questo le parole della politica e il loro significato, nel bene e nel male, giocano un ruolo fondamentale.

«Dovrei credere che sia possibile esprimere una verità totale, che la si possa individuare e che sia statica. E io penso che mio padre non aveva un tale idea di verità, ma che ritenesse la verità cangiante, in movimento» Catherine Camus, Conversazione con Andrea Bianchi e Anna Sansa. Micromega n.6 – 2013. Pag. 140.

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La citazione della figlia di Albert Camus apre una ricerca sulla verità e sulla sua staticità. Verità che come dice C. Camus, non può essere cristallizzata in ideologie o in legge eterne. Allo stesso tempo non può diventare schiava della ragion di stato o delle leggi della “necessità”.

Il dibattito su ciò che viene definito con espressioni verbali molto diverse tra loro, - “procedura in deroga all’art. 138” “manomissione della Costituzione” “Riforma Costituzionale”, “diritto di inventario della Carta” ecc. – verte proprio sul problema del divenire o meno della verità costituzionale.

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Generalizzando, la domanda a cui ognuno da una risposta difforme dall’altro, è: “Si può e si deve modificare celermente l’art. 138 della Costituzione Italiana perché ciò permetterebbe un miglior funzionamento della stessa, oppure non lo si può toccare perché questo darebbe la possibilità di una revisione/ sconvolgimento dalla Carta” Molti intellettuali, anche di sinistra, pensano che la Costituzione abbia perduto, dopo decenni di vita politica, buona parte della sua verità, perché essa è legata alla storia e alle esigenze sociali che mutano nel tempo. Molte di queste persone, dicevo, pensano anche che una volta tolti quelli che essi pensano siano vincoli astorici, il funzionamento della macchina politica riprenderebbe velocità e che questo andrebbe tutto a beneficio dei cittadini. Pensano che tutto sommato la Costituzione così com’è non funzioni più o addirittura che non abbia mai funzionato.

Altri invece insistono sulla quasi sacralità della Carta, sulla sua intangibilità. Ne fanno, ideologicamente, a torto o a ragione, una sancta sanctorum inviolabile, cristallizzando le verità in essa contenute e impedendone il divenire che dovrebbe seguire l’evolversi della società.

Difficile non schierarsi da una parte o dall’altra di queste trincee che si osservano minacciose. La risposta che ci deve dare non può essere né superficiale né astratta ma deve affondare le mani nella realtà e cercare di dedurre da fatti concreti cosa comporrebbe l’attuazione di ciò che viene chiamata la “procedura in deroga all’art. 138”. E visto che vengono usate queste parola si dovrebbe andare a vedere subito il loro significato: Derogàre , latino, composto dalla particella de,indicante rimozione , cessazione e rogàre, proporre, decretare una legge.

Se le parole, non essendo gusci vuoti, hanno un senso , questo significa che se si attuasse la “procedura in deroga all’art. 138” avverrebbe un vero e proprio, parziale o totale, palinsesto dell’articolo che regola le leggi di revisione della Costituzione. Il che vuol dire aprire le porte e i portoni a tutti coloro che avendone la possibilità e la volontà volessero frantumare pezzo dopo pezzo questo bastione della democrazia. L’art. 138 della Carta Costituzionale è il mezzo per assicurare la sua difesa, la fortezza Bastiani (del Deserto dei Tartari, per dirla con Buzzati), della democrazia, ultimo baluardo contro i tartari invasori. Questo naturalmente è un punto di vista partigiano che potrebbe essere, da un esperto della retorica politica, abbastanza facilmente ridimensionato, se non addirittura tacciato di scarsa aderenza alla realtà “vera”.

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Allora si potrebbe provare a guardare la question da un altro punto di vista, spostando l’attenzione sul “chi” e sui perché”: chi furono coloro che vengono chiamati “padri costituenti” e chi sono i loro “figli riformatori”? Che intenzioni avevano i primi? Che intenzioni hanno i secondi? Seguendo quali idee e intenzioni i primi scrissero la costituzione? Quali idee, e quali intenzioni perseguono coloro che stanno tentando di forzare le cotte d’acciaio della costituzione?

In questo modo non si corre il rischio di fare discorsi astratti o troppo tecnici o dogmatici. La Costituzione non è una legge divina è stata scritta da essere umani e solo altri esseri umani possono cancellarla e/o riscriverla. E quindi il problema sta certamente nell’intenzionalità di questi esseri umani che stanno togliendo un baluardo della Costituzione per potersi muovere meglio, per farla funzionare meglio, dicono loro. Quando si dice “intenzionalità” non si pretende certo di riuscire ad individuare l’intenzionalità inconscia dei “derogatori”. Sarebbe paranoia. Però il contenuto delle loro intenzioni si possono dedurre dal loro curriculum vitae e dai loro atti ben visibili. E allora con un pizzico di onestà intellettuale ci si deve chiedere chi sono; ci si deve chiedere se è possibile, per chi nel “decreto del fare” ha deciso, di fatto, di escludere dal mondo del lavoro i diplomati, modificare positivamente la costituzione?

Se, quando ci fu il caso Englaro, uno dei derogatori ha gridato in aula “Eluana era viva”, o varato una legge per la sovvenzione della scuola privata, non si vede come potrebbe ora, come è stato scritto, voler derogare l’art. 138 per poter mettere in discussione il Concordato con la Chiesa cattolica, o creare uno Stato più laico. La stessa cosa vale se tra i “saggi revisori” ci fosse qualcuno che varò la legge per la sovvenzione pubblica della scuola privata. Se tra i saggi addetti a inventariare la Carta c’è qualcuno che votò “Berlusconi credeva che Ruby fosse la nipote di Mubarak” non vedo quali valori etici possa far confluire nella Costituzione. Sarebbe come se i costituenti avessero chiamato a redigere la Carta un gerarca fascista.

Non si può pensare che un politico non sia altro che un zelante esecutore di ordini che giungono dal gotha della finanza, sempre più insaziabile, e poi pensare che lo stesso politico possa modificare in meglio la costituzione. Non si può perché altrimenti si rischia la dissociazione. Di conseguenza si dovrebbe pensare, per esempio, se la modificazione alla Carta che quel politico vuole attuare non sia altro che un modo per favorire gli uomini grigi che vivono nei grattacieli a specchio di Wall Street.

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Detto questo ci si deve chiedere anche cosa fecero prima di redigere la Carta i “padri costituenti” e cosa invece stanno facendo i revisionisti. Molti dei primi la fecero la Resistenza contro il nazifascismo, molti dei secondi …

Coloro che hanno redatto la Costituzione Italiana non ne hanno certamente contemporaneamente decretato la sua cristallizzazione; essi non hanno edificato una Costituzione irrealizzabile, essi hanno indicato un strada da percorrere che non è ancora stata percorsa.

Non possiamo credere che i “padri costituenti” quando scrissero l’articolo 3 : «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» pensavano che bastasse evocare la dignità e l’eguaglianza perché queste si incarnassero nel corpo sociale; ne tantomeno che potessero pensare che : «gli ostacoli di ordine economico e sociale» sparissero come neve al sole per il solo fatto che nella Carta fosse decretata la loro rimozione. Essi parlavano di una “utopia reale” da raggiungere, e quindi in divenire. Nulla di dogmatico né di cristallizzato quindi.

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La fretta di modificare l’art. 138 della Costituzione non si capirebbe se non si osservassero attentamente i movimenti della politica delle “larghe intese” e se conseguentemente non se ne deducessero le intenzioni. «Sulla base dell’esperienza , bisogna accettare una leggera perdita di rapidità piuttosto che lasciarsi trascinare da un torrente impetuoso» scriveva Camus sulla prima pagina di La Gouche nel luglio del ‘48 a proposito della difesa della democrazia, in un articolo dal nome Riflessioni su una democrazia senza catechismo.

La Costituzione non sorse ex nihilo, scaturì dalla Resistenza e dall’esigenza, irrazionale perché utopica, di creare, una società di eguali. La sua “riforma” sorge da una oscura “necessità” e dalla ragione che consiglia di rinunciare a sogni di eguaglianza e di democrazia.

Gian Carlo Zanon


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