Altritaliani

Presidenzialismo? No grazie.

domenica 9 giugno 2013 di Nicola Guarino

Mentre i sindacati e la Confindustria continuano a denunciare la situazione disperata del paese. Il governo, che ha ereditato da Monti l’uscita dalla procedura d’infrazione europea, a distanza di due mesi dall’insediamento, continua a baloccarsi e a perdere tempo. Ora il tema del giorno è addirittura il presidenzialismo. Ma come si fa?

“Ah! Poter far un ultimo convegno per abolire tutti i convegni!”

Maïakovski

Per comprendere la politica italiana, come suol dirsi, ci vogliono nervi. Mentre il paese fa i conti con una recessione che ancora per tutto il 2013 dovrebbe perdurare pericolosamente, mentre nel 2012, dati Confindustria, si sono persi 55mila attività imprenditoriali, mentre la disoccupazione, dati ISTAT, è salita ancora nell’ultimo trimestre con un tasso del 40,1% di giovani inocuppati con circa due milioni e duecentomila giovani che non hanno lavoro e che dopo i 14 anni rinunciano finanche ad una formazione scolastica, mentre si è ad un soffio dall’aumento dell’IVA che scatta a Luglio con il suo gravame sulle famiglie ma anche sulle imprese, con costi che lievitando renderanno, se possibile, ancora più drammatica l’attuale fase recessiva, mentre la Camusso ma tutti i sindacati invocano giustamente provvedimenti urgenti per il lavoro e l’impresa, all’unisono con Squinzi per la Confindustria, al punto che si è raggiunto uno storico obbiettivo d’intesa tra i sindacati e l’associazione degli imprenditori, il governo Letta si trova a baloccarsi, sotto il pressing del PDL che prima chiede l’abolizione dell’IMU, poi vorrebbe imporre il presidenzialismo, addirittura anteponendolo alla modifica del “porcellum”.

L’ultima boutade di Berlusconi e dei suoi colonnelli è appunto la radicale modificazione della Carta Costituzionale per arrivare ad un sistema che grosso modo potrebbe essere alla francese (si vedrà poi sul tema doppio turno cosa si deciderà). Paradossalmente, in questo quadro cosi precario, Letta, non più contraddetto dal Presidente Napolitano, arriva a prevedere il compimento della legislatura per l’attuale governo di “servizio”, come ebbe a definirlo. Quindi dai diciotto mesi iniziali (ne resterebbero sedici) si prospetta il compimento dell’opera entro il 2017, una evidente contraddizione politica.

Epifani correttamente, ha ricordato, nell’ultima direzione del PD, che il suo partito è pronto a tutto che non puo’ e non vuole esporsi a ricatti né sulle vicende giudiziarie del cavaliere (che presto avranno una svolta), né sul tema delle riforme istituzionali, per le quali vi sono cose facilmente realizzabili perché, a meno a parole, tutto il parlamento sembra ben disposto.

Proprio per questo il delicato tema del presidenzialismo non puo’ essere al primo posto in una situazione cosi emergenziale come quella descritta per sommi capi e che concretamente è vissuta e sofferta nel paese. Aggiungo il sospetto che il proporre cose troppo ambiziose in Italia porta all’inconcludenza. In questa fase sarebbe meglio volare basso (D’Alema e la costituente insegnano).

Il tema del presidenzialismo è interessante, ma personalmente credo che nell’attuale fase di declino della seconda repubblica, con un sistema di partiti estremamente fragile, con una destra che ancora si fonda sul partito azienda di Berlusconi, dopo il fallimento dei tentativi di costruire una destra liberale, moderna ed europea e nell’assenza sostanziale finanche di un più tradizionale partito conservatore, con una sinistra che fatica ancora a definire un suo progetto futuro che è stretto nelle “democratiche conflittualità” del PD, con un partito pur esso personalizzato (parliamo di Grillo) che canalizza una confusa e contradditoria protesta antisistema (risulta finanche difficile definire cosa sia oggi sistema), l’idea di un’ulteriore personalizzazione della politica con un presidente “regnante” alla francese è cosa troppo complessa e che rischierebbe di tenere in vita un modello di democrazia-non democrazia, rischiosissimo per la stabilità delle nostre istituzioni.

Personalmente non sono certo della bontà di una svolta presidenzialista, tuttavia credo che questa, in ogni caso, dovrebbe essere l’arrivo di un percorso ricostruttivo della politica italiana che non puo’ prescindere dalla fine della seconda repubblica e dal sorgere di una fase storica nuova nel paese.

Lo dico con dolore, ma trovo troppo scarsa la storia politica e democratica di partiti come il PDL o il M5S. Bisognerebbe evitare questo mantenimento in vita della seconda repubblica, occorrerebbe che la politica oltre alle piazze virtuali si riappropriasse delle piazze reali. Necessiterebbe una crescita del coinvolgimento dei cittadini nella vita e nelle responsabilità politiche. Cosa del resto desiderata da molti se è vero, come è vero, che ogni qualvolta i cittadini sono stati sinceramente coinvolti nei processi democratici del paese, non si sono mai tirati indietro. Come nelle battaglie referendarie contro il nucleare o per l’acqua bene pubblico per citare alcuni esempi.

La voglia di partecipazione della gente è reale a volte, su alcune battaglie civili, è finanche trasversale e in quegli esempi (come il caso di “Se non ora quando”) io vedo i germi di una nuova politica dove destra e sinistra potranno legittimarsi non più nel nome della Costituzione nata dalla resistenza e nemmeno per necessità come accade oggi con il governo Letta, ma nel nome di valori democratici europei, condivisi e condivisibili, come avviene in Germania, in Francia o in tanti paesi del nord Europa. Solo allora (finita la seconda repubblica) si potra concretamente mettere mano alla Costituzione. Anche perché il presidenzialismo, qualora si volesse realizzarlo, è qualcosa che impone una profondissima trasformazione della nostra Carta fondativa. Nell’attuale concezione il presidente non solo non è espressione di volontà popolare ma nemmeno gli è richiesto di esserlo. Attualmente oserei dire che il presidente è esattamente il contrario. E’ il garante della Costituzione ma soprattutto è colui che, per dirla con Alexis de Tocqueville, garantisce che la maggioranza non si faccia dittatura a danno della minoranza. In tal senso il Capo dello Stato è espressione dell’unità nazionale, non il semplice firmatario delle decisioni della maggioranza.

Proprio l’idea berlusconiana che si sintetizza in: “Ho la maggioranza faccio quello che voglio e nessun magistrato e nessuna altra istituzione deve impedirmelo” è un assunto non solo contro la sinistra perdente alle elezioni, ma è anche contro la tradizione liberale e quindi se si vuole una minaccia per la stessa destra democratica. Peraltro, l’anomalia berlusconiana, nel modello democratico occidentale ed europeo, ha finito per partorire un’ulteriore anomalia, quella grillina, che sta ammalando ulteriormente questo nostro paese e che rende quindi ancora più urgente la rapida conclusione di questa fase storica berlusconiana.

Nel costante rischio quindi di scivolate demagogiche in cui si muove, non senza coraggio, ma troppo lentamente, l’attuale governo viene da porsi la domanda se effettivamente non si stiano perdendo di vista, giorno dopo giorno, i concreti obbiettivi per cui Napolitano si è sacrificato al reincarico e la destra e sinistra, non senza sofferenza, hanno accettato per il bene dell’Italia d’incontrarsi.

Alcune domande.

Invece di parlare di presidenzialismo, quando si approverà l’abolizione delle Provincie, da tutti invocata? Quando si approverà la sostituzione del Senato della Repubblica con la Camera delle Regioni con funzione meramente consultiva, e che oltretutto non richiederebbe costi, visto che i rappresentanti sarebbero nominati proporzionalmente dagli stessi Consigli regionali eletti? Quando si ridurra la Camera della metà? Era proprio necessario questo strascico di tre anni per abolire finalmente il finanziamento pubblico dei partiti?

Invece di parlare di rinuncia dei circa 4 miliardi di euro per il pagamento dell’IMU (fatta salva la famosa e mai realizzata rimodulazione), quando, finalmente, le imprese potranno ottenere il pagamento dei propri crediti dallo Stato? E’ bene ricordare che tale pagamento è stato approvato all’unanimità dal parlamento.

Invece di parlare d’IMU non si potrebbe parlare di defiscalizzazione degli oneri sociali per le imprese che assumono giovani, ma soprattutto più che parlarne (esercizio in cui gli ultimi governi hanno dimostrato indubbia capacità) non si puo’ sollecitamente passare all’approvazione? Quando ci si deciderà ad abbassare il cuneo fiscale per le imprese?

Usciti grazie a Monti dalla procedura di infrazione in Europa, non dovevamo realizzare un tesoretto da reinvestire produttivamente? La realtà è che questo lo vedremo, se mai lo vedremo, solo dal 2014, ma almeno non si potrebbe dare fiato ai comuni virtuosi, abolendo per questi il patto di stabilità come invoca da tempo l’ANCI, liberando cosi risorse per il paese?

Un paese che ha i costi più alti per il lavoro e gli stipendi più bassi d’Europa, non è un paese normale.

A quasi due mesi dall’insediamento di questo governo avere il timore che ci risiamo, nella tradizione berlusconiana, alla politica degli annunci è più che legittimo. Si dice sempre che il paese non puo’ più attendere, lo si diceva nel 2008 con Berlusconi, nel 2011 con Monti ed eccoci qui con Letta. Non si tratta di impazienza si tratta che il paese è in coma dopo 20 anni di vana attesa e che più tempo passa per risvegliarlo e più sarà difficile che possa riprendersi.

Ecco quindi che gli italiani assistono (quelli che non sono ormai rassegnati al limite della narcosi) son stupore ed indignazione al dibattito sui saggi da nominare per le riforme istituzionali: 25, no facciamo 35, quali compiti dare, che tempi di discussione....ed altre facezie.

La realtà è che l’attuale miope classe politica, non ha intenzione di andare ad elezioni con una nuova legge elettorale. Si è in un limbo, dove i partiti personalizzati (leggi Berlusconi e Grillo) per opposti motivi vorrebbero mantenere l’attuale parlamento. Finché vivono i loro leader vivranno il PDL e i grillini+Grillo, quindi alle vecchie volpi del PDL non conviene rischiare una nuova elezione e si sa che se si va subito a cambiare la legge Calderoli, sarà più difficile ricattare Letta. Quanto ai grillini+Grillo, questi ormai si sono fatti conoscere e non potrebbero mai più realizzare una tale performance di voti. Lo stesso PD, ad eccezione, guarda caso, dei renziani, non desidera nuove elezioni, malgrado il confortante dato delle ultime amministrative, che lascia intendere che la stagione dei partiti populisti e personalizzati sta finendo, perché, anche se ipocritamente nel PD si sostiene che Renzi è una risorsa, in realtà i sondaggi tutti, sembrano dare ragione ad un cambio politico nel PD e in Italia che si aprirebbe con Renzi, a meno sulla carta, a prospettive più favorevoli.

La realtà è che la prospettiva di una quasi certa vittoria del PD con Renzi crea disappunto in alcune correnti dei democratici, specie quelle che hanno gestito (evidentemente male) l’antiberlusconismo in questi venti anni. Ed allora ecco riapparire le vecchie logiche di bottega (oscura) e quindi il prevalere di logiche egoistiche e di potere sul prevalente interesse del paese.

Gli ormai anacronistici talk-show politici continuano a fare diseducazione politica, proponendo dei paralleli da brivido come quello tra Renzi, Grillo e Berlusconi. Basterebbe ricordare che Berlusconi è il proprietario del PDL, Grillo è il proprietario del M5S, ma non credo che nessuno possa dire, fortunatamente, che Renzi sia il proprietario del PD. I grillini a tal proprosito dovrebbero meditare sul fatto, non marginale, che il PDL somiglia molto al M5S molto più che al PD- L, come con sarcasmo dice il loro padrone.

Il presidenzialismo è argomento serio, importante e ponderoso, che, come detto, richiederebbe una riflessione tra forze politiche, ma veramente politiche come lo erano quelle che diedero vita alla nostra Costituzione. Francamente una discussione tra tre forze politiche aggiungendo con qualche fatica, Scelta civica e SEL, un imprenditore ed un comico, per trasformare la forma di governo in Italia appare poco credibile, specie in un contesto economico e del lavoro cosi sofferto.

Pertanto, bene farebbe Letta ad essere in sintonia con Epifani e con quanto deciso dalla direzione del suo partito. Concentrandosi con l’appoggio di Napolitano sull’essenziale, su quelle cose che come disse Alfano, non dividono e di cui abbiamo dato un piccolo ed incompleto elenco. Altrimenti, il rischio e che si continui a tergiversare, a rinviara su ogni provvedimento, a nominare commissioni, che nominano nuove commissioni che nominano consulenti che si incontrano con saggi, che relazionano a consulte e cosi fino alla fine dei nostri giorni.

Nicola Guarino


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