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Voyages en ItalieS

Ciociaria ieri, Ciociaria oggi.

mercoledì 21 agosto 2013 di Michele Santulli

Esiste un patrimonio paesaggistico e turistico italiano che è andato perso. Tra le terre perdute la Ciociaria nel Lazio poco lontana da Roma. Cantata da letterati già nell’antichità e da molti artisti che ne apprezzarono il fascino nei secoli scorsi, oggi appare un territorio defraudato della sua bellezza e della sua storia.

Quel raffinatissimo scrittore che fu Curzio Malaparte allorquando, nel dopo guerra trascorso, risaliva in macchina la penisola partendo da Napoli, man mano che si avvicinava dalle parti di Sessa Aurunca, iniziava a sentire, ci racconta, il sapore e l’odore della Ciociaria e più o meno così commentava: “i ciociari però non sono per il mare…i ciociari sono terrosi e terrigni…preferiscono le asperità dei monti e la terra delle pianure…”. D’accordo o non d’accordo è certo che il mondo folklorico ciociaro a quell’epoca poteva avere, a un olfatto sensibile quale quello di un artista, un sapore e un odore percepibili tuttintorno sprigionati dal paesaggio e vita e mondo circostanti e, in aggiunta, tipico e unico dei luoghi. Oggi al contrario lo scrittore vi respirerebbe la medesima non-aria e non-sapore che si respirano a Gela o a Silvi Marina: cemento armato e asfalto, tra l’altro quasi sempre volgare e triviale, ma sempre distruttivo e alienante.

Che cosa doveva essere mai la terra dei ciociari!

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Il grande poeta tedesco Goethe allorché verso la fine del 1700 nel suo viaggio da Roma a Napoli in carrozza sui blocchi calcarei che rivestivano la Via Appia arrivò in quel di Fondi sfolgorante e verdeggiante nei mille colori degli agrumeti, degli alberi da frutta, dei campi coltivati, il lago variegato e marezzato quasi come una pietra preziosa, tempestato di anatre e di cigni, a sinistra le catene vellutate degli Aurunci e degli Ausoni e a destra il luccichio del mare divino di Ulisse e di Enea, quegli odori, quei sapori, quell’atmosfera unica e mai respirata, quel cielo, quasi - si immagina - lo fecero cadere in deliquio, quasi lo tramortirono e chiaramente scrisse che quello era il luogo dove la sua Mignon - l’essenza del romanticismo tedesco - doveva essere collocata, che chiedeva al suo amante:

“Conosci-tu il paese dove fioriscono i limoni/dove le arance dorate ardono tra le foglie scure/dove uno zefiro dolce soffia giù dal cielo azzurro/dove il mirto si leva silenzioso e l’alloro si alza al cielo?/ Conosci-tu dunque questo paese?/ E’ laggiù, laggiù/ che vorrei migrare con te, o mio amato.”
E chi vuol godere della musicalità della lingua originale, ecco i famosi versi: “Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn/Im dunkeln Laub die Gold-Orangen glühn/Ein sanfter Wind vom blauen Himmel weht/ Die Myrte still und hoch der Lorbeer steht? /Kennst du es wohl?/Dahin! Dahin/Möcht ich mit dir, o mein Geliebter, ziehn.”

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Goethe

E pochi anni dopo verso il 1820 un giovane artista svizzero-francese scriveva ai suoi: “finalmente sono qui… Prima di ora non ho mai vissuto!” Quali concetti eccezionali e anche sorprendenti: che cosa doveva mai essere veramente questo luogo, che sprigionava sensazioni tali da suscitare queste emozioni e questi sentimenti e siffatte incredibili confessioni! Si trovava sui Monti Ausoni, in un paesino perduto su una montagna circondato da foreste di lecci e di querce e di faggi, un paesino che nella Storia dell’Arte ha un nome magico: Sonnino, la terra per antonomasia dei briganti ma dei briganti veri, quelli che assaltavano i convogli e le carrozze che adocchiavano percorrere la Via Appia sottostante e vi piombavano addosso come falchi e saccheggiavano e trucidavano anche, quando il caso: i briganti col cappellaccio a punta, le belle ciocie ai piedi, spesso il fucile a trombone, le decorazioni sul petto fatte di orologi, di monete, di pendenti, di catene, tutto d’oro, depredati a qualche viaggiatore.

E’ L. Léopold Robert che da Roma con la sua cassetta dei colori sulle spalle, a piedi o a cavallo, con qualche amico artista, andava a ritrarre i briganti di Sonnino. E’ stato lui che per primo ha scoperto e inventato e fatto conoscere al mondo i briganti ciociari, i briganti autentici -non quelli politici, feroci e spietati- che trovano il loro araldo famoso in Gasparone, il brigante dei briganti, il re della macchia di Sonnino. Tutto il resto, nella pittura, parte da qui e di conseguenza, tutti i briganti d’Italia venivano vestiti alla ciociara.

E sempre in questo inizio del 1800 un altro massimo artista, questa volta compositore, batteva i paesi e le campagne dei Monti Simbruini ed Ernici, a piedi, nutrendosi di quello che trovava sul cammino, con gli orecchi tesi ai rumori ai suoni alle nenie delle vecchie a quelle dei pifferari e zampognari, avido e mai sazio. Parliamo di Hector Berlioz che ha lasciato pagine musicali splendide dedicate, per esempio, al giovane pifferaro che fa la serenata alla sua bella.

Andando avanti di pochi anni, verso la metà del secolo, ci imbattiamo in un altro tedesco il quale addirittura fu lui che per primo mise ordine e descrisse e quasi inventariò il mondo ciociaro: per primo descrisse e individuò le cioce, parlò del busto delle donne, scoprì e evidenziò i colori sfavillanti degli abiti, parlò dei costumi, della grazia del corpo delle donne, dei modelli, dei cappelli a punta, dei confini geografici di quella che anche lui chiamò Ciociaria, condusse per mano i suoi lettori a visitare luoghi e monumenti, illustrò anche certe situazioni di miseria e di indigenza inimmaginabili, tanto che ad un certo punto troviamo scritto che le bestie venivano trattate meglio degli uomini…Stiamo parlando di Ferdinand Gregorovius .

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Il castello Boncompagni-Viscogliosi e cascata - Isola del Liri

E se andiamo ancora più indietro nel tempo, all’epoca del poeta Orazio, veniamo a conoscenza e per la prima volta in maniera così autorevole, che i beni più ambiti e più preziosi nel mondo romano erano: le messi feraci della Sardegna, gli armenti ricchi della assolata Calabria, l’oro, l’avorio indiano e i campi bagnati dall’acqua placida del silente Liri. (Nella lingua originaria: Orazio, I Libro, ode 31: Non opimae/ Sardiniae segetes feraces,/ non aestuosae grata Calabriae/ armenta, non aurum aut ebur Indicum,/ non rura quae Liris quieta/ mordet aqua taciturnus amnis./ ). Fino a pochi anni addietro doveva dunque essere uno spettacolo di altissima suggestione e di fascinazione dai balconi naturali di Patrica, di Morolo, di Supino e anche di Anagni, Ferentino vedere ai propri piedi distendersi la piana verdeggiante di coltivazioni e di alberi solcata dai fiumi Sacco e Liri.

Il disastro e il massacro criminali perpetrati negli ultimi anni in questi luoghi nella indifferenza generale e per iniziativa beneaugurante di politici sciagurati e scellerati è quanto di più deteriore e distruttivo si poteva realizzare. Senza menzionare lo sperpero immenso di soldi pubblici. Che ancora continua.

Michele Santulli


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