Altritaliani

La Lezione di Machiavelli

lunedì 11 novembre 2013 di Guido D’Agostino

Nel cinquecentenario de “Il Principe” di Machiavelli una riflessione, lezione per ragazzi, senza accademismi di Guido D’Agostino, docente di Storia Moderna all’Università Federico II di Napoli, che ci aiuta a riflettere sul valore della politica e della storia, in un tempo di crisi della politica e di mancanza di memoria storica.

In una bella mattina di primavera,2013, nella verde Irpinia, a Calitri, già “ repubblica rossa” contro notabili, fascisti e possidenti agrari, 70 anni fa

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10 Maggio

Mi capita spesso di girare per le scuole perché richiesto di trattare qualche tema che ha attinenza con la storia, ed altrettanto di frequente l’occasione è data da particolari anniversari riguardanti processi, eventi, figure di particolare rilievo e su cui si vuole richiamare l’attenzione di scolari e studenti, accenderne o ravvivarne l’interesse. Così, nel cuore della primavera scorsa, sono andato in un istituto superiore della bella, a tratti aspra, Irpinia, ( Campania interna, montana), precisamente a Calitri, piccolo comune quasi per metà distrutto dal terremoto del 1980 e oggi ricostruito, rimesso a nuovo, quasi interamente altro da ciò che era, con al proprio attivo, comunque, un passato recente (anni ’40 e ‘ 50 del secolo scorso) e di notevole spessore politico-sociale, essendosi la comunità contadina locale resa protagonista e promotrice di una delle “ repubbliche rosse” del mezzogiorno, lottando contro i fascisti e gli ‘agrari’.

Ma la ragione per cui dall’interno della scuola, alcuni docenti e il dirigente scolastico mi avevano voluto tra loro, riguardava nientemeno che un personaggio di mezzo millennio fa e la sua opera immortale, celebrandosene quest’anno il quinto centenario dalla composizione (1513):vale a dire, Machiavelli e “Il principe”, su cui, peraltro, era stato svolto da alcune classi già un notevole lavoro didattico.

Confesso di avere accettato spinto, o meglio, attratto dall’idea di una sorta di pellegrinaggio geografico e storico, quasi una ‘dislocazione’ del corpo e della mente al cui fascino difficilmente riesco a sottrarmi, e poi, mi intrigava riprendere un dialogo antico- avviato dagli anni degli studi giovanili, con messer Niccolò, con il quale non credo di avere avuto un rapporto del tutto privo di pregiudizi e di qualche contrarietà, o forse di non piena sintonia e comprensione.

Di qui, probabilmente, avviata l’immersione preparatoria di rito in vista della lezione- conversazione che avrei tenuto, la soddisfazione per la consonanza rinvenuta nei passi di autori e critici, sia lontani nel tempo che attuali ( da De Sanctis a Bodei, per dire) i quali lamentavano lo stravolgimento fatto nei secoli degli intenti e degli assunti del Segretario fiorentino, tirato, nelle interpretazioni e nell’utilizzo, via via nel tempo, ora da una parte, ora da quella opposta. Così come mi aveva divertito che nel commento alla grande mostra romana allestita per il 500° anniversario de “Il Principe”, il giornalista Ciccarelli, su “ La Repubblica” avesse ricordato edizioni dell’opera prefate da Mussolini durante il fascismo, da Craxi, mezzo secolo dopo, e persino dall’immarcescibile Berlusconi. In tutti e tre i casi , si osservava maliziosamente, interventi che avevano portato sfortuna agli ‘ illustri’ autori, contro i quali evidentemente, si era ritorto “ l’uso improprio” da essi fatto dell’opera. Questa, come puntualizzato da Remo Bodei, era ed è piuttosto un libro di precetti indirizzati a un privato, per conquistare, espandere o recuperare il potere. Non un libro di politica, che per Machiavelli continua ad essere arte, di governare secondo ragione e giustizia, o di contemperare conflitto e ordine.

Insomma, da queste premesse, e con le suggestioni derivanti da altre letture nelle quali Machiavelli veniva accostato a Leonardo, ad Erasmo da Rotterdam, a Guicciardini ovviamente), agli amatissimi classici con i quali egli si “ intratteneva” la sera e “ tutto si trasferiva in loro”, mi si è venuta facendo più chiaro l’insieme delle cose che avrei detto, o almeno di quelle che giudicavo irrinunciabile.

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Provo a ripercorrerle. In primo luogo, per ribadire a me stesso e ai miei occasionali ascoltatori, la straordinaria figura, la grandezza di Machiavelli, l’eccezionale qualità della sua prosa, riflesso di un argomentare che potrebbe assomigliarsi all’agire di un bisturi nelle mani del più provetto chirurgo. Quindi, mettendo in chiaro che il più grosso problema è rappresentato dalla singolarità di una vicenda che si potrebbe definire della vera vita che comincia dopo la morte e dalla netta, continua strumentalizzazione intervenuta nei secoli per cui, secondo la più autentica tradizione italica, è sorto il machiavellismo e, contrapposto ad esso, l’antimachiavellismo ( fortemente condizionato), quest’ultimo, dalla visione imposta dalla chiesa cattolica. In definitiva, per quanto riguarda tale punto specifico, mi è parso che non di una teoria politica amorale si debba ritenere ‘inventore’ il nostro Autore, e che abbia piuttosto ragione il Bodei, richiamato poco più indietro.

Soprattutto, però, ho ritenuto valesse la pena insistere sulla necessità assoluta di praticare un approccio globale e sistemico al tema, tenendo ben correlate tra loro la vita, le opere, l’epoca in cui si svolge la prima e si compiono, in successione, le seconde ( oltre al Principe che ha ovviamente la sua data precisa e le sue radici, lontane e quelle contingenti, tutta la vasta produzione, da quella storica alle commedie). E l’epoca, cioè il Rinascimento, è la chiave di volta dell’interpretazione generale e complessiva del Machiavelli, con e per le sue caratteristiche e i suoi contrasti.

Su alcuni di tali, elementi, occorre spendere un po’ di attenzione in più: individualismo; naturalismo; rapporto con il futuro; decostruzione dell’unità del Medioevo; il ‘contenzioso’, materiale e immateriale, tra virtù, occasione, fortuna; la lezione dei classici e la realtà “ effettuale” delle cose; la pretesa immutabilità dei comportamenti umani.

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Per quanto concerne i primi due, l’individualismo segnala la scoperta del sé, la coscienza delle proprie potenzialità e il desiderio-volontà di metterle alla prova, uscendo dal ‘recinto’ e cimentandosi per “ l’alto mare aperto”. Il naturalismo a sua volta, è insieme la tensione speculativa alla scoperta dei meccanismi e delle leggi che regolano il ciclo continuamente rinnovantesi della natura, ma anche la ricerca di punti fermi cui ancorarsi nel compiere il viaggio dentro e attraverso la propria soggettività. Si è ancora detto del rapporto con il futuro, intendendo sottolineare il fondamentale rovesciamento nella percezione del tempo e nella gerarchia dei tempi, una volta assodato che la direzione di marcia del nostro vivere e divenire non ha nel passato il suo acme, dal quale inevitabilmente ci allontaniamo peggiorando, ma, accanto, al culto del passato come memoria e modello, si sviluppa il concetto di una nuova mappa dei tempi in cui vale altrettanto, se non di più, la proiezione verso ciò che ancora non è, ma che immancabilmente sarà.

Certo siamo agli antipodi rispetto alla compattezza e unitarietà dell’universo medioevale, che dà sicurezza nella sua configurazione verticale e gerarchizzata, in una condizione di controllo-consenso o controllo-timore, da cui può riscattare l’individuo la fedeltà-affidamento , l’obbedienza, l’intreccio sacro-profano destinato peraltro a sciogliersi solo nella vita ultraterrena. Insomma, in primo piano viene perentoriamente l’uomo, la dimensione variegata dell’umano che si dispiega secondo le opposte polarizzazioni riconducibili per un verso alla “ virtù”, per l’altra alla “ fortuna”, dove la prima è bussola e strumento di contrasto rispetto alla “ incostanza delle umane cose”, a condizione, però, che si riconosca e si sappia sfruttare l’occasione, la quale si presenta in qualsiasi momento, imprevista e insieme provvida.

Così si può avere ragione della sorte, del caso fortuito, con una attitudine intraprendente, aggressiva ( per M. la fortuna è donna, va quindi affrontata con vigore maschio, e quindi ‘batterla’). Infine, la lezione dei classici che Machiavelli appunto ‘ intervista’chiedendo loro “ la ragione delle loro azioni, e quelli per loro humanità (gli) rispondono” sicché per ore dimentica noie e affanni, non teme la povertà , non lo angustia il pensiero della morte”.

Effetti salvifici , indubbiamente, ma che discendono da un presupposto più che discutibile alla sensibilità di chi esercita professionalmente il mestiere dello storico: la conclamata, e paradigmatica, immutabilità nel tempo dei comportamenti umani. Nella sua opera-principe ( il gioco di parole è d’obbligo), messer Niccolò sostiene i suoi precetti con esempi tratti dall’antichità più remota così come dai processi a lui contemporanei e di cui è testimone, dai meandri politici e diplomatici di fine Quattrocento e primo Cinquecento, da lui analizzati con indubbia passione e competenza.

Sono alle ultime battute, con i ragazzi e le ragazze di fronte a me che cercano di assimilare le cose ascoltate, confrontandole con ciò che già sanno, ma sono anche ansiosi di intervenire, qualcuno/a di ‘esibirsi’ per certi versi. Cerco in definitiva di precisare i contorni, dando gli ultimi ritocchi, desidero che resti loro un po’ di ciò che ho detto, almeno nelle linee essenziali: Machiavelli come ritratto di un’epoca, specchio e riflesso di un mondo in trasformazione e che reagisce al mutamento affermando la validità e l’efficacia delle “ passioni fondamentali” dell’essere, uno straordinario elemento di continuità e un potente fattore di supporto alla comprensione, e analisi, di una realtà, ostile in quanto indecifrabile. Ma anche un limite, e grosso, del nostro Autore, e che ci vieta di classificarlo fra gli storici spingendoci piuttosto a vederne e apprezzarne altri saperi e altre competenze. E forse ciò ci aiuta anche a valutare più correttamente due suoi incontenibili ‘rovelli’: la ripulsa delle milizie mercenarie e il sogno di un’Italia indipendente, libera dai ‘barbari’ che l’hanno afflitta al tramonto dell’impero di Roma e che sono tornati a spadroneggiare dalla discesa di Carlo VIII di Francia, in poi. Non, si badi bene, e a scanso di equivoci, un’Italia unita e resa nazione unica, capace di andare oltre la peculiare cifra regionalista ( più tardi si sarebbe detto ‘federalista’); e meno ancora, l’Italia liberata dai preti , cioè dall’ingerenza ingombrante e tarpante di chiesa e papato, come auspicava Guicciardini.

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Ma tant’è; sta per scoccare il segnale della campanella di fine orario, e bisogna chiudere. Ci lasciamo con festevole amicizia e con l’impegno a ritornare ancora sull’argomento; sullo schermo dietro di me, in alto sulla parete, scorrono le immagini di un paio dei più famosi ritratti di Niccolò, quel suo profilo così caratteristico, il viso appuntito, gli occhi freddi, ma profondi e indagatori, un leggero manto di neri capelli che coprono la testa lasciando sgombra e spianata la fronte. Ho l’impressione che mi stia guardando male, oppure no, si sente giustamente superiore e vuole tornare a rinchiudersi, a rientrare nel suo monumento in Santa Croce di Firenze, erettogli meritoriamente perché “ temprando lo scettro ai regnato ria, gli allor ne sfronda e alla genti svela, di che lagrime grondi e di che sangue” secondo gli immortali versi del Foscolo

Guido D’Agostino

- Nella foto in alto Calitri in Irpinia.
- Guido D’Agostino è anche Presidente dell’Istituto per gli studi storici sulla resistenza in Campania - Italia.


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