Altritaliani

Festival di Venezia 2013. I vincitori. Commento alle pellicole premiate.

domenica 8 settembre 2013 di Andrea Curcione

Chiuso il sipario sul 70^ Festival di Venezia. Rotto un tabu: un documentario - italiano - vince il Leone d’Oro di questa edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica: “SACRO GRA” di Gianfranco Rosi (Italia-Francia) che racconta la vita ai margini del Grande Raccordo Anulare di Roma. Proviamo a ripercorrere criticamente i film premiati. L’Italia non si può lamentare per i riconoscimenti ottenuti: due opere su tre hanno vinto premi nella selezione ufficiale. Segue l’elenco dei film vincitori.

E’ stato rotto un tabu. Un documentario ha vinto il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia, e lo ha vinto un documentario italiano: “SACRO GRA” di Gianfranco Rosi (Italia-Francia). La giuria presieduta da Giuseppe Bertolucci ha assegnato l’importante riconoscimento che dimostra - come ha spiegato lo stesso vincitore Rosi nel suo ringraziamento - come “il documentario è di fatto cinema”.

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Gianfranco Rosi © Getty Images

La critica al Lido aveva espresso i propri giudizi più che lusinghieri sui due documentari presenti in concorso, quello vincitore e “Unknown Known” (Usa) di Errol Morris. Segno che questo genere, se fatto bene, può anche vincere nelle più importanti rassegne internazionali, come è già accaduto all’estero. In “Sacro GRA”, protagonista è la varia umanità che vive nella cintura del raccordo anulare romana, ripresa con una fotografia che colpisce per la sua sublime bellezza e per le sue prospettive. Erano 15 anni che l’Italia non tornava a vincere a Venezia (nel 1998 il Leone d’ Oro era andato a “Così ridevano” di Gianni Amelio, presidente della giuria Ettore Scola).

C’è un filo conduttore che lega le altre pellicole premiate: il tema della famiglia, come fulcro della società, ma anche come contraddittorio elemento di disgregazione, disagio, infelicità. Lo dimostra la pellicola “Miss Violence” del 36enne regista greco Alexandros Avranas che ha vinto il Leone d’Argento per la regia, mentre la Coppa Volpi per l’interpretazione maschile è andata al protagonista principale Themis Panou, che interpreta un padre di famiglia orco malvagio e amorale in grado di piegare la personalità dei propri figli. Una pellicola difficile, forte e crudele, di alto impatto emotivo per il tema scabroso trattato.

La donna maltrattata nella famiglia, la violenza tra le mura domestiche è anche l’argomento della pellicola “Die Frau Des Polizisten” (La moglie del poliziotto) del 54enne regista tedesco Philip Gröning che ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria. Una giovane coppia, una donna, un marito poliziotto, una figlia piccola. Tasselli di vita di coppia, spesso normali, mescolati nel loro insieme (coppia, natura, lavoro di lui, rapporto madre-figlia, un anziano che vive solo) a formare una lunga serie di capitoli, nei quali emerge lentamente la violenza insana del marito. A parlare sono i segni delle percosse sul corpo della donna. E’ il modo in cui viene mostrata la gratuita cattiveria del marito e l’amore della sua donna, che sopporta le percosse e nasconde alla figlia il suo dolore, che sicuramente avrà colpito la giuria che ha attribuito il premio al film.

Anche in “Via Castellana Bandiera” la pellicola di Emma Dante c’è una famiglia, i Calafiore, che vive nel vicolo di un paese alle porte di Palermo, e c’è un’anziana donna, Rosa, la nonna di casa che, per il suo fardello di sofferenza di una vita è considerata la pazza di casa. E’ lei il perno della vicenda che scaturirà il coinvolgimento di tutte le persone (famigliari compresi) che vivono in quel vicolo. L’anziana attrice di teatro Elena Cotta che ha il ruolo di Rosa ha vinto la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, molto convincente.

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Gran premio della giuria a Jiaoyou di Tsai Ming-Liang (Ap)

Ed ancora, il disagio della povertà, che può disgregare una famiglia, mandarla in frantumi e spezzarle le ali per cercare un futuro, è presente anche nella pellicola “Jaoyou” (Cani randagi) del 57enne regista taiwanese Tsai Ming-liang che ha vinto il Gran Premio della giuria. Incomunicabilità, dilatazione dei tempi (alcune sequenze sembrano interminabili nella loro staticità, girate con la camera fissa) sono le peculiarità di questo regista che però ha una fotografia meravigliosa (nitida sia nelle notti sotto la pioggia scrosciante che negli ambienti rarefatti dei centri commerciali e dei rifugi dove il padre con i suoi figli vanno per dormire).

Il premio Marcello Mastroianni per un giovane attore esordiente è andato invece al 17enne Thye Sheridan per il suo convincete ruolo del giovane Gary nel film “Joe” di David Gordon Green (prod. Usa). Nel film, basato sul racconto del romanziere Larry Brown, Gary è un ragazzo che vive in una famiglia di poveri sbandati, con un patrigno violento e alcolizzato, una madre perduta tra miseria e inerzia, e una fragile sorella che deve difendere da un mondo crudele. Sarà la forte amicizia con Joe (Nicholas Cage) un ex detenuto, ora taglialegna in via di redenzione, a fargli trovare la strada per un avvenire migliore.

La pellicola che secondo i pronostici di maggior parte della critica era destinato al Leone d’Oro, “Philomena” di Stephen Frears (prod. G.B.) si è dovuta accontentare del premio per la migliore sceneggiatura, andato a Steve Coogan e Jeff Pope per il brillante adattamento del libro di Martin Sixsmith “The Lost Child of Philomena Lee”. Anche qui c’entra la famiglia e la religione. Una ragazza madre (la Philomena del titolo) una maternità negata per colpa di un istituto religioso per giovani donne che hanno avuto figli da relazioni extra-matrimoniali. Delusione per la mancata assegnazione della Coppa Volpi femminile alla 79enne attrice inglese Judi Dench che domina il film con una sensibilità e una classe straordinaria nel ruolo dell’anziana Philomena sulle tracce del figlio fatto adottare dalle suore da piccolo. Il premio per la migliore sceneggiatura al film è ben meritato perché i dialoghi e le battute del film sono efficaci, ironici, a volte sarcastiche, che compensano una storia drammaticamente vera e triste.

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Il presidente della giuria, Bernardo Bertolucci © Getty Images

Esclusi invece dai riconoscimenti sono stati i film come quello pacifista di Amos Gitai “Ana Arabia”, il fantascientifico “The Zero Theorem” (un “Brazil” in versione aggiornata) del visionario Terry Gilliam, la “Jalousie” di Philippe Garrel (una “nouvelle vague” moderna) che si pensava prendesse l’attenzione di Bertolucci, come anche la pellicola “Tom à la ferme” del giovane canadese Xavier Dolan che a giudizio dei critici poteva avere qualche chance per uno o più premi (miglior regia, miglior interprete, o un premio speciale della giuria). Nemmeno l’attore James Franco, regista di “Child of God” e il suo principale interprete Scott Haze, nei panni del disturbato maniaco Lester Ballard (dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy) non hanno avuto chance di vittoria. Così pure la pellicola di Gianni Amelio è rimasta senza premi. Troppo fragile e buonista il film “L’intrepido” interpretato da Antonio Albanese. Un film che ha diverse pecche, a cominciare dalla sceneggiatura. Non è un film che non è stato capito, come ha commentato il regista dopo i fischi dei critici in sala alla proiezione; è un film non riuscito. Tutto qui.

In conclusione l’Italia non si può lamentare per i riconoscimenti ottenuti. Due pellicole su tre hanno vinto premi nella selezione ufficiale. In generale il merito della qualità artistica dei film presenti nella rassegna (una qualità media, ma non elevata) è del direttore artistico Paolo Baratta che ha saputo cogliere le innovazioni sia tra i documentari che tra le pellicole di impianto drammatico con temi sociali forti e attuali.

Per ultimo segnaliamo tre titoli vincitori che hanno ricevuto consensi tra i critici: Oltre al francese “Eastern Boys” di Robin Campillo (miglior film, sezione Orizzonti) sui ragazzi provenienti da molti paesi che si prostituiscono nella stazione Gare du Nord di Parigi, sono stati premiati anche l’inglese “Still Life” di Uberto Pasolini (migliore regia, sezione Orizzonti), storia commovente tra funerali e memoria, e “White Shadow” di Noaz Deshe (Leone del Futuro, premio Opera Prima “Luigi de Laurentiis”, Settimana della Critica) pellicola sui crudeli pregiudizi e le superstizioni in Tanzania nei confronti dei neri nati albini, cioè con la pelle bianca.

Andrea Curcione

VENEZIA 70: L’ELENCO DEI FILM PREMIATI

Leone d’Oro per il Miglior Film
SACRO GRA di GIANFRANCO ROSI

Leone d’Argento per la Migliore Regia
MISS VIOLENCE di Alexandros Avranas

Gran Premio della Giuria
JAOYOU (STRAY DOGS) di Tsai Ming-liang

Coppa Volpi per la Migliore Interpretazione Maschile
Themis Panou nel film MISS VIOLENCE

Coppa Volpi per la Migliore Interpretazione Femminile
ELENA COTTA nel film VIA CASTELLANA BANDIERA
(+ orologio reverse Jaeger Le Coultre)

Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente
THYE SHERIDAN nel film JOE

Premio per la migliore sceneggiatura
Steve Coogan e Jeff Pope per PHILOMENA

Premio Speciale della Giuria
DIE FRAU DES POLIZISTEN di Philip Gröning

ORIZZONTI

Premio Orizzonti per il Miglior Film
EASTERN BOYS di Robin Campillo

Premio Orizzonti per la migliore regia
STILL LIFE di Uberto Pasolini

Premio Speciale della Giuria Orizzonti
RUN di Michael Cody e Amiel Courtin-Wilson

Premio Speciale Orizzonti per il contenuto innovativo
FISH & CAT di Shahram Mokri

Premio Orizzonti per il miglior cortometraggio
KUSH di Shubhashi Bhutiani

Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”
WHITE SHADOW di Noaz Deshe
(+ 100 mila dollari divisi tra regista e produttore consegnati da Carlo Verdone)

Leone d’Oro alla carriera 2013
William Friedkin

Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker Award 2013
Ettore Scola

Premio Persol
Andrzej Wajda


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