Altritaliani

Vittorini e il rifiuto del Gattopardo

domenica 18 maggio 2014 di Claudio Antonelli

Ma “Il gattopardo” è un capolavoro? Il romanzo italiano forse più letto al mondo fu al centro di un affaire complesso sulla sua pubblicazione. Respinto prima dalla Mondadori e poi da Einaudi sempre ad opera di Vittorini che era il selezionatore delle opere. Il romanzo fu da Bassani proposto alla Feltrinelli che lo pubblico’. Ma come andarono le cose e quali furono le responsabilità e le colpe (se vi erano) dell’autore di “Uomini e no”? Andiamo ad indagare in questo affaire che ancora oggi appassiona e che coinvolse il meglio della letteratura italiana del secondo novecento.

Elio Vittorini rifiutò il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, "Il gattopardo", che gli era stato sottoposto e che giudicò non degno di pubblicazione, prendendo così un colossale abbaglio. Questa è la tesi invalsa per anni, contro la quale però di recente sono state opposte insistenti smentite, soprattutto ad opera del critico Gian Carlo Ferretti. In virtù delle nuove messe a punto, dei nuovi chiarimenti e rivelazioni circa ciò che Vittorini effettivamente avrebbe fatto e detto, il rifiuto da lui opposto al capolavoro del nobile siciliano risulterebbe essere solo una leggenda, smentita dai fatti.

Matteo Collura esprime molto bene l’adesione a questa nuova vulgata che assolve interamente Vittorini. Scrive Collura ("Corriere della Sera", 14-02-1997): “Ma davvero il fondatore del Politecnico bocciò il capolavoro dell’aristocratico siciliano, e per questo merita di essere ricordato come colui che non si accorse di avere tra le mani un tesoro in forma di manoscritto? No, non stanno così le cose. Ed è stato più volte puntualizzato. Ma non c’è niente da fare: ogni qual volta si parla del Gattopardo, ecco venir fuori il rifiuto di Vittorini.”

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Certamente vi sono dei punti da chiarire in questa vicenda, fin qui da molti esaminata frettolosamente, con il risultato di confondere i due interventi di Vittorini – il primo avvenuto nel 1956 e il secondo nel 1957 – sul dattiloscritto del Gattopardo. Perché ci furono due interventi. Vittorini, come consulente editoriale della Mondadori, contribuì una prima volta a fare rispedire il dattiloscritto del "Gattopardo" al mittente: il poeta Lucio Piccolo, cugino di Tomasi di Lampedusa. La sua “non accettazione” del dattiloscritto, nello stato attuale di esso, fu determinata dai commenti presentatigli dai tre lettori a cui il romanzo era stato sottoposto in via preliminare.

Tali giudizi non erano del tutto negativi, e di conseguenza Vittorini presentò a Mondadori una breve nota con la sintesi dei risultati delle tre letture e con la raccomandazione di trasmettere all’autore il consiglio di migliorare l’opera e di ripresentarla. E tutto indica che Vittorini emise tal giudizio senza aver letto il testo.

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La seconda volta, invece, declinò decisamente la proposta di pubblicare "Il gattopardo". E lo fece prendendo atto delle relazioni dei due lettori, suoi collaboratori, ed effettuando un riscontro ossia verificando la giustezza dei loro pareri attraverso una presa in esame diretta di certi passi del dattiloscritto (da lui letto, quindi, se non interamente almeno in parte). E quindi, dopo una discussione con loro, rispedì "Il gattopardo" al mittente, con una lettera a Tomasi di Lampedusa in cui adduceva, come ragione del rifiuto finale, sia le insufficienti qualità del testo sottopostogli sia certe limitazioni editoriali interne che gli impedivano di prendere impegni per il futuro.

Il suo intervento da esperto valutatore letterario sul testo del "Gattopardo" avvenne – come abbiamo già detto – due volte. La prima volta fu per la Mondadori nel 1956, e la seconda, l’anno seguente, per la Einaudi. Ma si tende a fare confusione tra i due momenti, con il risultato che si è arrivati a sminuire l’entità della chiara bocciatura emessa da Vittorini, nel 1957, quale consulente editoriale per la Einaudi, e la si è confusa, in tutto o in parte, con il consiglio temporeggiatore che aveva espresso, come consulente editoriale della Mondadori, un anno prima (allorché tutto ci indica che non avesse neppure letto l’opera).

È opportuno esaminare più da vicino ciascuno dei due rinvii del testo al mittente. Cominciamo col rifiuto opposto dalla Mondadori nel 1956. Vi erano state tre letture del manoscritto del "Gattopardo", con conseguenti commenti presentati dai tre lettori a Vittorini, coordinatore. Il primo lettore Adolfo Ricci (12 giugno 1956) trovò che nella storia vi erano “errori di montaggio”. Per Sergio Antonielli (5 settembre 1956) il libro era “abbastanza buono, non privo di spunti felici”, ma redatto in uno stile “convenzionale e risaputo”. Il giudizio del terzo lettore, Angelo Romanò (10 ottobre 1956), anch’esso non troppo incoraggiante, era: il manoscritto è costituito da un insieme di bozzetti con “una loro vivacità aggraziata e brillante: ma il libro come tale non regge”. Si può dire che nell’insieme i giudizi sul "Gattopardo" non erano totalmente negativi.

È da credere che Vittorini non avesse neppure sfogliato il manoscritto, come si evince anche dalla minuziosa relazione degli avvenimenti presentataci da Raffaele Crovi [1], al corrente come pochi altri di ciò che avvenne. Non dimentichiamoci infatti che Crovi fu parte in causa nell’intera vicenda del "Gattopardo" come collaboratore di Vittorini, e soprattutto come lettore del "Gattopardo" nel secondo “rifiuto”, quello categorico, opposto dall’Einaudi nel 1957. In questa prima fase, il comportamento di Vittorini fu un po’ ambiguo, ma dopotutto comprensibile, considerati i responsi presentatigli dai tre lettori. Egli prudentemente elaborò per la Mondadori la seguente brevissima analisi (22 ottobre 1956): “Per i due primi lettori il lavoro manca soltanto di abilità; per il terzo di determinazione morale. Manca comunque di qualcosa che rende monco il libro pur pregevole. Non si può far capire all’autore che dovrebbe rimetterci le mani (e in qual senso)?” Il tenore di questo giudizio indica – torno a ripetere – che egli non lesse il dattiloscritto. E nonostante la sua proposta di non rompere i rapporti con l’autore del romanzo, dopo che vi furono i tre secchi no (31 ottobre 1956) di Federico Federici, Roberto Cantini e dello stesso Alberto Mondadori, la Mondadori restituì il dattiloscritto al mittente, il poeta Lucio Piccolo, con un chiaro rifiuto (10 dicembre 1956). Ci si è basati su questo primo rinvio al mittente, imputabile alla Mondadori e non a Vittorini, per cercare di assolvere “sic et simpliciter” Elio Vittorini nell’intera vicenda della bocciatura del capolavoro. In realtà egli rifiutò, senza che possano sorgere dubbi di sorta al riguardo, il capolavoro dell’aristocratico siciliano. Ma ciò avvenne solo in un momento successivo, come consulente della Einaudi e non più della Mondadori.

Passiamo ora al rifiuto della Einaudi, imputabile interamente questa volta – come vedremo – a Vittorini. Il libraio palermitano Salvatore Fausto Flaccovio inviò a Vittorini il 27 marzo 1957 il dattiloscritto del Gattopardo accompagnandolo con un suo commento molto positivo (“... c’ è nel romanzo, almeno così ritengo, qualcosa di più: un senso cosmico smarrente dell’oblio e della pace, quasi una stanchezza di vivere, un distacco dalla lotta e dalle sue infatuazioni, un bisogno di assolute certezze che né gli eventi né i sentimenti possono dare ...”). Giuseppe Grasso e Raffaele Crovi lessero il dattiloscritto e ognuno di loro sottopose un parere a Vittorini, che quindi effettuò un riscontro: verificò attraverso un esame del testo del romanzo la pertinenza dei rilievi sollevati dai suoi due collaboratori. Fatto veramente strano: Crovi, che pur ci dà il giudizio dei tre lettori su cui si era fondato il rifiuto precedente dell’editore Mondadori, questa volta non ci dà, nella sua pur meticolosa ricostruzione, il testo esatto del giudizio suo e del giudizio di Grasso; verificati e convalidati da Vittorini, e che diedero luogo al rigetto del "Gattopardo" con la lettera di Vittorini a Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Stando alla testimonianza di Raffaele Crovi, sarebbe bastato invocare “l’emergenza editoriale”, come egli si esprime, per giustificare il rifiuto, poiché la collana era satura.

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È però difficile credere che, a prescindere dai meriti o demeriti dell’opera, non vi fosse spazio nei “Gettoni”, collana che sarebbe stata colma di titoli non solo per il presente ma anche per il futuro. Vittorini decise comunque di motivare la restituzione del "Gattopardo" con una lettera esplicativa che entrava nel merito della qualità, considerata insufficiente, del testo sottopostogli; lettera destinata non a Flaccovio, il mittente del manoscritto, ma allo stesso Tomasi di Lampedusa, che infatti la ricevette solo un paio di giorni prima di morire. Il tenore della risposta fu concepito congiuntamente da Vittorini, Crovi e Grasso, ma – stando alla testimonianza di Crovi – fu Grasso a redigerla. Mentre fu Vittorini, come responsabile ultimo, a firmarla assumendone l’intera paternità.

In certi passi della lettera, datata 2 luglio 1957, la valutazione del romanzo è un po’ oscillante come se lo scrivente intendesse risparmiare all’autore l’impressione di una bocciatura troppo cruda. Ma nel giudizio complessivo prevalgono ampiamente le considerazioni d’insufficienza; parere spiegabilissimo, d’altronde, per chi conosca solo un po’ la poetica vittoriniana, incentrata direi spasmodicamente sull’esaltazione dello sperimentalismo letterario e dell’impegno ideologico, e sul disprezzo invece per l’immobilismo e per l’“arcadia”, ovvero per il carattere inerte di opere consolatorie che registrano passivamente la realtà lasciando il tempo che trovano. Per non parlare poi del profondo e direi feroce sentimento antiborghese e antiaristocratico che animava Vittorini, e che doveva ispirargli avversione per la figura di un principe nostalgico del tempo che fu.

Ed ecco qualche estratto di questa sentenza di rigetto. È un libro “molto serio e onesto” [non è un vero complimento venendo da Vittorini] però “vecchiotto, da fine Ottocento” [condanna questa irrevocabile]. Ha “momenti di acuta analisi psicologica”, però “non mi pare sufficientemente equilibrato nelle sue parti” anche per la mancata fusione dell’interesse saggistico-sociologico con quello narrativo. Inoltre “per più di una buona metà il romanzo rasenta la prolissità [...] mentre il resto finisce per risultare piuttosto schematico e affrettato.” La conclusione: “Purtroppo mi trovo nell’assoluta impossibilità di prendere impegni o fare promesse, perché il programma dei ‘Gettoni’ è ormai chiuso per almeno quattro anni. Ho già in riserva, accettati per la pubblicazione, una ventina di manoscritti che potranno uscire al ritmo di non più di quattro l’anno.” Nonostante questa eloquente risposta, vi è oggi chi sostiene che Vittorini non bocciò il "Gattopardo". Si è persino arrivati ad apprezzare la “coerenza” dimostrata da un Vittorini operatore culturale responsabile che non poteva fare eccezione (quandanche l’opera proposta fosse un capolavoro) alle politiche disciplinanti la scelta dei titoli per la collana “I gettoni”; collana che pare fosse stata ideata per dare voce alla giovane narrativa italiana. Gian Carlo Ferretti approva questa logica di un Vittorini burocrate dell’editoria: “Ma la scelta rientra pienamente in una prospettiva editoriale, visto che il libro era stato proposto ‘per una collana fortemente personalizzata e attivamente sperimentale come I Gettoni, dalla quale “Il Gattopardo” era lontanissimo’ [2].” Ma vi è da notare che, nella lettera di rifiuto a Tomasi di Lampedusa (2 luglio 2007), Vittorini non adduceva tra i motivi il fatto che il libro non rientrasse nella tipologia di quella specifica collana, “I gettoni”, ma semplicemente spiegava nella lettera che la collana era piena, anche per l’avvenire, di opere già scelte per la pubblicazione. Se non invocava, spiegando il rifiuto, la ragione della non pertinenza del tipo di romanzo presentato da Tomasi, era perché Vittorini sapeva bene che una casa editrice come la Einaudi non poteva attenersi solo al tipo ma anche al merito delle opere da pubblicare.

Chi oggi sostiene che il rifiuto di Vittorini è un fatto non avvenuto, non spiega perché, all’epoca, nessuno dei protagonisti o dei testimoni della vicenda confutò la tesi a tutti nota che Vittorini aveva rifiutato il "Gattopardo" nel 1957, con la restituzione del manoscritto e una chiara stroncatura. Eppure sarebbe stato logico che, se ingiustamente accusati, Vittorini e i suoi collaboratori volessero ristabilire la verità dei fatti. Ma nessuno dei diretti interessati dell’epoca mai cercò di presentare una versione differente dell’accaduto, come invece si è cercato di fare di recente.

Oltre tutto, come spiegare, non solo il silenzio di Vittorini al riguardo, ma le sue indefesse critiche al "Gattopardo" anche dopo la pubblicazione del romanzo per i tipi della Feltrinelli? L’autore di "Uomini e no", infatti, ripeté il giudizio di condanna del "Gattopardo" innumerevoli volte; non volle mai cambiare parere sul libro di Tomasi di Lampedusa, mentre invece cambiò idea, pentendosi, sul "Dottor Zivago" di Pasternak e sul "Tamburo di latta" di Günter Grass, da lui entrambi respinti, intorno a quegli anni (1958-1959).

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In un’intervista ("Il Giorno", 24-02-1959) Vittorini dichiarò: “Il libro è certo piacevole” ma “non è di alta statura”. E ancora “Fosse uscito intorno al 1930 si potrebbe collocarlo nella storia letteraria italiana un po’ più su (ma anche tanto più a destra) delle fatiche di Nino Savarese. Uscito oggi finirà per restarne al di sotto. È una seducente imitazione dei Viceré di De Roberto, a livello della prosa dei cosiddetti “rondeschi [...] Io preferisco al Gattopardo non solo il libro di Calvino [...] ma anche la ristampa dei racconti di Romano Bilenchi, e anche il soldato di Carlo Cassola, e anche il ponte della Ghisolfa di Testori. Sono tutti e quattro tanto più vitali e tanto più nella nostra storia. Ci dicono qualcosa di ancora non risaputo. Non lasciano il tempo che trovano. Mentre Il gattopardo, e lo dico non senza rispetto, lo lascia proprio tale e quale lo trova, il tempo.”

Tomasi di Lampedusa non è al passo coi tempi: giudizio di irrevocabile condanna ideologica e letteraria. Un giudizio non si potrebbe più assoluto perché espresso da un intellettuale sempre al passo coi tempi. Del resto, alla maggioranza della sinistra, in genere, vedi Sanguineti, Fortini, Asor Rosa, Sciascia – tanto per menzionare solo questi nomi – il romanzo per nulla progressista del principe di Lampedusa non piacque affatto.

Giorgio Bassani, grazie al giudizio del quale Feltrinelli pubblicò nel 1958 "Il Gattopardo", immediatamente reagì alla nuova stroncatura di Vittorini. Lo fece con una lettera al Giorno (10-03-1959). Bassani disse di non voler discutere il giudizio dell’autore di "Uomini e no" sul "Gattopardo", perché giudizio a lui ben noto: “Non fu infatti per aver riposato sul parere di Vittorini che un noto editore rifiutò il romanzo quando Tomasi di Lampedusa era ancora in vita?” In realtà il rifiuto di Mondadori, cui Bassani sembra alludere, non fu determinato dal parere di Vittorini, che non aveva neanche letto il libro e che oltretutto, dopo aver ricevuto le opinioni dei tre lettori, si era limitato ad esprimere un giudizio interlocutorio sull’opera suggerendo che l’autore la rivedesse.

Ci si potrebbe chiedere: perché Vittorini non contestò questa affermazione non del tutto esatta di Bassani? Vittorini non contestò l’accusa poiché non poteva smentire di aver rifiutato "Il gattopardo". L’affermazione di Bassani, dopo tutto, era giusta nella sostanza, solo che la frase riguardava la casa editrice Einaudi e il rifiuto diretto di Vittorini, e non la casa editrice Mondadori, alla quale Vittorini, un anno prima, aveva trasmesso un parere non proprio di bocciatura dell’opera sottopostagli.

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Dopo l’intervista di Vittorini al Giorno, il quotidiano palermitano "L’Ora" pubblicò una lettera di Leonardo Sciascia in cui questi affermava: “Chi conosce Conversazione in Sicilia e tutti i libri di Vittorini, chi conosce la sua personalità umana e culturale, trova perfettamente logico il suo rifiuto rispetto al Gattopardo. Possiamo ritenere ‘Il gattopardo’ un libro bellissimo o un libro mediocre: ma dobbiamo riconoscere che Vittorini, rifiutandolo, è in una posizione di assoluta coerenza. L’ha rifiutato manoscritto per la pubblicazione; e continua a rifiutarlo. Perché non dovrebbe? O che, dopo Garibaldi, di cui proverbialmente in Italia non si può dir male, siamo tenuti a fare i conti anche col Gattopardo?”

Sciascia coglie invero nel segno parlando di coerenza, perché Vittorini non poteva amare un romanzo che rappresentava l’esatto opposto dei canoni della propria poetica.

Claudio Antonelli

- Nelle foto dall’alto in basso: Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Elio Vittorini, Giorgio Bassani, Leonardo Sciascia.

[1Raffaele Crovi, Il lungo viaggio di Vittorini, pp. 385-94.

[2Gian Carlo Ferretti, La lunga corsa del Gattopardo (Torino: Aragno, 2008) p. 3.


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