Altritaliani

L’Universo Università.

venerdì 23 agosto 2013 di Veleno

- “E tutto il mondo applaudirà
- Clip clap
- E tutto il mondo sputerà
- Cip ciap
- Per via del musical”
- (Musical di E. Jannacci)

Recentemente è stata compilata una classifica mondiale delle università nel mondo fatta dall’Università Jiao Tong di Shanghai in Cina. Nei primi dieci posti dominano gli atenei americani con la sola eccezione di Cambridge. Protestano i francesi e desolante appare la situazione italiana con solo due università in classifica intorno alla centesima posizione, per la cronaca si tratta della Normale di Pisa e La Sapienza di Roma.

Ma non è questo il punto e nemmeno che anche altre analoghe classifiche ci vedono cosi lontani in classifica e cosi poco considerati. La realtà è che il paese che ha inventato l’istituzione universitaria, è oggi fuori dalla considerazione di qualsivoglia rating internazionale. Sia anche chiaro che questi giudizi non hanno nessun valore sostanziale, diversamente da quanto avviene nelle valutazioni borsistiche e tuttavia, non possiamo ignorare che tutto cio’ qualche riflessione deve smuoverla.

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Come si è arrivati a tanto? Com’è l’universo delle università italiane? Perché il paese che è al centro della cultura mondiale ed occidentale è cosi mal messo nell’istruzione e in quella universitaria in particolare?

In superficie emerge lapalissiano che negli atenei italiani non viene premiato il merito, che lo Stato non aiuta ormai da molti anni con finanziamenti adeguati un ammodernamento delle strutture, che non si è investito nel migliorare le attrezzature didattichech, che forse vi sono troppe ed inutili università, ormai quasi ogni capoluogo di provincia ha il suo ateneo. Quelle statali sono 68! Ma vanno aggiunte quelle private, quelle promosse da enti pubblici e finanche quelle telematiche ed il numero diventa imponente. Otto statali ne ha la Lombardia, sei la Campania, e cosi via dicendo. L’unica regione che non ha università è la Valle d’Aosta. Dubbi anche sulla qualità del personale docente. Il fenomeno della baronia, ovvero di famiglie che occupano stabilmente i ruoli chiave e professionali delle facoltà è piaga antica che marcisce ininterrottamente dal dopoguerra, un dato ormai scontato e che quasi non suscita più indignazione.

Gli studenti e qualche coraggioso borsista e finanche docente, in passato, a più riprese, hanno cercato di manifestare per cambiare le cose e puntualmente, ad ogni inizio di anno accademico, si assiste alla televisione alla rampogna di rito sui mali endemici delle facoltà, sulle carenze strutturali, sull’assenza di fondi per la ricerca, del disinteresse del governante, sul sottobosco politico che domina la scena. Sul merito che non è premiato, ecc. ecc.. Poi? Poi niente. Il tutto diventa una routine paragonabile ai soliti servizi giornalistici sul “Generale inverno” o sull’esodo per le vacanze estive e l’inevitabile caldo da record e il fuoco che devasta ettari di bosco.

Di buone intenzioni ce ne sono state molte. E’ evidente per esempio che sia stata una conquista, dopo il sessantotto, l’università accessibile a tutti. Ma è ancora cosi? L’Italia è al terzio posto in Europa per le tasse universitarie e se si va a vedere il livello dei servizi forniti o il numero di cittadelle per i giovani che studiano si capisce perché la gran parte dei nostri atenei non è classificabile. Il numero chiuso per le iscrizioni ha eliminato definitivamente lo spirito democratico che fu dei primi anni settanta. Se entrare all’Università è come vincere un concorso, ecco che il sottobosco del malaffare e dei cattivi comportamenti prende piede ancora una volta. Stupidi quiz di accesso per poi garantire l’ingresso sicuro ai raccomandati e gli altri se sbagliano il test possono dedicarsi all’agricoltura. Ogni governo tira fuori una riformetta che resta poi li mezza inapplicata, inacapace di smuovere la situazione.

Il male è antico ma è andato precipitando a partire dagli anni novanta, quando nelle campagne laziali si aggirava una misteriosa pantera nera. Bene quel mitico felino divenne il simbolo di un riscatto che reclamato dai giovani studenti, non ebbe mai realizzazione.

Erano i tempi della Legge Ruberti che doveva aprire gli atenei ai privati. Sono edificanti alcune opinioni del tempo. Un rinfrescarsi la memoria che puo’ essere utile ad interpretare lo stato delle cose. Da “L’Unità” Marco Lippi scriveva in un articolo intitolato: “Baroni che non hanno alcuna voglia di lavorare” denunciando che in Italia si faceva finta di insegnare e gli studenti facevano finta di studiare: “... In cambio di quella liberta, i docenti hanno pagato una contropartita. Merce di terza scelta, ma ha funzionato. Si tratta di appelli mensili, preappelli estivi, postappelli, esami fuori appello [...] la possibilità di dare un esame, di essere respinti e ripresentarsi ogni dieci giorni fino a quando la fortuna, la noia del docente..., le tesi penose con cui dopo tanti anni ci si puo’ laureare. Questo gli studenti hanno avuto in cambio su questa spazzatura i loro rappresentanti hanno tuonato, implacabili, per anni nei consigli di facoltà”.

E l’intellettuale Beniamino Placido aggiungeva in un suo articolo intitolato: “Dopo la pantera”: “ Certo l’università americana è selettiva e crudele (tant’è vero che provoca le crisi di identità), ma vera. La nostra è generosa e tollerante, ma falsa. Non soffre di crisi di identità perché di identità non ne ha. Non ne dà. E’ una commedia”.

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Poi alla fine si è travisata anche l’autonomia universitaria, mettendo in competizione gli atenei come fossero aziende commerciali. Per cui bocciare diventava un handicap, un modo per scoraggiare le iscrizioni e mettere cosi in crisi “l’impresa” e se invece, si desse la possibilità di competere a tutti i giovani che lo volessero? E se veramente andassero avanti i capaci e non gli amici degli amici? Se insomma ci fosse una seria ed onesta selezione dei meritevoli della laurea? L’Italia non è più quella degli anni cinquanta, oggi puo’ ben comprendere che prova della cultura personale non è solo avere un titolo (che peraltro abolirei), e che si puo’ fare cultura anche essendo un agricoltore, un meccanico, un ciabattino, se lo si fa con arte, passione e competenza.

Cosi scomparve anche la speranza della pantera. Poco dopo arrivo l’erede del craxismo, il berlusconismo, per il quale l’istruzione, la cultura non era un buon affare. “Con la cultura non si mangia!” tuonerà anni dopo un ministro dell’economia dell’ennesimo governo Berlusconi.

Ad una crescente crisi morale della società si aggiungerà la crisi economica un connubio questo, veramente devastante. E nel paese dove la cultura e l’arte vanno letteralmente e fisicamente a pezzi, di qualche giorno fa il crollo di parte della facoltà di Scienze politiche a Palermo, l’istruzione e la cultura non sono un affare. Direbbe il compianto Jannacci: “E già..., è meglio il musical”.

Veleno


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