Altritaliani

Vincenzo Cerami: muore un grande scrittore e sceneggiatore italiano.

venerdì 19 luglio 2013 di Armando Lostaglio

“Le istituzioni aiutino il cinema, ma il cinema non deve essere istituzionalizzato”. Questo il messaggio forte scaturito dall’incontro che qualche tempo fa abbiamo avuto con Vincenzo Cerami. E’ morto a Roma un grande scrittore, ironico osservatore del nostro tempo. Mancherà per la sua capacità di essere semplice e profondo.

Il suo talento narrativo ha firmato diversi film che hanno dato prestigio al cinema italiano, facendo conoscere e commuovere con opere terribilmente forti come “La vita è bella”, appunto, che gli è valso, tra gli altri, l’Oscar per la sceneggiatura. Un film nel quale inizialmente non erano in molti a crederci. Eppure è fra i film più amati al mondo. Di certo quel film ha segnato la sua vita, la carriera, e la maniera di mettere a frutto il suo talento.

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Roberto Benigni con Vincenzo Cerami

“Il talento della scrittura – afferma - è quello più difficile in assoluto. Per creare un impianto narrativo in grado di funzionare è necessaria un’inclinazione pura. E’ fondamentale partire bene, dall’idea, al soggetto, alla sceneggiatura. Non è come per gli altri ‘mestieri del cinema, per i quali esistono anche tecniche e precetti".

La sua è stata una carriera alquanto versatile, iniziata con Pier Paolo Pasolini, di cui fu aiuto regista per “Uccellacci e Uccellini”, del 1966, con Totò, mentre da ragazzo fu suo allievo alle scuole medie.

E’ del ’76 il suo primo romanzo "Un borghese piccolo piccolo" portato l’anno dopo sullo schermo da Mario Monicelli con Sordi: grande successo di pubblico. Delle sue moltissime collaborazioni, ricordiamo quella con Gianni Amelio per "Colpire al cuore" (1982), "I ragazzi di via Panisperna" (1989) e "Porte aperte" (1990); con Marco Bellocchio per "Salto nel vuoto" (1980) e "Gli occhi, la bocca" (1982); con Giuseppe Bertolucci per "Segreti, segreti" (1984), con Francesca Comencini per "Pianoforte" (1985), con Ettore Scola per "Il viaggio di Capitan Fracassa" (1990), con Antonio Albanese per "Uomo d’acqua dolce" (1997) e "La fame e la sete" (1999). Di grande successo i suoi script ideati assieme a Benigni: "Il piccolo diavolo" (1988), "Johnny Stecchino" (1991), "Il mostro" (1994), "La vita è bella" (1997).

Anni vissuti in sordina, all’ombra di autori grandi. Grandi come Pier Paolo Pasolini, o Mario Monicelli, o Ettore Scola, o Gianni Amelio, oltre allo stesso Benigni.

Ma fu Pasolini a toccare nel profondo il suo animo. Di questo parla con un entusiasmo genuino:
“A seguito della difterite contratta a dieci anni - ci raccontava - appesantiì il mio stato di timidezza. A scuola, come fra gli amici, parlavo poco. Studiavo molto a casa, però non riuscivo a rispondere alle interrogazioni. Venni bocciato alla prima media, frequentavo le scuole a Ciampino, dove abitavo. Quell’anno avevo notato a scuola un giovane professore di lettere che insegnava alla terza media. Aveva meno di trent’anni ed era noto fra i ragazzi perché giocava molto bene a pallone. Il suo nome era Pier Paolo Pasolini. A noi sembrava un po’ un extraterrestre per via del suo accento nordico e anche per l’importanza che dava ai libri e alla poesia. Le ebbi in prima media, l’anno in cui dovetti ripetere. In classe i compagni leggevano pochissimo e anch’io a casa non avevo molti libri: mio padre - continua - era un militare e dava la giusta importanza all’istruzione di base. Fu in classe che scoprii la sua intensità didattica: mentre faceva lezione, passava per i banchi e talvolta mi dava uno scappellotto scherzoso. E così mi riuscì di aprirmi, di rispondere alle domande e andare avanti, di comunicare insomma. Presi coraggio e gli chiesi un giorno: professore, cos’è la metempsicosi? Io lo sapevo, ma era un modo come un altro per aprire un dialogo che non fosse solo scolastico. Il professore mi guardò sorridendo, ma non ricordo quale fosse la risposta. Ricordo solo che fu molto affettuosa”.

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Cerami, Arlo e Lostaglio, autore dell’articolo

“Scrivere – concludeva - è come obbedire a dei meccanismi da cui non si può prescindere. Lo scrittore è qualcuno che istintivamente e non programmaticamente cerca di mettere in mostra (o in scena) qualcosa che è già davanti agli occhi di tutti.”

Scrivere come istinto, insomma, ma scrivere un’opera come “La vita è bella” non può ridursi ad un racconto qualsiasi e basta, se non si ha dentro un sensibilità straordinaria. La poesia dell’infanzia (della sua infanzia) sarà servita senz’altro anche a questo.

Armando Lostaglio


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