Altritaliani

Elsa Morante e Paolo VI nell’appello ai brigatisti per la liberazione di Aldo Moro.

sabato 15 giugno 2013 di Rosa Chiara Vitolo

La riduzione in prigionìa dell’onorevole Moro spinse l’opinione pubblica attiva a impegnarsi per ottenerne la liberazione. Le basi ideologiche e la formazione culturale dei due firmatari sono divergenti, nonostante restino univoci referente e indirizzo: le Brigate Rosse del nucleo romano. Negli anni di piombo, Elsa Morante scrive e non manda l’appello; invece Paolo VI consegna il suo al destinatario, portando a termine la naturale funzione della scrittura pubblica orientata all’azione.

16 Marzo - 9 Maggio 1978. Aldo Moro resta prigioniero politico sul suolo italiano per cinquantacinque giorni. Partire dalle date è uno dei modi possibili di avvicinamento al dato storico finale: la morte violenta di uno dei personaggi chiave dello scenario politico italiano. Chiusura del mantello del terrore su una cronaca nera rintracciabile persino nella memoria dei molti non presenti in Via Caetani a Roma, all’apertura del portabagagli spalancato sul cadavere familiare dell’onorevole. L’Italia sanguinava nel perdere la verginità. Se oggi si ha il vantaggio di ereditare indicazioni di nomi e facce coinvolte a vario titolo nella vicenda è perché, man mano che si fa più piccola nell’occhiale intellettuale puntato sui grandi processi con vantaggio temporale, la Storia diventa meglio dettagliabile. Se non sono più del tutto anonimi gli esecutori del crimine di pasoliniana predizione («Io so i nomi», apparso sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974, era riferito alla strage di Piazza Fontana di poco precedente), sono altrettanto noti gli obiettivi dell’attacco al cuore del governo del “compromesso storico” da parte dei brigatisti:

«Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino a oggi il gerarca più autorevole, il "teorico" e lo "stratega" indiscusso di questo regime democristiano che da trenta anni opprime il popolo italiano [...] la controrivoluzione imperialista [...] ha avuto in Aldo Moro il padrino politico e l’esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste». (B.R. Primo Comunicato).

Moro è deprezzato spregiativamente quale «padrino» (e non «padre») dei reflussi imperialisti, con mire centraliste ufficiali e ufficiose; una sua eliminazione comporterebbe il segno tangibile e visibile della serietà dei tifosi del Partito della Paura al Potere. L’omicidio, forse effettivamente non premeditato, è stata una vicenda che, a descriverla con occhi moderni, implicherebbe semanticamente il concetto di risonanza mediatica. Al tempo funzionò come innesco di propositi guerrafondai e di precauzioni da resistenza. Per difendersi, almeno dalla paura, si correvano a prendere i figli a scuola anche se ci si trovava in città lontane dalla capitale, si usciva il meno possibile e si evitavano i luoghi deputati ai servizi: banche, mercati, percorsi a grande scorrimento, anche su rotaia. Non a caso si è parlato di «lotta simulata» [1], di armi giocattolo detenute, però, per far fronte a piani spaventosamente concreti.
Considerate le non poche bolle di anidride carbonica che ricoprono ancora a distanza di trenta anni la vicenda, il mio cavalletto di osservazione è puntato a delimitare il corpus linguistico offerto dai testi di Elsa Morante [2] e di Paolo VI in difesa di Moro.

La Morante non è alle prime armi in materia di scambi epistolari: aveva già alle spalle copiosi scambi con personalità di spicco in vari settori; dal compagno Moravia alla collega Ginzburg, da Vittorio Gassman a Giulio Einaudi. Nemmeno il processo di scrittura e ripudio della sua stessa bibliografia le era sconosciuto, tanto da mettere in discussione il premio Strega ottenuto con il fortunato L’isola di Arturo nel 1957. Il testo autocensurato si inscrive in un repertorio epistolare che rimodula i canoni classici nel rapporto univoco mittente- oggetto- destinatario poiché, dall’inizio alla fine, Moro non è mai citato. L’appello diventa così un passepartout valido per ogni condanna del sopruso e della criminalità organizzata; non soltanto un’invettiva pro Moro, ma anche e soprattutto pro domo nostra (l’Italia).

«So che la presente mia lettera, a ogni giudizio obiettivo e attuale non può apparire se non un vaniloquio ridicolo, idiota e scandaloso; (oltre che agli effetti pratici, un campione senza valore). E tale, anzitutto, apparirà ai miei presunti destinatari. […] Rivolgendomi a voi brigat. (rimosso l’orrore per la mia natura di fronte a ogni violenza che mi farebbe ammutolire) io mi sforzo di non dubitare, almeno, che voi crediate in piena fede ai motivi da voi dichiarati per le vostre azioni; ossia che voi siate davvero, ai vostri propri occhi, dei rivoluzionari […].»

Se da una parte l’introduzione, con la sua retorica captatio benevolentiae e l’ammissione di inadeguatezza a denunciare il misfatto rispetti i dettami classici di ouverture dell’arringa, dall’altra allude e si conforma all’ignoranza degli interlocutori e del loro pubblico, svelata in coda:

«Voi per la vostra giovane età, non avete sperimentato sulla vostra carne la storia di questo secolo. Forse non l’avete abbastanza studiata (nemmeno quella più recente) e contate sull’ignoranza e l’inesperienza di altri giovani per farne i vostri seguaci […]»

I brigatisti sono accorciati in «brigat.», quasi a volerne rimpicciolire, fin già nell’epiteto, la potenza. L’idiozia pensata per sé è traslitterata sulla debolezza di basi ideologiche rivoluzionarie del gruppo indistinto di uomini dall’altra parte della penna.
La Rivoluzione è letteralmente «stuprata e tradita», mentre dovrebbe rimanere garante di moralità di ogni società democratica. Sono presenti una semantica e una morfologia che tradiscono l’identità di genere (femminile) dell’autrice, allusivi alla sfera sessuale vista dalla parte di chi, potenzialmente, ha presente la condizione passiva di stupro e di tradimento delle idee e del corpo. Il riferimento alla fisicità è agganciato e rovesciato al successivo utilizzo della coppia di aggettivi tutta al maschile «castrati e servi», sagomata sui seguaci dei brigatisti. Il climax nei contenuti è raggiunto con un riferimento di motto a Machiavelli a denunciare finalmente una presa di posizione:

«E il primo equivoco è stato di scrivere, su queste bandiere, il motto nazionale: il fine giustifica i mezzi. Questo principio (non per niente sventolato da Benito Mussolini e da suoi simili per le loro ‘rivoluzioni’) è sicura insegna di falsità. Anzi la verità sta nel suo rovescio: I mezzi denunciano il fine».

La dote di preveggenza del consigliere del Principe per eccellenza è qui accostata in ossimoro alla falsità certa di ogni pronostico sulla lungimiranza dei brigatisti. La citazione letteraria ricomposta in sillogismo (in cui «il fine» occupa le posizioni iniziale e finale) appare geniale nella messa in evidenza della cifra “stilistica” dei destinatari: le armi del terrore anticipano le dietrologie e le ambizioni confuse che vi sono sottese. Il vero colpo di coda è, tuttavia, nella non-chiusura: Elsa Morante non mette il punto fermo al suo scritto, augurandosi «di non vivere abbastanza per assistere a nuovi totalitarismi». L’aporia della punteggiatura pone la scrittura sotto una luce di incompiutezza che enfatizza ancor di più lo sforzo etico di spigolare i motivi del disprezzo con la costruzione in parole.
Esempio di intellettuale impegnata, ma non fino in fondo militante (sebbene l’attività di traduzione di saggistica civile e di romanzi stranieri fosse a tutti gli effetti un viatico all’attivismo e alla mediazione culturale), l’autrice prende una posizione che rimane intenzione, ancora una volta rinnegata nelle finalità. Il suo “lasciato, ma non perso” ne rende comunque complessa l’iscrizione ad un gruppo collettivo specifico. Si parla infatti di intellettuale militante all’opposizione, di intellettuale di supporto, ingaggiato dal sistema al potere e, infine, di intellettuale isolato, ridotto al silenzio e all’esclusione dalla scena pubblica. La lettera non consegnata induce a pensare ad un collocamento della Morante nelle fila dei savants del terzo tipo. Lo strappo causato dall’autocensura e dal vaticinio finale con l’uso verbale desiderativo «io mi auguro» ne è un indizio e una marca.

Di opposta natura stilistica e contenutistica appare, invece, il messaggio del 22 aprile 1978 di Papa Paolo VI [3]:

«Io scrivo a voi, uomini delle Brigate Rosse: restituite alla libertà, alla sua famiglia, alla vita civile l’onorevole Aldo Moro. Io non vi conosco, e non ho modo d’avere alcun contatto con voi. Per questo vi scrivo pubblicamente […] ».

I brigatisti sono chiamati subito in causa con un programma dichiaratamente allocutivo (il vocativo “voi” chiarifica da subito direzione e verso della comunicazione). Le coordinate del messaggio sono corredate, inoltre, dal nome più volte espresso dell’onorevole per cadere sul tono quasi paternalistico della chiosa finale («pur sempre amandovi»). Su un piano sintattico, la presa di distanza con la negazione di conoscenza («Io non vi conosco») cozza con l’avverbio di modo «pubblicamente», teso a rafforzare l’intento sociale del messaggio. Moro è “presentato” con climax ascendente positivo (laddove la Morante aveva incalzato con la negazione aggettivale per i suoi aguzzini), agli stessi «fratelli» che lo tengono in cattività:

«Uomo buono ed onesto, che nessuno può incolpare di qualsiasi reato, o accusare di scarso senso sociale e di mancato servizio alla giustizia e alla pacifica convivenza civile. Io non ho alcun mandato nei suoi confronti, né sono legato da alcun interesse privato verso di lui. Ma lo amo come membro della grande famiglia umana, come amico di studi, e a titolo del tutto particolare, come fratello di fede e come figlio della Chiesa di Cristo»

Verso la fine arriva la preghiera a marchiare, più che marcare, il lessico dell’autorevole scrittore:

«[…] vi prego in ginocchio, liberate l’onorevole Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni, non tanto per motivo della mia umile e affettuosa intercessione, ma in virtù della sua dignità di comune fratello in umanità […]»

La firma del pontefice apposta in calce, sigillo inconfondibile del e «Dal Vaticano», in conformità alle norme latine di citazione titolare («PAULUS PP. VI»), si incorpora uniformemente al registro formale e moraleggiante sotteso a tutto il testo. Il lessico disseminato nell’ossatura del corpus trova il suo centro nella semantica propria della confessione religiosa: «membro della famiglia; fratello di fede; figlio della Chiesa di Cristo» e ancora in ami-lemmi non neutrali quali «coscienza, animi, timore, vendetta, intercessione».

Ogni lasciato è perso? La proposta di una lettura contrastiva e intertestuale dei due lasciti ritengo possa evidenziare non soltanto le idiosincrasie degli autori e i loro temperamenti divergenti, ovvi se non altro per il jeu de rȏles che i due avevano all’epoca dei fatti. Elsa Morante è donna e scrittrice di romanzi tendenzialmente storico autobiografici, Paolo VI è il reggente della barca di Cristo in un momento storico difficile che, vox populi, fa un passo avanti e uno indietro; è a tratti “comunista” e ad altri “riformatore”, avanza temerario e sopporta cireneo. La Morante auspica per sé la morte vicina per non vedere come va a finire la (grande) Storia, mentre il Montini uomo muore esausto nel ravvicinato agosto dello stesso 1978. Tuttavia, chiudersi nelle definizioni proprio sul finale sconfesserebbe ogni linea di lettura dei fatti seria e sposterebbe il passo in zone minate dove si cammina sul filo del rasoio. Il nodo principale mi sembra invece stringere intorno alla funzione della scrittura impegnata. Cosa si affida alla pubblicazione e cosa rimane inedito? Chi è più ignoto tra la scrittrice che non preme invio e i brigatisti che spingono Moro a scrivere in modalità autoreferenziale per la propria scarcerazione? Chi è più collega e amico tra l’autrice che non nomina mai l’oggetto della sua supplica e il Papa che definisce Moro amico, confidente e alleato di un riformismo, seppur pericolosamente accorto e coagulante? Quale linguaggio punta più al cuore rosso dei destinatari: quello autentico e sincretico della Morante o quello stereotipato di Paolo VI? Interrogativi che rendono ancora più saldo il gancio tra intellettuale e potere.

Infine credo si possano distinguere almeno due piani di analisi. Il primo investe il dovere di azione dell’intellettuale sugli eventi sociali e il secondo concerne le leve da azionare per orientare efficacemente tale azione. La lettera papale martella sui tasti della preghiera che, qualora rimanesse inascoltata, innescherebbe la vendetta divina («Iddio vindice dei morti», in posizione finale nel testo, aspira ad essere il deterrente più grande) e pertanto rimanda cataforicamente ad un giudizio storico in un secondo momento e in altri mondi. La mancata e-mittenza della Morante, all’opposto, in un appello che rimane senza firma e per questo ancor più corale, resta ancorato al mondo reale dell’al di qua, ad un giudizio della micro e macro storia di quei vivi che valuteranno a posteriori le azioni dei brigatisti («Voglio credere che non vi rendiate conto della corruzione che potreste esercitare così, sulle loro coscienze (rif. alle generazioni future), né delle conseguenze innominabili che ne ricadrebbero su di loro») e decideranno se farsene partigiani o dissidenti.

Rosa Chiara Vitolo

Per ulteriori riferimenti bibliografici si rimanda, tra i molteplici testi autorevoli a disposizione degli studiosi del tema, a:

-  Leonardo Sciascia, L’affaire Moro, Adelphi, 2003 (prima edizione: Sellerio, 1978);
-  Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Nuova Eri, Mondadori, 1989;
-  Benedetta Tobagi, Come mi batte forte il tuo cuore, Giulio Einaudi, 2009.

- Sono grata all’Università per Stranieri di Perugia (Proff. Diodato, Costamagna, Calitti e Chiacchella coordinatori e relatori dei moduli culturali e linguistici) per gli spunti molteplici avuti sugli Anni di Piombo durante il Corso di perfezionamento per insegnanti di italiano all’estero tenuto a Perugia nel luglio scorso. Le probabili imprecisioni sono, invece, totalmente a mio carico n.d.r.

[1Cfr Campi A., in un articolo apparso in Sacconi e la (cattiva) memoria degli “anni di piombo” in Istituto di Politica, ed. Il Rubettino, 2003, Perugia. « […] nella discussione pubblica torna lo spettro di quella che a sua tempo fu percepita (e finanche vissuta) alla stregua di una vera e propria “guerra civile”, magari a bassa intensità o soltanto simulata nelle forme, ma pur sempre ricalcata sul modello delle lotte intestine che gli italiani avevano già sperimentato nel corso della loro storia unitaria». Il concetto di “guerra civile simulata” si ritrova prima in Manconi L., Terroristi italiani, Le brigate rosse e la guerra totale, 1970-2008, Rizzoli, 2008. I corsivi sono miei.

[2La Lettera alle Brigate Rosse, datata 20 marzo 1978, incompiuta, è stata pubblicata su "Paragone" n. 7 (456), 1988, dove può essere letta integralmente.

[3Per il testo completo si veda Paolo VI e la tragedia di Moro. 55 giorni di ansie, tentativi, speranze e assurda crudeltà, a cura di Pasquale Macchi, Ed. Rusconi, Milano 1998 e Enzo DI NATALI, Il dopo Concilio ad Agrigento e i cattolici del dissenso. Agrigento, Centro Culturale Editoriale Pier Paolo Pasolini, 2004.


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