Altritaliani

Scuola elementare italiana e Fascismo

domenica 2 giugno 2013 di Armando Lostaglio

Il libro di Stato, dello Stato fascista, dovrà essere un capolavoro didattico e tecnico; il suo contenuto deve educare gli adolescenti nella nuova atmosfera creata dal Fascismo e plasmare loro una coscienza consapevole dei doveri del cittadino fascista”.

Dalle testuali parole di Benito Mussolini pronunciate il primo novembre del 1928 per l’insediamento della Commissione sui libri di testo, si comprende l’importanza della didattica ai fini di quell’impronta che il regime del Ventennio intendeva inculcare nelle nuove generazioni. Infatti, per Mussolini “la scuola italiana in tutti i suoi gradi e i suoi insegnamenti si ispiri alle idealità del Fascismo, educhi la gioventù italiana a comprendere il Fascismo, a nobilitarsi e vivere nel clima creato dalla Rivoluzione Fascista”.

L’indottrinamento veniva pertanto programmato in ogni meandro e ad ogni livello, facendo della scuola il luogo prediletto e sostenuto ai fini della propaganda e la formazione del pensiero già dalla tenera infanzia.

Muovendosi su questo terreno complesso e delicato, Matteo Alfredo Bocchetti ha da poco dato alle stampe (per le Edizioni Giuseppe Laterza, Bari) “La scuola elementare nel ventennio fascista”, un corposo volume nelle cui 320 pagine si intravede il piglio del ricercatore, dello storico, e in particolare dell’uomo di scuola che ha dedicato decenni in particolare a quella dell’infanzia, avendo ricoperto il difficile quanto entusiasmante ruolo di direttore didattico (o “dirigente scolastico” nel lessico aggiornato). E proprio la scuola è stata al centro di precedenti pubblicazioni di Bocchetti: “Suor Francesca Semperini maestra” (San Paolo, 2008); “Perché non va il maestro unico” (Edizioni Armando, 2009); “L’apprendimento unitario ovvero l’UDA nella Scuola-Territorio” (2019) e “L’antipedagogia dei politici” (Edizioni Armando, 2012).

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Un pragmatico percorso, dunque, che denota l’impegno di Bocchetti al servizio della ricerca quale fine per “capire l’essenza ed il significato dei fatti storici”. Per questo, sostiene l’autore, “mi sono rivolto ai documenti scolastici, alle cronache scritte dagli insegnanti di piccole e grandi scuole elementari durante il ventennio: cronache autentiche, quadri vivi di contesti scolastici che, pur diversi per contesti e tradizioni, diventavano simili per organizzazione didattica e strategie di intervento”. L’analisi infatti si muove in diversi ambiti e sugli archivi dei Circoli didattici: dalla Basilicata (Rionero in Vulture sua città natale e di servizio, e quindi Lavello) alla Toscana (Montevarchi vicino Arezzo), da Napoli a Bari, mettendo in risalto la rete di relazione fra gerarchi e dirigenti, succubi o plagiati da direttive imposte, con rarissimi esempi di “reazione” ad una tale violenza sulla formazione e la didattica. Perciò diventa importante, ammette Bocchetti, far conoscere tali documenti per affermare sempre più il valore della democrazia dell’educazione.

La lettura del testo, con una elegante copertina nera su cui campeggia l’immagine della scuola di Lavello a forma di “M” come Mussolini, arricchisce oltremodo circa i contenuti di una scuola che deve evolversi verso un sempre più partecipato coinvolgimento della famiglia e del territorio. Lo scrittore, da buon storico, non lancia tuttavia accuse, cerca di contestualizzare il periodo in questione, mettendo in luce sprazzi di competenza e oculatezza, come in Giuseppe Lombardo Radice.

Certo è che quella scuola ha poi avuto ricadute, nel bene e nel male, negli andamenti culturali politici ed economici dei decenni successivi. Una analisi questa che riporta alla memoria un recente film dell’austriaco Michael Haneke, vincitore nel 2009 della Palma d’oro a Cannes, “Il nastro bianco”. Il capolavoro analizza la generazione che è stata rigidamente educata, in un villaggio austriaco, prima dei grandi conflitti mondiali, e quindi della nascita del nazismo.
L’opprimente conservatorismo proprio della società austriaca dell’epoca, secondo il regista, ha generato dei mostri: nella cattiveria fine a sé di quei bambini (peraltro scoperta da un giovane insegnante) quale valvola di sfogo alle vessazioni subite da parte dei genitori. La condanna di Haneke è netta: quei bambini, una volta cresciuti, sarebbero divenuti i responsabili di guerre e disfacimenti sociali.

Ecco dunque la lettura storica di un testo, quello di Bocchetti, verifica (e di un film) che può ricondurre ad una analisi del presente come del futuro.

Armando Lostaglio


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